The Basics of Philosophy

The Basics of Philosophy, recensione: Schrader torna a Venezia, ma il film resta a metà

Paul Schrader torna a Venezia con The Basics of Philosophy, tra colpa, passato e filosofia, in un film che mostra i limiti del suo cinema.

Dopo The Card Counter nel 2021 e Master Gardener nel 2022, Paul Schrader torna al Lido per l’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia con The Basics of Philosophy, in cui ancora una volta al centro di una storia che mette un uomo di fronte al proprio passato.

Protagonista è John Jorrisen, un professore di filosofia interpretato da Jack Huston, che conduce un’esistenza ordinata tra lezioni, studio e una quotidianità scandita da abitudini consolidate, la cui stabilità viene però incrinata dal ritorno di Miguel, legato a un episodio che John aveva cercato di lasciarsi alle spalle. La sua comparsa riapre una ferita rimasta a lungo nascosta e obbliga l’uomo a interrogarsi sulle proprie responsabilità, e le convinzioni elaborate nel corso degli anni si scontrano così con una realtà che non può più essere ignorata.

Schrader costruisce così attorno a questo conflitto una riflessione sulla colpa, sulla responsabilità e sul rapporto tra filosofia ed esperienza, interrogandosi anche sulla possibilità di cambiare quando le conseguenze delle proprie azioni tornano a presentare il conto.

Il passato non si lascia archiviare

Il cuore di The Basics of Philosophy è la colpa e il rapporto di John con ciò che ha fatto. Per anni il protagonista ha costruito una vita stabile, cercando di prendere le distanze da una vicenda che considera ormai chiusa, ma il ritorno di Miguel incrina questa convinzione e lo costringe a fare i conti con le conseguenze delle proprie scelte, mostrando come il tempo possa modificare una persona senza però cancellare ciò che è accaduto.

La scelta di fare di John un professore di filosofia aggiunge un elemento importante a questo conflitto, perché mette il personaggio nella condizione paradossale di trascorrere le proprie giornate a interrogarsi su esistenza, morale e natura dell’uomo mentre, quando le stesse questioni riguardano direttamente la sua esperienza, gli strumenti del pensiero si rivelano insufficienti. John conosce le teorie e sa riflettere su ciò che è giusto o sbagliato, ma una cosa è ragionare su un principio e un’altra è assumersi una responsabilità che lo coinvolge personalmente: la filosofia può aiutarlo a formulare le domande, ma non può offrirgli una risposta capace di risolvere il conflitto.

Da questo contrasto nasce la tensione tra la razionalità con cui John cerca di interpretare le proprie decisioni e una dimensione dell’esperienza che non può essere ricondotta interamente al ragionamento. Comprendere le ragioni che hanno portato a una determinata scelta, infatti, non significa poterne modificare le conseguenze, e proprio per questo il pensiero assume una funzione ambivalente: da una parte permette al protagonista di analizzare ciò che gli è accaduto, dall’altra gli offre la possibilità di mantenere una distanza da ciò che fatica maggiormente ad affrontare.

La possibilità di cambiare conduce così al tema della redenzione, centrale nel cinema di Schrader, dove la trasformazione personale passa spesso attraverso il riconoscimento di una colpa e l’accettazione delle sue conseguenze. Per John il cambiamento non può quindi coincidere con la semplice volontà di ricominciare, perché prima di tutto richiede di riconoscere ciò che è stato fatto e di accettarne il peso; il film evita così di presentare la redenzione come una soluzione immediata, lasciandola piuttosto come un percorso incerto che può iniziare soltanto quando il protagonista smette di cercare una distanza tra sé stesso e le proprie responsabilità.

A questa dimensione si lega anche la solitudine che caratterizza John. Sebbene viva a contatto con gli altri, tra l’università e le sue relazioni, il protagonista rimane isolato nella propria esperienza, incapace di condividere fino in fondo ciò che porta dentro di sé. La distanza tra l’esistenza ordinata che ha costruito e il peso che continua a portarsi dietro diventa sempre più evidente quando il suo equilibrio viene meno, inserendolo nella lunga galleria di personaggi schraderiani che cercano nella disciplina, nella routine e nel controllo un modo per tenere a bada una crisi interiore.

Questa condizione trova una corrispondenza nella regia, asciutta e controllata, che affida gran parte della tensione ai silenzi, agli spazi chiusi, ai dialoghi e ai piccoli cambiamenti nel comportamento di John. Il ritmo lento lascia alla vicenda il tempo di seguire l’evoluzione psicologica del personaggio senza ricorrere continuamente a momenti di forte impatto, una scelta coerente con il tipo di racconto ma che finisce anche per legare buona parte dell’efficacia del film alla capacità dello spettatore di assecondarne i tempi.

Il rapporto con la filmografia di Schrader emerge con particolare evidenza nel modo in cui viene costruito John. Da Taxi Driver a First Reformed, passando per The Card Counter e Master Gardener, il regista ha più volte raccontato uomini segnati dalla solitudine, dalla disciplina e da una crisi personale che mette in discussione l’ordine attraverso cui hanno cercato di organizzare la propria esistenza. John appartiene chiaramente alla stessa famiglia di personaggi, ma proprio questa familiarità rende il suo percorso meno sorprendente, soprattutto per chi conosce già il cinema del regista e riconosce nelle sue dinamiche alcuni sviluppi già esplorati in precedenza.

È proprio la vicinanza ai lavori precedenti a rappresentare uno dei principali limiti di The Basics of Philosophy. Alcuni passaggi dedicati alle questioni filosofiche e morali risultano infatti molto insistiti e rischiano di appesantire il rapporto tra riflessione e racconto, mentre gli altri personaggi rimangono in parte subordinati al percorso del protagonista. Il film riprende così elementi ormai riconoscibili del cinema di Schrader — la colpa, la solitudine, la disciplina, la possibilità di redenzione — ma non sempre riesce a svilupparli con una forza sufficiente per trasformarli in qualcosa di davvero nuovo.

Una strada già percorsa

Con The Basics of Philosophy, Paul Schrader torna con un film che conferma il legame con il suo cinema, senza però aggiungere molto a un percorso ormai ampiamente riconoscibile. Il film mantiene una costruzione controllata e una precisa direzione, ma procede in modo piuttosto lineare e non sempre riesce a dare alla storia il peso che le sue premesse sembrerebbero promettere. Alcune scelte risultano efficaci, altre invece lasciano una sensazione di incompiutezza, soprattutto nei passaggi in cui il film avrebbe bisogno di maggiore incisività.

E’ un film che si lascia seguire e conserva i tratti distintivi del suo autore, ma senza raggiungere la forza dei suoi risultati migliori. Più che un nuovo punto di svolta, il ritorno di Schrader a Venezia è come un film di continuità, che confermare una direzione già conosciuta senza riuscire davvero a rinnovarla.

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Emanuela Giuliani

Il Voto della Redazione:

6


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