Se solo potessi ti prenderei a calci racconta la maternità come campo di battaglia emotivo, tra ansia, fragilità e la forza di Rose Byrne.
Cosa faresti se la frustrazione prendesse il sopravvento? Dopo il passaggio ai grandi festival internazionali – da Cannes a Berlino – e l’anteprima italiana alla Festa del Cinema di Roma, arriva finalmente nelle sale il 5 marzo: Se solo potessi ti prenderei a calci (If I Had Legs I’d Kick You), secondo lungometraggio di Mary Bronstein.
Ispirandosi a una sua esperienza personale, la regista invita a confrontarsi con un malessere crescente, esplorando in modo diretto e radicale il disagio di chi – costretto a prendersi cura di tutti, senza mai potersi fermare – vive un esaurimento silenzioso. Un mix di logorante sconforto, ironia amara e vulnerabilità, racchiuso in un titolo provocatorio e quasi infantile nella sua aggressività, che attraversa ogni scena e prende forma in Linda (Rosy Byrne), terapeuta stimata e madre di una bambina affetta da una malattia misteriosa, che richiede cure e attenzioni costanti.
Schiacciata tra responsabilità professionali, fragilità domestiche e il tentativo di mantenere un equilibrio sempre più precario, quando il soffitto della sua casa crolla all’improvviso Linda non vede nell’episodio soltanto un incidente domestico, ma il crollo simbolico di una stabilità già compromessa e l’emergere di un’inquietudine che covava da tempo.
La maternità come campo di battaglia emotivo
Se solo potessi ti prenderei a calci racconta la maternità senza filtri, edulcorazioni, eroismo silenzioso o dedizione romantica. Al centro c’è una donna stanca, che ama profondamente la figlia, ma sente quell’amore come un peso enorme, capace, giorno dopo giorno, di consumare ogni altra parte di sé, con la malattia della bambina che amplifica le sue insicurezze.
Ogni scelta – medica, pratica o emotiva – si trasforma così in un possibile errore irreparabile, mentre ogni decisione porta con sé il dubbio di non aver fatto abbastanza o di aver sbagliato, facendo vivere Linda in un costante stato di allerta. Il corpo è teso, la mente piena di pensieri, e la maternità è una sorveglianza continua, dove non c’è spazio per il riposo e il senso di colpa si insinua anche nei momenti di pausa.
Una pressione che emerge soprattutto nei piccoli dettagli quotidiani: dalle telefonate interrotte agli appuntamenti mancati, dagli sguardi giudicanti ai silenzi più pesanti delle parole, ulteriormente esacerbata dalla distanza emotiva del marito, la cui presenza sfumata accentua la solitudine di Linda, costretta a gestire da sola la crisi, mostrando come la maternità possa diventare un’esperienza isolante anche all’interno di una coppia.
La vita professionale e quella privata entrano così in conflitto: Linda, terapeuta abituata ad ascoltare e sostenere il dolore degli altri, si trova incapace di applicare su di sé gli strumenti che offre ai pazienti, e la scomparsa di uno di questi ultimi, insieme al rapporto sempre più fragile con il proprio psicologo, incrina ulteriormente la sua identità. Il confine tra chi cura e chi ha bisogno di essere curato diventa di conseguenza sempre più sottile, mettendo in discussione l’immagine di controllo e competenza che Linda ha costruito nel tempo.
Indagando l’idea che una madre debba essere sempre presente, lucida e capace di gestire tutto, la maternità diventa quindi un campo di battaglia tra ciò che si è e ciò che si dovrebbe essere, delineando il ritratto coerente e credibile di una donna che ama, ma che, nel farlo, rischia di perdersi, oppressa da un ideale impossibile da sostenere.
Rose Byrne: un’interpretazione che sostiene l’intero film
In Se solo potessi ti prenderei a calci, ogni scena passa attraverso gli occhi e il corpo di Rose Byrne, che dà vita a una delle prove più intense e coraggiose della sua carriera, incarnando il malessere di Linda nella postura rigida, nei movimenti nervosi, nel respiro corto che accompagna ogni suo gesto e nel modo in cui occupa lo spazio e si muove dentro le stanze.
Byrne, lavorando per sottrazione, evita gli eccessi melodrammatici che potrebbero trasformare Linda nella caricatura di una madre isterica, facendo arrivare il suo cedimento emotivo non come un crollo improvviso, ma come un lento logoramento, rivelando fin da subito la fragilità e la complessità di una donna consapevole di perdere il proprio controllo.
Tra sguardi febbrili, silenzi carichi di angoscia e risposte trattenute che avvolgono ogni momento, la Byrne non cerca la simpatia dello spettatore, diventando per questo essenziale in un film emotivamente compatto e persistente. Tuttavia, nonostante il suo trasporto viscerale, la narrazione talvolta si appiattisce, scivolando nella monotonia, rendendo evidente come sia grazie a lei se il film conserva profondità e spessore, disturbando e facendo riflettere allo stesso tempo.
Precisione visiva e limiti narrativi
Mary Bronstein sceglie una messa in scena asciutta, concentrata e priva di abbellimenti. Gli ambienti, chiusi e illuminati da luce naturale, aumentano il realismo e creano un’atmosfera a tratti claustrofobica, con la macchina da presa che, restando sempre vicina a Linda e seguendola nel motel, nello studio medico e negli spazi domestici provvisori, fa percepire allo spettatore i suoi stati d’animo, pur riducendo lo spazio per la riflessione.
La sceneggiatura, in tal senso, privilegia l’accumulo di difficoltà rispetto al loro sviluppo: la malattia della figlia, la scomparsa di una paziente, il rapporto distante con il marito e la crisi con il terapeuta si sommano senza concedere respiro alla storia, che tende comunque a ripetersi concentrandosi sugli stessi nodi emotivi. E se da un lato la scelta di restare sempre vicini al punto di vista di Linda garantisce coerenza al film, dall’altro ne limita l’ampiezza, e la crisi costante che accompagna il suo percorso finisce per appiattirne il ritmo, lasciando allo spettatore più la sensazione di saturazione che quella di una reale evoluzione narrativa.
Un film intenso, riuscito a metà ma degno di attenzione
Se solo potessi, ti prenderei a calci in conclusione è un film sincero, sentito e non privo di imperfezioni. Colpisce per il modo in cui affronta sentimenti scomodi, ma paga il prezzo di una certa mancanza di variazioni tonali, richiedendo una buona dose di attenzione che non tutti saranno disposti a concedere. Non è un’esperienza facile né sempre equilibrata, ma dimostra personalità, soprattutto grazie alla forza che la protagonista riesce a sprigionare.
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Emanuela Giuliani
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