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Oscar e horror: da Sinners a Frankenstein, il genere conquista premi e nomination

Gli Oscar riscoprono l’horror: da Sinners a Frankenstein, il genere conquista nomination e premi, segnando una svolta storica.

Tra i pochi generi capaci di mantenere il proprio pubblico in sala dopo la pandemia, l’horror si è imposto come una forza centrale della cultura cinematografica contemporanea. Per decenni, però, l’Academy lo ha guardato con sospetto: troppo stilizzato, troppo estremo, raramente considerato “prestigioso” abbastanza per le statuette più ambite. Oggi, però, qualcosa è cambiato, e le nomination annunciate la scorsa settimana, come riportato da AwardsWatch, raccontano una storia nuova: il cinema della paura non è più un outsider, ma un protagonista della stagione dei premi.

A guidare questa svolta sono infatti titoli come Sinners di Ryan Coogler, con 16 candidature, Frankenstein di Guillermo del Toro, con nove nomination, e la vittoria di Amy Madigan come Miglior Attrice Non Protagonista per Weapons. Un sostegno così ampio e trasversale al genere non si era mai visto.

Storicamente, le incursioni dell’horror agli Oscar sono state rare e selettive. Film come Rosemary’s Baby, L’esorcista, Misery non deve morire e Il cigno nero hanno trovato spazio soprattutto quando il terrore diventava veicolo per esplorare tensioni psicologiche o culturali profonde. Il vero punto di svolta è arrivato nel 2017 con Scappa – Get Out: l’esordio alla regia di Jordan Peele fu un successo clamoroso di pubblico e critica, conquistando quattro nomination e l’Oscar per la Miglior Sceneggiatura Originale. Non solo: il trionfo arrivò appena due anni dopo le riforme dell’Academy seguite al movimento #OscarsSoWhite, segnando una frattura con criteri ormai percepiti come obsoleti.

Negli anni successivi, però, l’apertura non è stata totale. Opere come Hereditary e Noi, pur accolte con entusiasmo e sostenute da interpretazioni straordinarie, furono escluse dalle nomination principali. L’assenza di riconoscimenti per Lupita Nyong’o, nonostante i premi della critica, confermò che Get Out restava più un’eccezione che una regola.

La nuova scossa è arrivata con The Substance di Coralie Fargeat. Body horror radicale e provocatorio, vincitore a Cannes, inizialmente giudicato “troppo” per l’Academy, il film ha ribaltato le aspettative grazie alla sua viralità e alla centralità nel dibattito culturale. È diventato rapidamente favorito per Trucco e Acconciatura e ha rilanciato Demi Moore nella corsa come Miglior Attrice. Se Get Out aveva aperto uno spiraglio, The Substance ha dimostrato che anche l’horror più estremo può ambire al riconoscimento istituzionale.

In questo contesto si inserisce Sinners, arrivato in un momento cruciale per la Warner Bros. e capace di intercettare la fame di horror originale e stratificato. Mescolando racconto storico, suggestioni musicali e creature fantastiche, Coogler ha firmato il suo primo film originale in oltre un decennio, trasformandolo in uno dei maggiori successi commerciali del 2025. Poco dopo, Weapons ha replicato l’impatto mediatico, trainato dall’interpretazione magnetica di Amy Madigan, presenza costante nelle liste dei premi fino alla consacrazione agli Oscar.

Frankenstein, dal canto suo, sembrava destinato ai premi fin dall’annuncio della produzione. Guillermo del Toro non è nuovo ai favori dell’Academy: ha conquistato Miglior Film e Miglior Regia con La forma dell’acqua (superando proprio Get Out) e si è affermato ulteriormente con Nightmare Alley e Pinocchio. Tuttavia, Frankenstein rappresenta il suo ritorno più esplicito all’horror dai tempi di Crimson Peak, e il suo successo conferma la crescente disponibilità degli elettori a giudicare i film per la loro qualità, non per l’etichetta di genere.

Accanto ai titoli più dichiaratamente horror, spiccano anche ibridi sorprendenti. Rose Byrne ha ottenuto consensi per Se avessi le gambe ti darei un calcio, mentre The Ugly Stepsister ha conquistato una nomination per Trucco e Acconciatura, fondendo fiaba e immagini disturbanti in modo originale.

Certo, Sinners e Frankenstein condividono un pedigree di alto livello: Coogler ha diretto i film di Black Panther premiati dall’Academy, mentre del Toro è ormai una presenza stabile nella storia recente degli Oscar. Entrambi utilizzano l’horror come lente per esplorare temi sociopolitici attuali, facilitando il dialogo con l’istituzione. Ma il segnale è chiaro: l’Academy non teme più il genere.

Il rapporto complesso tra Oscar e horror rivela una dinamica tipica dell’industria culturale: i pionieri aprono la strada, ma spesso sono i successori a raccoglierne i frutti. Oggi, con oltre 11.000 membri e un corpo votante rinnovato, l’Academy appare più sensibile alla rilevanza culturale e al peso tematico che alla “rispettabilità” stilistica.

La 98esima edizione degli Academy Awards segna così un passaggio simbolico: l’horror non è più marginale, ma una vera minaccia a tutto campo nelle categorie principali. E il fatto che il film più nominato della stagione sia un quasi-musical sui vampiri ambientato nell’era Jim Crow dimostra quanto l’orizzonte dell’Academy si sia ampliato. Il futuro degli Oscar appare oggi meno prevedibile — e, per una volta, felicemente spaventoso.


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