Robin Hood – Il prezzo del sangue: Hugh Jackman guida una rilettura cupa del mito tra colpa, redenzione e il peso di una leggenda.
Ci sono personaggi che appartengono alla storia e altri all’immaginario collettivo, e Robin Hood rientra senza dubbio nella seconda categoria. Da secoli, il fuorilegge di Sherwood esercita un fascino particolare: rappresenta non un semplice eroe, ma il simbolo della ribellione contro il potere, della giustizia che nasce fuori dalle regole e della speranza che anche i più deboli possano trovare qualcuno disposto a combattere per loro.
Nel corso degli anni, il cinema e la televisione ne hanno proposto innumerevoli versioni: dalla celebre volpe del classico Disney, al cavaliere romantico interpretato da Errol Flynn, dall’eroe avventuroso di Kevin Costner fino al guerriero di Russell Crowe. Raffigurazioni che ne hanno adattato i valori e le sensibilità senza intaccarne il potere simbolico.
Una continua reinterpretazione che sembrava aver esaurito tutto ciò che si poteva raccontare sul personaggio e che, invece, ora, con Robin Hood – Il prezzo del sangue, trova una strada radicalmente diversa. Diretto da Michael Sarnoski e nelle sale italiane dal 12 agosto, il film infatti smonta pezzo dopo pezzo la leggenda, con l’obiettivo di raccontare non l’ennesima impresa dell’eroe che ruba ai ricchi per dare ai poveri, bensì di osservare cosa resta dell’uomo quando il mito inizia a sgretolarsi.
Partendo proprio dal momento in cui quella leggenda viene messa in discussione, in Robin Hood – Il prezzo del sangue Robin, interpretato da Hugh Jackman, è un uomo invecchiato, devastato dalle ferite fisiche e morali, convinto di essere arrivato alla fine del proprio cammino e costretto a confrontarsi con tutto ciò che ha cercato di lasciare alle proprie spalle.
Il volto umano di una leggenda
Per anni Robin Hood è stato soprattutto un eroe. Un uomo capace di tirare con l’arco, sfidare il potere e trasformare ogni battaglia in una nuova storia da raccontare. Robin Hood – Il prezzo del sangue, invece, rilegge il personaggio, oramai ridotto a un lontano ricordo, guardando in faccia tutto ciò che la leggenda ha lasciato fuori dalle storie.
Le sue imprese non vengono però cancellate, bensì assumono un significato diverso, e quello che per anni è stato raccontato come eroismo porta con sé una violenza, una morte e delle conseguenze che nessuna ballata ha mai avuto interesse a decantare. Dietro il difensore dei poveri e il fuorilegge celebrato dal popolo, ecco che emerge, di fatto, un uomo che non riesce più a separarsi da ciò che ha fatto, con Hugh Jackman fondamentale nel rendere credibile questo passaggio.
Il suo Robin non cerca mai di recuperare il carisma dell’eroe che tutti conoscono, ma, al contrario, lavorando sulla stanchezza, sul dolore e sul rimorso, lascia che siano il volto, i silenzi e il modo di muoversi a mostrare quanto il personaggio sia cambiato, restituendo una figura ancora fisicamente imponente, ma molto più fragile di quanto la sua fama lasci immaginare. Una forza diversa, meno legata all’azione e più alla capacità di portarsi addosso tutto ciò che è successo.
In questo senso il film insiste proprio su questa distanza tra Robin Hood e Robin, con il primo che continua a vivere nell’immaginario degli altri, mentre il secondo deve fare i conti con il proprio passato, mostrando così non più l’eroe che combatte per cambiare il mondo, ma l’uomo che cerca di capire se può ancora fare qualcosa con ciò che resta della sua vita.
La violenza, così, non è più semplicemente parte dell’avventura, ma qualcosa che lascia delle conseguenze, e le cicatrici di Robin raccontano soprattutto il peso delle battaglie che ha combattuto e che hanno lasciato un segno su di lui, con il titolo, Il prezzo del sangue, che riflette l’idea che il sangue versato non appartenga soltanto al passato, ma continui a influenzare il presente.
Robin non può cancellare quello che è stato e il film non cerca affatto di trasformarlo improvvisamente in un uomo nuovo, deve piuttosto imparare a convivere con le proprie responsabilità, e la sua possibile redenzione non passa da un’ultima grande impresa, ma dalla capacità di accettare il passato e decidere cosa fare del tempo che gli rimane.
Un percorso in cui è fondamentale Sister Brigid, interpretata da Jodie Comer, che non guarda Robin attraverso la leggenda, ma l’uomo che ha davanti, le sue debolezze, le sue paure. Il loro rapporto nasce lentamente, tra diffidenza, silenzi e momenti di confronto, permettendo a Robin di essere finalmente visto per quello che è, senza dover essere all’altezza del mito che porta il suo nome, muovendosi in un Medioevo sporco, duro e lontano dall’immagine romantica della leggenda. E se la foresta è uno spazio ostile, il priorato è un luogo di pausa, dove Robin si ferma dopo una vita trascorsa a combattere e fuggire, e affronta finalmente sé stesso.
Per la prima volta, dunque, Robin si ritrova davanti a qualcosa che non può affrontare con l’arco in mano, ma soltanto restando lì, dentro una vita che ormai gli chiede di essere vissuta in modo diverso.
L’uomo prima dell’eroe
Con Robin Hood – Il prezzo del sangue, Michael Sarnoski dimostra che anche una delle leggende più raccontate della cultura occidentale può ancora offrire nuovi spunti, a patto di avere il coraggio di mettere in discussione tutto ciò che il pubblico dà per scontato. Il regista non cerca di competere con gli adattamenti più spettacolari del passato, né di sostituirli, ma costruisce un’opera che sceglie un linguaggio completamente diverso, più vicino al dramma esistenziale che al classico film d’avventura.
Una scelta che inevitabilmente allontana il film dal Robin Hood più classico. Chi cerca grandi battaglie, avventure e il ritmo delle versioni più tradizionali potrebbe trovare il racconto più lento e malinconico, allo stesso tempo, però, sono queste caratteristiche a rendere il film riconoscibile in un panorama in cui molte riletture dei grandi miti finiscono per assomigliarsi.
Non è un film pensato per mettere tutti d’accordo, ma percorre una strada personale e interessante, che non rinnega il fascino immortale del personaggio, ma lo priva della sua aura eroica per restituirgli qualcosa di ancora più prezioso: la sua umanità. Più che riscrivere la leggenda di Robin Hood, la osserva da una prospettiva insolita, ricordando che dietro ogni mito esiste sempre una persona e che, spesso, la verità è molto meno rassicurante delle storie che scegliamo di tramandare.
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Emanuela Giuliani
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