Se domani non torno film

Se domani non torno, recensione: il dolore di una famiglia e la necessità di non smettere di parlarne

Se domani non torno, il film sulla storia di Giulia Cecchettin tra dolore, memoria, violenza di genere e responsabilità collettiva.

Ci sono storie che appartengono alla cronaca per un tempo relativamente breve e altre che, invece, entrano nella memoria di un Paese continuando a vivere e far riflettere come la vicenda di Giulia Cecchettin. La sua scomparsa, la ricerca, la scoperta della sua morte e tutto ciò che è seguito hanno infatti segnato profondamente l‘Italia, aprendo una discussione che ha superato i confini del singolo caso per interrogarsi sulla violenza contro le donne, sul modo in cui vengono vissute le relazioni e, soprattutto, sull’educazione delle nuove generazioni. È una storia che conosciamo, che abbiamo visto raccontata attraverso i giornali, la televisione, i social e le parole della sua famiglia, portarla al cinema significa confrontarsi con un materiale già fortemente sedimentato nella coscienza del pubblico con il rischio, tutt’altro che secondario, di trasformare ancora una volta una tragedia reale in una semplice ricostruzione della cronaca.

Una sfida che tuttavia Paola Randi ha deciso di accettare con Se domani non torno, scritto dalla regista insieme a Lisa Nur Sultan, che partendo da Cara Giulia, il libro scritto da Gino Cecchettin con Marco Franzoso, sceglie di non ripercorrere semplicemente gli avvenimenti che hanno portato alla morte di Giulia, ma di guardare alla famiglia e a ciò che accade quando una persona scompare lasciando dietro di sé un vuoto che non può essere colmato.

Presentato in anteprima nell’ambito della 24esima edizione Alice nella città e della  21esima Festa del Cinema di Roma, il film si allontana così dalla dimensione della cronaca e si avvicina a quella della memoria partendo dalla normalità, prima della tragedia, perché solo mostrando ciò che esisteva prima può restituire fino in fondo ciò che viene perduto.

Gino Cecchettin vive con i suoi figli: Davide, il più piccolo, frequenta il liceo, Elena è all’estero per studiare e Giulia sta per laurearsi. È una famiglia che non ha nulla di eccezionale e per questo così vicina a tutti noi. Ci sono i progetti per il futuro, la scuola, l’università, la vita quotidiana, e tutti quei piccoli momenti normalmente destinati a ripetersi senza cambiamenti. Giulia è una ragazza che sta per concludere un percorso di studi con davanti a sé una vita ancora tutta da costruire.

L’11 novembre 2023 però quella normalità si interrompe. Giulia scompare e la famiglia precipita in una situazione che nessuno avrebbe mai potuto immaginare, e da quel momento il tempo assume un valore diverso: ogni attesa diventa interminabile, ogni possibilità viene tenuta aperta e ogni minuto sembra decisivo, e la consapevolezza di sapere già come finirà rende il racconto ancora più doloroso, quello dell’attesa vissuta da una famiglia che ancora spera mentre purtroppo chi guarda sa già cosa sta per arrivare.

Dal dolore privato alla responsabilità collettiva

Se domani non torno ha come punto di partenza il farci guardare la storia di Giulia attraverso un’angolazione che non è quella del delitto, ma quella dell’assenza e di ciò che succede alle persone che le sono rimaste accanto. In questo modo pone tutti noi non soltanto davanti alla storia di una ragazza uccisa, che non si può ridurre al racconto di un femminicidio, ma di fronte alla storia di una famiglia costretta a vivere con una perdita che ha modificato per sempre la propria esistenza, ed è diventata uno dei simboli più forti della discussione italiana sulla violenza contro le donne proprio perché ha spinto il dibattito oltre la tragedia.

Dopo la sua morte, infatti, si è parlato molto di educazione affettiva, consenso, possesso, gelosia, controllo e del modo in cui i ragazzi vengono educati a vivere le relazioni. Questioni che tuttavia non devono essere affrontate soltanto quando un nuovo caso di cronaca torna a occupare le prime pagine, perché bisogna capire che la  violenza non comincia nel momento in cui diventa fisica ma ci sono dinamiche precedenti che possono essere difficili da riconoscere o che, ancora peggio, vengono considerate normali.

Il controllo sulla persona che si ama, la gelosia interpretata come dimostrazione di affetto, la difficoltà ad accettare un rifiuto o la fine di una relazione, il bisogno di sapere continuamente dove si trova l’altra persona sono comportamenti che vengono sempre più spesso banalizzati, ma che invece devono essere guardati con maggiore attenzione poiché non esiste una spiegazione unica per un femminicidio.

