immagine film no other choice

No Other Choice, la recensione: Park Chan-wook e l’uomo che non doveva fallire

Park Chan-wook racconta la parabola dell’uomo che non doveva fallire nel suo nuovo sorprendente film: No Other Choice.

Quando si parla di cinema coreano contemporaneo, è impossibile non citare il regista, sceneggiatore e produttore Park Chan-wook, uno dei principali artefici del successo globale della cinematografia sudcoreana. È noto per il suo approccio innovativo, capace di fondere un’estetica curata nei minimi dettagli con una narrazione intensa e spesso disturbante, che mescola noir, satira sociale e riflessione esistenziale.

E dopo aver conquistato pubblico e critica con opere come Oldboy, Lady Vendetta e Decision to Leave, Park torna ora in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, giunta alla sua 82esima edizione, con il suo nuovo, sorprendente film: No Other Choice. Opera che conferma ancora una volta il suo status di maestro della messa in scena e di lucido osservatore dei disastri del mondo moderno, mettendo nuovamente in luce il suo talento nel trasformare un dramma personale in una storia universale, capace di far ridere, riflettere e inquietare.

Un uomo contro il sistema

No Other Choice è una commedia nera che, con uno stile graffiante e pungente, racconta una parabola attuale sull’alienazione, la perdita e la lotta per restare a galla in una società sempre più spietata. Tra umorismo amaro e critica sociale, il film segue la drammatica discesa di Man-su, un uomo comune che, messo con le spalle al muro, sceglie una strada estrema pur di non rinunciare alla propria dignità.

Man-su è un esperto produttore di carta con venticinque anni di carriera alle spalle, ha una vita tranquilla e serena: una casa, una famiglia che ama — la moglie Miri, due figli, due cani — e la consapevolezza di aver costruito tutto con le proprie mani. Ma un giorno, senza preavviso, viene licenziato. “Ci dispiace. Non abbiamo altra scelta,” gli dicono, e in un istante il suo mondo crolla.

Determinato a non arrendersi, si dà tre mesi per trovare un nuovo lavoro, ma la ricerca si trasforma in un’odissea di porte chiuse e delusioni: passa da un colloquio all’altro, finisce in un impiego malpagato in un negozio, e rischia persino di perdere la casa. E quando si presenta spontaneamente alla Moon Paper per proporre il suo curriculum, viene deriso dal responsabile di linea, Sun-chul. È il colpo di grazia.

Man-su però non ci sta, e convinto di valere più di chiunque altro in quell’azienda, prende una decisione drastica: se un posto non c’è, dovrà crearselo da solo, a ogni costo.

Il tragicomico destino dell’uomo di oggi

No Other Choice potrebbe sembrare, a prima vista, quasi una giustificazione, ma nel nuovo film di Park Chan-wook, è piuttosto l’espressione di una disperazione profonda, sistematica e corrosiva, con il protagonista Man-su, interpretato con grande sensibilità e ironia da Lee Byung-hun, emblema del perfetto antieroe contemporaneo: uomo modello agli occhi della società e pilastro di una famiglia apparentemente perfetta, che però si ritrova improvvisamente escluso da quel mondo che aveva sempre servito con disciplina.

Quando infatti Man-su scopre di essere stato licenziato a causa di una fusione aziendale, il suo universo crolla, la stabilità diventa una prigione, il successo una condanna e la perdita del lavoro una catastrofe personale che spalanca le porte alla follia, che da inizio a un’escalation tragicomica e crudele, non per vendetta o ideologia, bensì per necessità e sopravvivenza.

Park Chan-wook costruisce quindi la narrazione con geometria chirurgica, in cui ogni ambiente, soprattutto le case delle vittime di Man-su, è un microcosmo che racconta tanto dei personaggi quanto della società che li ha generati. Tutto è lucido, pulito, simmetrico, eppure sotto la superficie si agita una violenza latente, una pressione costante a performare e primeggiare in una giungla competitiva dove l’umanità è un ostacolo.

Il film si muove tra toni grotteschi, ironici e profondamente drammatici, riuscendo a far convivere momenti di grande comicità, spesso generati dall’inettitudine del protagonista nel gestire le sue “missioni”, con sprazzi di violenza cruda, che non scivolano mai nel gratuito ma colpiscono con precisione simbolica.

Le scene d’azione, goffe, reali e sporche, non sono spettacolari in senso classico e proprio per questo ancora più convincenti, con Lee Byung-hun, volto del protagonista assolutamente straordinario. Lontano dai ruoli muscolari a cui ci ha abituato, Lee qui da corpo a un uomo piccolo, schiacciato dal sistema, che cerca disperatamente di non perdere la propria immagine di sé. Egoista, infantile, talvolta ripugnante ma mai del tutto disumano, il personaggio è il riflesso deformato di una società che ci spinge a misurare il nostro valore con i beni che possediamo, con il lavoro che facciamo, con il rispetto, o la paura, che incutiamo negli altri.

Senza alcun dubbio si tratta di una critica aguzza al mondo del lavoro, al capitalismo sfrenato e all’ossessione per l’efficienza e la competizione che non risparmia nessuno. La famiglia è un’illusione, il lavoro è una trappola, e i valori che dovrebbero tenere insieme la comunità sono in realtà strumenti di controllo, perfino i figli sono vittime e complici di un sistema che lo vuole pronto a combattere per emergere.

Dal thriller alla tragedia umana alla commedia assurda, No Other Choice quindi, è un film intelligente e brillante, e Park Chan-wook dosa con maestria il ritmo, alternando momenti surreali a riflessioni profonde, senza mai perdere la coerenza stilistica e narrativa.

L’illusione del vivere bene

Con No Other Choice, Park Chan-wook in conclusione firma una delle opere più riuscite e attuali del cinema. In un’epoca in cui il lavoro definisce l’identità, e lo status symbol l’affermazione, il regista ci invita a riflettere su cosa davvero significa “vivere bene” attraverso il paradosso, l’ironia e la violenza, ma sempre con estrema perspicacia.

La parabola di Ma-su, è l’emblema di un disagio globale, il ritratto di una società che illude e poi abbandona, che promette libertà ma impone conformismo, che alimenta sogni irrealizzabili e punisce chi non riesce a stare al passo. Pur nella sua follia narrativa, il film tocca corde universali quali la paura del fallimento, il bisogno di essere accettati e la difficoltà di cambiare, con un tono che sa intrattenere e scuotere senza mai cedere alla retorica.

©Riproduzione Riservata

Emanuela Giuliani

Il Voto della Redazione:

8


Pubblicato

in

da

Tag: