Michael Sarnoski racconta Robin Hood – Il prezzo del sangue: Hugh Jackman, la sua rilettura del mito e l’adattamento di Death Stranding.
Dopo decenni di adattamenti, sembrava che di Robin Hood non fosse rimasto più nulla da raccontare. Il fuorilegge di Sherwood è stato eroe romantico, avventuriero, crociato e persino una volpe nell’immaginario Disney, eppure, come riportato da Variety, per Michael Sarnoski, la chiave per tornare al personaggio non era nella sua leggenda, ma nella sua fine.
“Ho amato Robin Hood fin da bambino”, racconta il regista di Pig e A Quiet Place: Day One. “Ma mi ha sempre affascinato quasi altrettanto la ballata che narra la sua morte. L’idea che una figura così grande, quasi immortale nel folklore, possa avere una fine semplice, umana e silenziosa mi è rimasta dentro per anni”.
È da qui che nasce Robin Hood – Il prezzo del sangue, un film che prende le distanze dalla versione più popolare del personaggio per restituirgli una dimensione più oscura e terrena. Il Robin interpretato da Hugh Jackman non ruba ai ricchi per aiutare i poveri, né incarna l’eroe romantico celebrato dalla tradizione. È un uomo stanco, segnato dalla violenza e perseguitato dai fantasmi del proprio passato.
Per costruire questa visione, Sarnoski è tornato alle origini della leggenda. Durante le sue ricerche si è imbattuto nello Scotichronicon, una cronaca medievale scozzese che contiene una delle prime menzioni scritte di Robin Hood. “Viene descritto come un assassino spietato che il popolo ama glorificare”, spiega. “Mi sono chiesto cosa significasse davvero essere un bandito nel Medioevo. Probabilmente non aveva nulla a che vedere con l’immagine romantica che il cinema ci ha consegnato”.
Le letture e le lezioni di storia medievale hanno rafforzato questa convinzione. “Uno storico faceva notare che immaginiamo le battaglie medievali come scontri tra cavalieri, ma spesso erano semplicemente contadini che si massacravano con pale e pietre. Quella brutalità quotidiana mi interessava molto più dell’epica tradizionale”.
Il risultato è un film che si apre con una violenza improvvisa e feroce, per poi trasformarsi gradualmente in qualcosa di più intimo e malinconico. Quando incontriamo Robin, il tempo delle imprese è ormai finito. Ferito e in fuga, trova rifugio in un remoto priorato, dove viene curato da una misteriosa guaritrice interpretata da Jodie Comer. Tra i due nasce un rapporto complesso che sposta il film sempre più lontano dall’avventura e sempre più vicino a una riflessione sulla colpa, sulla redenzione e sulla morte.
Per Sarnoski, Hugh Jackman era l’unico attore capace di sostenere questo equilibrio. “Ha la ferocia che cercavo e che abbiamo già visto in film come Logan o Prisoners, ma allo stesso tempo possiede una gentilezza naturale che emerge anche nei personaggi più oscuri. Non importa quanto Robin sia violento o quante cose terribili abbia fatto: continui a credere che possa essere salvato”.
Girato in trenta giorni nelle zone più remote dell’Irlanda del Nord con un budget di circa 20 milioni di dollari, Robin Hood – Il prezzo del sangue riflette anche il desiderio del regista di allontanarsi dai grandi blockbuster fantasy. “Non volevo realizzare un film d’avventura da cento milioni di dollari. Cercavo qualcosa di più strano, personale e originale”.
Una scelta che si riflette persino nel titolo. Prima che A24 decidesse di sostenere il progetto, diversi interlocutori avevano espresso dubbi, convinti che un titolo come Robin Hood- Il prezzo del sangue potesse allontanare il pubblico. “Molti pensavano che stessimo rovinando il film ancora prima di iniziare”, ricorda Sarnoski. “Per me, invece, sembrava il titolo di un antico capitolo della leggenda. Non volevo nascondere il tono della storia”.
Dopo il successo di Pig e A Quiet Place: Day One, il regista guarda già avanti. Il prossimo progetto sarà l’adattamento cinematografico di Death Stranding per A24, ma anche in questo caso promette un approccio personale. “Voglio che abbia una dimensione epica, ma che resti un film guidato dai personaggi. Sarà ambientato nel mondo del videogioco, ma racconterà soprattutto una mia storia”.
E quando anche questa avventura sarà conclusa, Sarnoski spera di tornare a qualcosa di più piccolo. “Mi piacerebbe continuare ad alternare produzioni indipendenti e film da studio. Se riuscirò a fare entrambe le cose, mi sentirò davvero fortunato”.