Se l’obiettivo è prevenire, è necessario quindi interrogarsi proprio su ciò che accade prima che sia troppo tardi, ed è anche per questo che la storia di Giulia ha un peso importante sul piano educativo. Gino Cecchettin, parlando pubblicamente della figlia e del proprio dolore, ha portato l’attenzione su ciò che si può fare perché simili tragedie non si ripetano, mettendo in luce l’importanza del modo in cui gli uomini vengono educati a vivere le relazioni. Una riflessione che riguarda tutti, perché parlare di violenza di genere significa parlare anche agli uomini e, soprattutto, ai ragazzi, insegnando loro che una relazione non dà diritto di proprietà sull’altra persona, che un rifiuto deve poter essere accettato, che la fine di una storia non è un’ingiustizia da vendicare e che la libertà dell’altro non diminuisce la propria.

Un’educazione però intesa non come soluzione automatica, ma come possibilità di fornire ai ragazzi gli strumenti per riconoscere il rispetto, il consenso, i propri limiti emotivi, la capacità di accettare una separazione, di gestire la frustrazione e comprendere che l’altra persona non ci appartiene, elementi questi fondamentali di qualsiasi relazione sana.

Il film, però, non si ferma qui e mentre affronta questi temi continua a raccontare una famiglia, riconoscendo il dolore di chi ha perso una figlia e una sorella, e che ora deve imparare a convivere con una realtà completamente diversa da quella che aveva immaginato.

Non dobbiamo dimenticare però che Giulia prima di diventare un emblema era una ragazza, con una  famiglia, degli amici, degli studi, dei progetti e un futuro tutto davanti a lei. Ricordarla soltanto come vittima dunque significherebbe lasciare che la sua morte cancelli la sua vita, una normalità, prima di quell’11 novembre, che il film riesce a restituire almeno in parte considerando il modo in cui la vicenda è stata raccontata dai media.

La storia di Giulia di fatto è stata seguita con un’intensità enorme, con i social che hanno amplificato ulteriormente il racconto, mostrando quanto sia sottile il confine tra informare e trasformare una tragedia in qualcosa da consumare.

Per questo Se domani non torno ha dovuto trovare una distanza non riproponendo le immagini che abbiamo già visto, ma concentrandosi su ciò che non è stato detto: l’assenza, il silenzio che viene dopo e la vita quotidiana di chi rimane, perché una tragedia non finisce quando termina la cronaca.

Per chi osserva dall’esterno, una notizia ha una durata: arriva, occupa l’attenzione, viene sostituita da un’altra notizia e lentamente scompare dal dibattito quotidiano. Per una famiglia, invece, non esiste un momento nel quale la notizia finisce: la perdita continua a essere presente negli oggetti, nelle fotografie, nei luoghi, nelle abitudini e nei gesti più semplici.

Una casa rimane identica ma, allo stesso tempo, non è più la stessa, e il titolo racchiude proprio questa dimensione. Tornare a casa è un gesto talmente normale da sembrare quasi invisibile, che non dovrebbe richiedere pensieri e timori, eppure la frase porta con sé la possibilità che quel ritorno non avvenga parlando di una paura concreta che supera la vicenda individuale perché riguarda tutte quelle donne che hanno provato la paura legata a una persona, a una relazione, a un comportamento che non rispettava pienamente la loro libertà.

Due aspetti che il film tiene insieme dando alla storia ancora più profondità, perché limitare tutto a una storia privata significherebbe ignorare il significato pubblico assunto dalla vicenda di Giulia; trasformarla soltanto in un simbolo significherebbe invece dimenticare la persona e la famiglia da cui tutto è partito.

Una storia che non finisce con i titoli di coda

In Se domani non torno Paola Randi non costruisce il film intorno alla successione degli eventi ma procede attraverso momenti e prospettive che permettono di osservare ciò che accade senza rendere la storia una cronaca filmata, lasciando che siano le immagini, i personaggi e il ritmo a guidare lo spettatore. E quando arrivano i titoli di coda, termina il racconto cinematografico, ma rimane il rapporto con ciò che si è appena visto.

Rimangono le persone, le assenze e tutto quello che una storia come quella di Giulia continua a suscitare anche lontano dallo schermo. Perché raccontare questa vicenda significa confrontarsi con qualcosa che non appartiene soltanto al passato, ma che interroga ancora il presente e il modo in cui guardiamo alle relazioni, alla libertà e alla responsabilità che abbiamo gli uni verso gli altri.

©Riproduzione Riservata

Emanuela Giuliani

Il Voto della Redazione:

7


Pubblicato

in

da

Tag: