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Orphan, recensione: quando la storia osserva senza coinvolgere

László Nemes presenta all’82esima Mostra del Cinema di Venezia: Orphan, una storia che osserva senza coinvolgere.

Dopo aver segnato in modo indelebile il cinema europeo contemporaneo con Il figlio di Saul, vincitore del Grand Prix a Cannes e dell’Oscar per il miglior film straniero nel 2016, e presentato Tramonto nel 2018 alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, il regista ungherese László Nemes torna al prestigioso evento del Lido — giunto alla sua 82esima edizione — con il suo terzo lungometraggio: Orphan.

Proseguendo la sua indagine sulle zone d’ombra della storia ungherese e sull’identità individuale in tempi di crisi, Nemes con Orphan sposta lo sguardo in avanti fino al 1957, nel cuore pulsante di una Budapest segnata dalla repressione seguita al fallimento della rivoluzione contro il dominio sovietico.

La storia, in particolare, segue da vicino il dodicenne Andor, che vive con la madre in modesto appartamento, e il padre raccontato come un eroe scomparso nei campi di concentramento nazisti, è per lui una figura mitica, un punto fermo nella sua giovane vita. Ma quando alla porta si presenta un uomo che afferma di essere proprio quel padre tanto atteso, tutto cambia: ruvido, distante e spesso aggressivo, l’uomo è ben diverso dalla figura costruita del suo immaginario. E per Andor, che aveva trovato conforto in quella idealizzazione, inizia così un percorso doloroso, fatto di domande senza risposta e di certezze che si sgretolano.

Orphan, osserva senza coinvolgere

László Nemes, con Orphan, torna ad affrontare i temi a lui cari, come la perdita, la memoria, il ricordo e l’identità, ma a differenza dei suoi precedenti lavori, dove la storia entrava con forza nella vita dei personaggi, qui il passato recente del paese assume un ruolo meno incisivo, restando spesso sullo sfondo, evocato più che esplorato. È una presenza che accompagna, senza travolgere, e questo approccio, più controllato, meno originale e, in alcuni momenti, eccessivamente trattenuto, se da un lato mira alla sottrazione e alla suggestione, dall’altro lascia lo spettatore distante.

La dimensione sociale si intreccia con quella privata, senza nutrirsi davvero a vicenda, con la crisi politica che resta accennata e quella personale di Andor che si sviluppa in modo un po’ scollegato dal contesto più ampio.

La sceneggiatura, scritta con Clara Royer, fatica a trasformare le sue intuizioni in veri momenti di tensione o svolta, nonostante la chiara premessa di: mettere in discussione alcune certezze, sia individuali che sociali, attraverso lo sguardo spaesato di un ragazzo che si trova all’improvviso a dover affrontare tutto quello che credeva di sapere sul proprio passato. Mentre la distanza tra ciò che è reale e ciò che viene raccontato, si riflette nel rapporto tra madre, padre e figlio, con meccanismi fin troppo prevedibili e lineari.

La narrazione di fatto, avanza con un ritmo lento, meditativo e a volte eccessivamente statico, evitano svolte drammatiche più forti, affidandosi ai dettagli quotidiani e all’osservazione silenziosa delle reazioni dei personaggi, non riuscendo a sostenere il peso emotivo e il tono generale, che più di una reale suspense è un’attesa prolungata. Il risultato è un film dove la tensione raramente esplode trascinandosi senza trovare un vero compimento.

Dal punto di vista visivo, Nemes si affida a una fotografia cupa e desaturata, che riflette lo stato d’animo dei personaggi e la grigia opacità del contesto storico. Le inquadrature, spesso strette e ravvicinate, prediligono i volti e i dettagli, escludendo lo spazio circostante, accentuando così il senso di claustrofobia e isolamento, limitando però il respiro visivo del racconto.

Uno degli aspetti più evidenti inoltre, è il tentativo di dare alla vicenda privata di Andor un valore simbolico con un effetto non convincente. La sua crisi, emblema di una generazione cresciuta all’ombra di un passato traumatico, non emerge con la dovuta chiarezza, con le implicazioni che restano implicite, e ciò che dovrebbe essere universale si perde senza assumere un concreto peso.

I dialoghi ridotti all’essenziali, a volte inesistenti, e i silenzi diventano uno degli strumenti principali della storia ma il loro uso non sempre risulta efficace e anziché creare profondità, finiscono per rallentare ulteriormente la narrazione e appiattire le dinamiche affettive.

Uno stile asciutto che, sebbene coerente con la poetica visiva di Nemes, rende Orphan monotono e poco coinvolgente, così come il rapporto tra padri e figli, tra passato e presente, che lasciando molte riflessioni in superficie, e i personaggi perlopiù abbozzati. La madre appare protettiva ma poco sfaccettata; il padre, invece, è più un pretesto narrativo più che un vero personaggio.

Anche il tema dell’identità personale viene trattato con un certo impegno, ma con risultati altalenanti. Andor, infatti, cerca di orientarsi tra le versioni della realtà che gli vengono offerte, ma il suo percorso risulta a tratti forzato e privo di vere svolte. La sua crescita interiore viene suggerita più che raccontata, e il senso di solitudine, sebbene presente, non riesce davvero a colpire.

Il vuoto dietro lo sguardo

Orphan è il ritratto di un ragazzo costretto troppo presto a confrontarsi con l’ambiguità del mondo adulto, tra ricordi distorti, silenzi e verità omesse più per abitudine che per reale protezione. Nemes costruisce un’esperienza percettiva, fatta di sospensione e attesa, in cui tutto è trattenuto, accennato, suggerito.

Le domande esistenziali che affiorano restano irrisolte, e ciò che rimane è più una sensazione di distanza che un vero impatto. Un’opera elegante, ma sfuggente, che osserva molto, ma coinvolge poco, che si lascia guardare da lontano ma non permette di entrare davvero nel suo mondo.

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Emanuela Giuliani

Il Voto della Redazione:

5


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