Il documentario su Giulio Regeni arriva su Sky tra storia personale, indagini e battaglia giudiziaria per fare luce sul suo caso.
Giulio Regeni – Tutto il male del mondo, diretto da Simone Manetti e scritto da Emanuele Cava e Matteo Billi, prodotto da Ganesh Produzioni e Fandango, è il primo documentario che ripercorre la storia di Giulio Regeni e le terribili violenze che ha subito, intrecciandole con la lunga vicenda giudiziaria legata al suo sequestro, alle torture e all’omicidio del giovane ricercatore italiano, trovato morto nei pressi del Cairo il 3 febbraio 2016.
Il documentario, in onda su Sky Documentaries il 20 maggio alle 21.15 e disponibile anche su NOW e on demand, racconta per la prima volta la storia di Giulio Regeni attraverso le parole dei genitori, Claudio Regeni e Paola Deffendi. Sono loro a guidare il racconto, portando lo sguardo di chi non ha mai smesso di cercare la verità, anche a fronte del regime di Abdel Fattah al-Sisi.
Accanto a loro, la testimonianza dell’avvocata Alessandra Ballerini, che ha seguito la famiglia nel lungo percorso giudiziario culminato nel 2023 con l’apertura del processo a quattro agenti della National Security egiziana. Il procedimento, avviato nel 2024, è atteso a sentenza entro la fine del 2026.
Giulio Regeni aveva 27 anni ed era originario di Fiumicello Villa Vicentina, in provincia di Udine. Dopo il Collegio del Mondo Unito negli Stati Uniti, si laurea a Leeds in Arabic and Politics e prosegue gli studi a Cambridge. Nel 2015 si trasferisce al Cairo per una ricerca sui sindacati egiziani.
Il 25 gennaio 2016 scompare, nel giorno dell’anniversario della rivoluzione di Piazza Tahrir. Il corpo viene ritrovato il 3 febbraio ai margini di una strada: i segni delle torture sono evidenti. “Ho visto sul suo volto tutto il male del mondo”, dirà la madre Paola Deffendi.
Il regista Simone Manetti ha spiegato che il film non vuole essere un’inchiesta né un true crime, ma un racconto più intimo e umano. Le voci sono quelle di chi ha vissuto davvero questa storia, senza filtri esterni, in un intreccio tra dimensione privata e contesto politico più ampio.
Le immagini d’archivio diventano uno strumento narrativo, quasi una macchina del tempo, mentre materiali quotidiani e frammenti di realtà costruiscono un racconto immersivo. Il risultato è un andamento lento e continuo, che procede per accumulo, lasciando emergere la storia gradualmente, senza accelerazioni improvvise.






