Sebastian Stan in Fjord di Mungiu tra radici rumene, identità e paternità in una storia intensa su immigrati e mascolinità moderna.
Nel momento in cui Sebastian Stan accetta di farsi quasi irriconoscibile, Fjord di Cristian Mungiu smette di essere solo un film e diventa una dichiarazione di intenti: un ritorno alle origini, ma anche un confronto diretto con ciò che siamo disposti a sacrificare quando parliamo di identità, colpa e appartenenza. Accanto a Renate Reinsve, l’attore rumeno-americano affronta una storia che mette in discussione pregiudizi, sistemi di potere e il modo in cui le istituzioni guardano agli immigrati, scegliendo ancora una volta di allontanarsi dall’immagine patinata che lo ha reso celebre.
Mentre si prepara alla paternità e al ruolo di supercriminale in The Batman: Part II, Stan, come riportato da Deadline, sembra mosso da una preoccupazione più intima e radicale: “essere uno dei buoni”.
Stan ha riflettuto a lungo sulla figura maschile, studiando e interrogandosi su cosa significhi essere un buon uomo. Ha letto molto, si è confrontato con diversi punti di vista e si pone domande su educazione, giovani e social media. Tutto questo, però, non riguarda un ruolo cinematografico, ma la sua vita privata. Presto, insieme alla compagna Annabelle Wallis, diventerà padre per la prima volta. “Voglio essere un buon padre”, dice semplicemente.
Il suo ultimo film, Fjord, diretto da Cristian Mungiu — Palma d’Oro per 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni — sarà presentato in concorso a Cannes. Stan interpreta Mihai Gheorghiu, padre immigrato che, insieme alla moglie Lisbet (Renate Reinsve), si trasferisce dalla Romania alla Norvegia con cinque figli. La storia, ispirata al caso reale della famiglia Bodnariu, mette in scena il conflitto tra pratiche educative religiose e intervento delle autorità locali, fino a sfociare in un procedimento giudiziario.
Per Stan si tratta anche del primo ruolo recitato interamente in rumeno, lingua che aveva lasciato da bambino dopo aver vissuto la sua infanzia nella Romania di Ceaușescu, prima del trasferimento a Vienna e poi negli Stati Uniti.
Ancora una volta, come in The Apprentice e A Different Man, l’attore rinuncia alla propria immagine da star. Nel film appare trasformato: dentatura imperfetta ricreata con protesi, testa rasata e un aspetto volutamente dimesso. “Non ci ho pensato due volte”, racconta. “Credo che si tratti di servire la storia e questi personaggi, in qualunque modo siano. E a quel punto, devi semplicemente mettere te stesso in secondo piano.”
Cristian Mungiu aveva inizialmente dei dubbi sull’aspetto troppo “bello” dell’attore: “Sebastian è stato molto generoso e ha seguito la mia idea su come avrebbe dovuto apparire Fjord. Come dimostra il film, non ha bisogno di essere bello per tenerti incollato allo schermo.”
Per il trucco dentale Stan si è affidato a Jason Collins, già collaboratore in Pam & Tommy. “Gli ho mostrato alcune foto dei miei vecchi denti prima di mettere l’Invisalign, e lui li ha rifatti”, spiega. Anche la rasatura della testa è stata un esperimento: “Una volta che abbiamo trovato la tecnica giusta, ne sono rimasto entusiasta. Lei continuava a tagliare e tagliare e io pensavo: ‘Continuiamo così’.”
Dietro la trasformazione fisica si inserisce però un tema più ampio: la mascolinità contemporanea. Stan riflette sul disagio dei giovani uomini e sull’assenza di modelli positivi. “Si vede chiaramente come i giovani di oggi soffrano per la mancanza di veri modelli maschili. Al momento stiamo assistendo a molti esempi di uomini narcisisti, aggressivi e arroganti… È incredibilmente sconvolgente. È doloroso da vedere.”
Cita anche autori come Jonathan Haidt e Richard V. Reeves, sottolineando l’impatto dei social media e la fragilità emotiva delle nuove generazioni. “Sento la responsabilità di essere un buon padre. E per non parlare di un buon uomo. Ho 43 anni e sento che, per molti versi, sto iniziando a imparare solo ora.”
Alla domanda su cosa significhi oggi essere un uomo, risponde con un’immagine inattesa: “È buffo, negli ultimi due anni ho iniziato ad associare a volte l’essere uomo al mantenere la posizione del plank per un tempo lunghissimo.” Poi chiarisce: “Credo che si tratti di tolleranza. E penso che sia qualcosa che non stiamo insegnando ai giovani.”
Il discorso si sposta anche sulla sua storia personale: il rapporto con il padre biologico, le difficoltà dell’infanzia da immigrato e il senso di estraneità vissuto da bambino negli Stati Uniti. “Penso che ci sia una vera e propria insicurezza che può essere molto debilitante. Quando sei adulto è diverso. Sei più formato e puoi accettare le cose, ma da bambino non vuoi assolutamente essere diverso.”
Con il tempo, però, quelle differenze sono diventate una risorsa. “È stato solo verso i 17 anni che ho iniziato a pensare: ‘Oh, aspetta, in realtà questo è un bene. Questo è importante’.”
In Fjord, questo vissuto personale trova una risonanza diretta. Stan riconosce infatti nel film molte delle dinamiche legate all’immigrazione: “Ovviamente c’è molta discriminazione nei confronti degli immigrati, perché è come dire: ‘O siete come noi o tornate a casa’.”
Il film, secondo il regista e il cast, non offre risposte semplici, ma mette in discussione certezze e polarizzazioni. “Siamo certi di avere ragione, mentre gli altri sono sempre manipolati, radicalizzati, ingenui”, osserva Mungiu.
Girare il film ha rappresentato anche un ritorno emotivo per Stan. Ritrovare la lingua rumena sul set è stato, per lui, quasi una riappropriazione delle proprie origini. “È stato molto toccante…questo mi ha motivato a voler rendere ancora più giustizia a questa famiglia e a questi personaggi.”
A Cannes, dove il film verrà presentato, Stan tornerà a vivere quel senso di sospensione tra realtà e cinema che descrive come “un sogno”. “È incredibile, e pensi: ‘Non è possibile. Non è possibile che tutte queste persone siano qui per questo’.”
E mentre si prepara ai prossimi impegni, tra cui The Batman: Part II, Stan sembra restare concentrato su un’idea più semplice e concreta: il modo in cui cinema, vita e responsabilità personale si intrecciano nella stessa domanda, ancora aperta, su cosa significhi davvero essere un uomo.






