Noi un pò meglio film Netflix

Noi, un pò meglio, recensione: quando l’amore mette alla prova le proprie certezze

Tra ironia e sentimento, Noi, un po’ meglio racconta le difficoltà di coppia e il desiderio di diventare genitori, con esiti prevedibili.

Amarsi non significa necessariamente desiderare le stesse cose, ma capire fino a che punto sia possibile costruire un futuro insieme senza rinunciare a ciò che si è. Una contraddizione tanto comune quanto difficile da affrontare, da cui prende forma Noi, un po’ meglio, il nuovo film di Daniele Luchetti, che mette al centro della storia una coppia che funziona grazie alle proprie differenze, finché queste non diventano troppo profonde per essere affrontate con una battuta o un compromesso.

Presentato in anteprima alla 21ª Festa del Cinema di Roma, fuori concorso nella sezione Grand Public, e in arrivo su Netflix dal 29 ottobre, Noi, un po’ meglio racconta la storia di Simone, un uomo strutturato, legato alla famiglia e a un’idea di stabilità che orienta le sue scelte, interpretato da Elio Germano, e di Lucia, indipendente, insofferente alle convenzioni e da sempre convinta di non volere figli, a cui dà volto Maria Chiara Giannetta.

Nonostante le distanze caratteriali e le diverse aspettative sul futuro, i due condividono un rapporto solido, alimentato da un’intesa che si esprime anche attraverso continue trattative sulla vita quotidiana, l’ironia e piccoli tentativi di trovare un punto d’incontro. Un equilibrio che però cambia quando entra in gioco la possibilità di adottare un bambino, e porta alla luce divergenze fino a quel momento rimaste in secondo piano, costringendo entrambi a interrogarsi sui propri desideri. Quello che sembrava un nuovo capitolo da affrontare insieme si trasforma così in una prova che mette in discussione le loro convinzioni e il modo stesso in cui immaginano la vita di coppia, sollevando una domanda: quanto è possibile cambiare per amore senza smarrire la propria identità?

Imparare a conoscersi davvero

In Noi, un po’ meglio, il rapporto tra Simone e Lucia è il punto di partenza per raccontare quanto sia difficile conciliare i desideri individuali con un progetto di vita condiviso. I due si amano, ma guardano alla famiglia da prospettive differenti: Simone, legato a un’idea di stabilità e desideroso di diventare padre, immagina un futuro in cui i figli occupano un posto importante, mentre Lucia non riconosce nella genitorialità una tappa necessaria della propria realizzazione. Questa distanza rende più complesso il loro rapporto, e il percorso dell’adozione li porta a confrontarsi con le rispettive aspettative e le fragilità che la quotidianità aveva fino a quel momento messo da parte.

L’adozione, infatti, non rappresenta solo la possibilità di allargare la famiglia, ma una prova che coinvolge ogni aspetto della vita di coppia e mette Simone e Lucia nella condizione di interrogarsi su quanto siano davvero pronti ad accogliere un bambino. Il percorso richiede loro di dimostrare la propria idoneità, sottoponendo aspetti intimi della loro esistenza a uno sguardo esterno, spingendoli così a fare i conti con il modo in cui appaiono agli altri.

La necessità di rispondere a determinate aspettative delle istituzioni li porta, nel tentativo di mostrarsi all’altezza del ruolo di genitori, a costruire un’immagine di sé più rassicurante di quella reale, come se riconoscere le proprie contraddizioni potesse compromettere la possibilità di realizzare il loro progetto.

In questa dinamica, la maternità non viene ridotta alla contrapposizione tra chi desidera avere figli e chi no. La sterilità di Lucia aggiunge infatti una sfumatura delicata alla vicenda, senza cambiare il fatto che fosse contraria alla maternità già prima di questa condizione. Il film mette così a confronto il punto di vista di Lucia e il desiderio di Simone, senza suggerire che lei debba rinunciare alle proprie convinzioni per amore. Allo stesso tempo, la volontà di Simone resta comprensibile e il loro conflitto assume una dimensione più ampia, facendo emergere quanto sia difficile riconoscersi quando ci si trova ad affrontare situazioni che mettono in discussione le proprie certezze.

In tal senso, il titolo Noi, un po’ meglio richiama questa crescita: non si tratta di diventare persone ideali o di adeguarsi a un modello prestabilito, ma di imparare a conoscersi davvero, accettando anche le proprie fragilità senza cercare di apparire diversi da ciò che si è. Un cambiamento che non offre soluzioni immediate, ma aiuta a guardare alle proprie scelte con maggiore consapevolezza.

Questi spunti vengono sviluppati attraverso il linguaggio della commedia sentimentale, che alterna ironia e momenti più delicati senza appesantire eccessivamente il racconto. I battibecchi e le situazioni quotidiane mantengono un tono leggero, evitando che la riflessione sulla genitorialità diventi troppo esplicita. L’ironia, tuttavia, non sempre dà maggiore incisività ai conflitti, che spesso rimangono sullo sfondo, impedendo alle questioni sollevate dalla storia di trovare lo spazio necessario per essere sviluppate fino in fondo. Il film rinuncia così a spingersi oltre le soluzioni narrative più immediate, limitando la forza delle riflessioni che propone.

A rendere credibile il racconto sono Elio Germano e Maria Chiara Giannetta. Germano restituisce il bisogno di stabilità di Simone e il suo desiderio di costruire una famiglia, lasciando emergere le fragilità di un uomo costretto a confrontarsi con un futuro che non può dipendere soltanto dalla sua volontà. Giannetta dà a Lucia indipendenza e determinazione, senza trascurare le difficoltà di una donna che vuole restare fedele alle proprie convinzioni pur tenendo al legame con il compagno. La loro intesa emerge soprattutto nei dialoghi e nei battibecchi, nei quali la leggerezza lascia spazio a momenti più delicati.

Una commedia semplice, tra leggerezza e sentimento

Con Noi, un po’ meglio, Daniele Luchetti firma una commedia sentimentale che trova nella familiarità delle situazioni e nella credibilità del rapporto tra i protagonisti i suoi punti di forza. Il film non cerca soluzioni narrative particolarmente sorprendenti e procede lungo una strada che, in alcuni momenti, appare già conosciuta, ma riesce a mantenere un tono equilibrato e una buona accessibilità, senza rinunciare del tutto a una dimensione più riflessiva. La presenza di Elio Germano e Maria Chiara Giannetta contribuisce a rendere piacevole il percorso, sostenendo una storia che trova soprattutto nella loro interazione la propria ragione d’interesse.

Una commedia quindi che accompagna lo spettatore con leggerezza, alternando sorrisi e momenti di maggiore serietà senza forzare eccessivamente i toni. Pur senza distinguersi sorprendendo, Noi, un po’ meglio è una visione gradevole nella quale è facile riconoscere qualcosa della realtà quotidiana, offrendo qualche spunto di riflessione, senza ambire a qualcosa di più.

Il Voto della Redazione:

6


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