Serpenti, di Roberto De Paolis Maino, è una tragicommedia grottesca su colpa, violenza di genere e una giustizia che non sa ascoltare.
C’è qualcosa di profondamente paradossale nella storia di Serpenti, il film di Roberto De Paolis Maino, presentato in anteprima all’83. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, nella sezione Venezia Spotlight.
Protagonista Paolo Marra (Leonardo Lidi), che ha ucciso sua moglie e, divorato dal senso di colpa, decide di costituirsi. Tuttavia quello che dovrebbe essere un gesto semplice e definitivo si trasforma in un’odissea surreale: nessuno sembra prendere sul serio la sua confessione e, mentre lui cerca disperatamente di assumersi la responsabilità del delitto, la realtà intorno a lui continua a procedere come se nulla fosse.
Una storia che sceglie la strada della tragicommedia e del grottesco per affrontare una materia tutt’altro che leggera, e il cui punto di partenza è quasi una provocazione narrativa: che cosa succede quando un uomo colpevole non cerca di sottrarsi alla giustizia, ma è la giustizia stessa a non riuscire — o non voler riuscire — a prenderlo in carico? Da questa inversione nasce il paradosso su cui si costruisce l’intero film.
Il grottesco come specchio della realtà
Nel continuo slittamento tra dramma e assurdo Serpenti trova la propria cifra. De Paolis Maino prende di fatto una vicenda che appartiene al territorio più doloroso della cronaca e la attraversa con gli strumenti della commedia nera, senza però trasformare mai la tragedia in qualcosa di semplicemente divertente. Paolo ha ucciso sua moglie: questo dato rimane sempre al centro della storia, anche quando la situazione intorno a lui diventa surreale, e il regista non mostra o enfatizza la violenza, ma si concentra su ciò che avviene dopo, sul rapporto tra la colpa individuale e una società chiamata a riconoscerla.
Paolo non nega ciò che ha fatto e non cerca una giustificazione, al contrario, vuole essere punito, ma la sua volontà di assumersi la responsabilità non trova un interlocutore capace di accoglierla. Poliziotti distratti, avvocati zelanti, cartomanti e cavilli burocratici finiscono per comporre un universo nel quale ogni cosa sembra avere più importanza della verità che Paolo sta cercando di consegnare. Il delitto è lì, evidente, ma viene continuamente sommerso da procedure, equivoci e formalità.
È un meccanismo che porta naturalmente il film verso il paradosso kafkiano. Paolo si trova intrappolato in un sistema che dovrebbe giudicarlo, ma che sembra non riuscire nemmeno a riconoscere la necessità di farlo. La sua ricerca della punizione assume così la forma di un percorso a ostacoli: ogni porta che dovrebbe condurlo verso la giustizia ne apre un’altra, ogni tentativo di spiegarsi genera una nuova complicazione. La dinamica tradizionale del film poliziesco viene completamente ribaltata: non è il colpevole a fuggire dagli investigatori, ma il colpevole a inseguire la propria cattura.
Il grottesco diventa allora qualcosa di più di una scelta stilistica. È lo strumento attraverso cui il film parla della violenza di genere e della difficoltà di riconoscerla nella sua effettiva gravità. Si ride perché le situazioni sono assurde, ma quella risata diventa progressivamente scomoda. Dietro l’avvocato che complica una situazione già paradossale, dietro il poliziotto che non sembra capire, dietro ogni distrazione e ogni cavillo rimane una realtà che non dovrebbe poter essere rimossa: una donna è stata uccisa.
De Paolis Maino evita di trasformare Serpenti in un film a tesi. Non c’è una voce che spiega allo spettatore come interpretare ciò che vede, né il pentimento di Paolo viene utilizzato come scorciatoia per renderlo un personaggio innocente agli occhi del pubblico. Il suo senso di colpa non cancella la responsabilità e il desiderio di essere punito non può diventare una forma di assoluzione. La domanda del film è quindi più complessa: cosa dice di una società il fatto che persino davanti a una confessione così esplicita prevalgano l’indifferenza, l’automatismo e la difficoltà di ascoltare?
Una domanda che prende forma proprio nell’arco temporale della ristretta giornata di Paolo, che produce una sensazione di crescente claustrofobia: il protagonista continua a entrare ed uscire da luoghi incontrando persone, rimanendo però intrappolato nello stesso punto. La storia così, procede e contemporaneamente gira su se stessa, proprio come un serpente, senza però spezzare l’equilibrio tra comicità e inquietudine.
L’ambiente del commissariato diventa quasi un palcoscenico dell’assurdo, popolato da personaggi che sembrano concentrati ciascuno sulla propria piccola funzione e incapaci di vedere la tragedia nel suo insieme. La sceneggiatura sfrutta questi incontri per costruire un crescendo di situazioni paradossali, il cui significato non si esaurisce nella gag.
Ogni equivoco contribuisce a mostrare una realtà nella quale la responsabilità rischia di disperdersi proprio perché nessuno sembra disposto a farsene carico, e in questo universo deformato, Leonardo Lidi interpreta Paolo come un uomo sospeso tra smarrimento e ostinazione. La sua volontà di arrivare fino in fondo alla propria confessione diventa quasi folle quanto l’impossibilità degli altri di ascoltarla. Attorno a lui, Alessandro Borghi, Pietro Castellitto e Valeria Golino danno corpo a quel mondo di figure attraverso cui il film dipinge il proprio ritratto collettivo. Non è soltanto la storia di un uomo e del suo delitto, ma quella di una comunità che, davanti a una verità scomoda, continua a cercare altrove.
Quando l’assurdo diventa inquietante
Serpenti, nelle sale dal 10 settembre, distribuito da Be Water Film, lascia soprattutto una domanda, ed è una domanda che va oltre la vicenda di Paolo: che cosa significa davvero assumersi la responsabilità di una violenza e, soprattutto, che cosa significa per una società essere capace di riconoscerla?
Il film non offre una risposta. Paolo vuole essere punito, ma il suo desiderio non basta a produrre giustizia. La sua colpa resta intatta e il suo pentimento non la cancella; ciò che cambia è lo sguardo rivolto verso tutto ciò che gli sta intorno. Attraverso il paradosso di un uomo che non riesce a farsi arrestare, De Paolis Maino racconta infatti un sistema nel quale la realtà rischia continuamente di essere rimossa dietro le procedure e le convenzioni.
E forse è proprio qui che Serpenti trova il suo punto di forza: nel momento in cui lo spettatore ride davanti all’assurdità della situazione, il film gli ricorda che quella situazione nasce da una tragedia reale. Il sorriso si spegne, resta il disagio, e con esso la consapevolezza che la giustizia non consiste soltanto nel punire chi ha commesso una violenza, ma anche nella capacità di una società di ascoltare, riconoscere e non voltarsi dall’altra parte.
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Emanuela Giuliani
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