C’è qualcosa di immediatamente intrigante nell’idea di “noleggiare” una famiglia, e HIKARI, con Rental Family – Nelle Vite degli Altri, ambientato nella Tokyo dei giorni nostri, offre uno sguardo originale su queste relazioni umane e sulla solitudine contemporanea. Nelle sale italiane dal 19 febbraio distribuito da The Walt Disney Company, film racconta, con rara delicatezza, la storia di Phillip Vandarploeg (Brendan Fraser), un attore americano espatriato che ha smarrito la propria traiettoria.
Un tempo volto riconoscibile in spot pubblicitari di successo, Phillip attraversando una città vibrante e affollata, con la sensazione di non appartenere davvero a nulla, tra grattaceli avvolti da una luce, spesso calda, che attenua la durezza dell’architettura urbana, tramonti che colorano Tokyo di sfumature dorate, e strade illuminate sembrano sospese, che trasformano la città in un personaggio quasi protettivo, capace di accogliere Phillip anche quando lui fatica ad accogliere sé stesso.
Identità, maschere e bisogno di riconoscimento
Avvolgendo lo spettatore in un’atmosfera di delicata tenerezza, anche nei momenti di maggiore smarrimento, Rental Family non cede al cinismo, ma invita a restare accanto al protagonista per scoprirne e comprenderne le fragilità con una dolce malinconia. Quando Phillip accetta l’incarico di fingere di essere un familiare per clienti paganti, la storia potrebbe facilmente scivolare nell’ironia o nel sarcasmo, ma il film sceglie una strada dall’approccio empatico e delicato, trasformando la situazione in un racconto sul bisogno di cura, ascolto e riconoscimento umano, senza indugiare sull’analisi critica della società giapponese o sui risvolti culturali del fenomeno delle “famiglie in affitto”.
Il film dà così forma a un tono caldo e accogliente, che privilegia l’intimità alla denuncia, l’emozione alla teoria, suscitando un senso di comfort che immerge lo spettatore spingendolo a lasciarsi trasportare dalla vicenda e dalla riflessione sottile su cosa significhi costruire — o ricostruire — un legame.
Phillip, diventando di volta in volta un marito rassicurante, un figlio attento o un amico presente, entra in ruoli che non sono maschere né finzioni fredde, ma tentativi di colmare un’assenza portando calore dove c’è un vuoto. Tutti, nella vita quotidiana, moduliamo il nostro modo di essere a seconda delle situazioni e, nel caso di Phillip, questo processo è reso esplicito, quasi dichiarato. Un fingere che paradossalmente lo avvicina alla forma più autentica di sé, poiché ogni incarico è uno specchio che riflette paure, desideri e la crescente sensibilità emotiva.
Chi si rivolge all’agenzia non cerca solo una presenza scenica, ma desidera essere ascoltato, compreso e riconosciuto senza giudizio. Per questo, in ogni incontro nasce una tenerezza inattesa: un pranzo condiviso, una passeggiata silenziosa, una conversazione sussurrata, che si caricano di un valore profondo.
In tal senso, Rental Family mostra come, anche in rapporti dichiaratamente temporanei, possano germogliare emozioni sincere, sempre rappresentate con dolcezza e misura ed evitando ogni eccesso melodrammatico. La sceneggiatura, firmata dallo stesso HIKARI insieme a Stephen Blahut, struttura il racconto in episodi armonici, aggiungendo così tasselli al percorso interiore del protagonista, mentre il ritmo riflessivo non risulta mai pesante e mantiene viva l’attenzione, grazie a una narrazione coerente, rassicurante e consapevole, capace di preservare il calore.
A consolidare questo equilibrio sono le interpretazioni, in particolare quella di Brendan Fraser, che con Rental Family – Nelle Vite degli Altri conferma la sua maturità artistica raggiunta dopo anni di carriera. Vincitore dell’Oscar® come Miglior Attore nel 2022 per The Whale, Fraser porta sullo schermo una vulnerabilità e una profondità emotiva straordinaria, trasformando la solitudine e l’incertezza del suo personaggio in qualcosa di tangibilmente umano e toccante. Il suo Phillip evolve con naturalezza scena dopo scena, attraverso sottili sfumature emotive, esitazioni e sguardi che si illuminano di nuove percezioni. Accanto a lui, Takehiro Hira, Mari Yamamoto e Akira Emoto danno vita a personaggi fragili e veritieri, fatti di sfaccettature e pause, mentre i ruoli secondari, seppur non approfonditi, trasmettono umanità, arricchendo il clima di intimità condiviso che abbraccia l’intero film.
Un’esperienza da vivere
HIKARI con Rental Family – Nelle Vite degli Altri non punta al sensazionalismo né a svolte eclatanti, ma trova la sua forza nel registro delicato e nella capacità di far sentire lo spettatore accolto. La Tokyo contemporanea, con i suoi contrasti tra frenesia urbana e momenti di quiete domestica, diventa lo scenario ideale per una storia che parla di solitudine, trasmettendo al contempo conforto e calore.
Anche nei momenti più malinconici, il film non lascia spazio alla disperazione, ma suggerisce che ogni incontro, per quanto breve, possiede un valore, coinvolgendo così lo spettatore in un’esperienza emotiva che non opprime, ma rassicura. Pur attraversando snodi talvolta prevedibili, il film mantiene una solidità narrativa e una maturità stilistica che lo rendono pienamente appagante, fondendo la delicatezza della regia, la misura della sceneggiatura e la qualità delle interpretazioni.
Rental Family – Nelle vite degli altri non è un film che urla per farsi notare, bensì convince con calma, cresce nella memoria e lascia un benessere che persiste ben oltre i titoli di coda. È un’unione di profondità e leggerezza, malinconia e calore, che emoziona con discrezione, avvolge con tenerezza e dimostra una sincerità profonda.
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Emanuela Giuliani






