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Sirāt: la sceneggiatura del film vincitore a Cannes e la ricerca esistenziale di Oliver Laxe

Sirāt di Oliver Laxe: la sceneggiatura del film premiato a Cannes, un rave nel deserto e una ricerca esistenziale alla fine del mondo.

Sirāt, vincitore del Premio della Giuria al Festival di Cannes, segna una delle opere più intense di Oliver Laxe. Scritto e diretto dal regista spagnolo, il film è stato presentato in anteprima mondiale in concorso alla 78ª edizione del Festival di Cannes, dove ha ricevuto il prestigioso riconoscimento, ed è stato scelto come candidato spagnolo agli Oscar per il miglior film internazionale.

Sirāt ha ricevuto inoltre numerose nomination internazionali, tra cui quelle ai Gotham Awards, Critics Choice, Independent Spirit Awards, Golden Globes e ben nove candidature agli European Film Awards.

La storia si apre con un rave EDM illegale nel deserto marocchino. Protagonista è Luis (Sergi López), un padre di mezza età che viaggia con il figlio più piccolo, Esteban (Bruno Núñez Arjona). I due stanno cercando Mar, la figlia maggiore di Luis, scomparsa dopo essersi immersa nella cultura rave nomade. Durante la festa distribuiscono volantini con la sua foto, ma l’evento viene bruscamente interrotto da un’irruzione della polizia, mentre in sottofondo si diffondono inquietanti comunicazioni radio su un conflitto globale in escalation.

Convinto che Mar possa trovarsi a un altro rave vicino al confine con la Mauritania, Luis prende una decisione impulsiva: unirsi a un piccolo gruppo di raver e seguirli attraverso il duro e inospitale deserto del Saghro. Quella che inizia come una semplice ricerca si trasforma presto in un viaggio estremo, una prova di resistenza fisica ed emotiva. Man mano che le energie e le certezze dei personaggi si consumano, la ricerca raggiunge un punto di svolta drammatico e scioccante, che spezza definitivamente la visione del mondo di Luis.

Il film, la cui sceneggiatura grazie a Deadline potete leggere qui: SIRAT, si concentra soprattutto sulla trasformazione del protagonista. Luis è un uomo schiacciato dal senso di colpa e dall’impotenza, incapace di proteggere la figlia e di ricucire il legame familiare. Rappresenta il mondo “normale”, in netto contrasto con i raver, che incarnano uno stile di vita radicalmente alternativo. Questo gruppo di spiriti liberi, segnati anche fisicamente da cicatrici e mutilazioni, vive ai margini della società e cerca la trascendenza attraverso la musica, il corpo e l’estasi collettiva. Durante il viaggio, Luis ed Esteban vengono lentamente accolti da questa comunità, e il padre inizia ad abbandonare la sua ossessione iniziale, avvicinandosi a una forma di accettazione fatalistica della perdita e del caos.

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I temi di Sirāt affondano le radici nell’allegoria metafisica e nella critica al presente. Il titolo richiama il Sirāt dell’escatologia islamica: il ponte sottile come una lama che separa paradiso e inferno. Questo simbolo prende forma nel viaggio dei protagonisti, sospesi tra sopravvivenza e distruzione, speranza e annientamento.

Il film è una profonda ricerca esistenziale sul bisogno umano di significato ai margini della civiltà. La cultura rave viene rappresentata come un pellegrinaggio moderno, una ricerca spirituale attraverso la danza e la perdita di sé. Il deserto marocchino, vasto e indifferente, diventa un vero e proprio personaggio, costringendo gli esseri umani a confrontarsi con la mortalità, la natura e la fine delle certezze. Sullo sfondo, la minaccia di un collasso globale suggerisce che il viaggio nel deserto sia anche una fuga apocalittica, un tentativo di trovare senso e libertà proprio mentre il mondo sembra avviarsi verso la fine.


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