The Beauty, un inizio promettente per la nuova serie creata da Ryan Murphy, che esplora i confini tra bellezza, potere e controllo.
Nell’antica arte giapponese, la particolare tecnica del Kintsugi insegna a riconoscere le ferite come tracce di esperienza e a trasformare cadute e fragilità in segni di resilienza. L’oro, infatti, scorrendo tra le fessure, rimargina le crepe, esaltandole come una memoria luminosa e rendendo ciò che era spezzato un’opera irripetibile. Ma cosa accadrebbe se la bellezza smettesse di essere un privilegio e diventasse una condanna, il cui costo è la vita stessa?
The Beauty, la nuova serie FX creata da Ryan Murphy e Matthew Hodgson, in arrivo il 22 gennaio su Disney+, risponde a questa domanda con un incipit disturbante e magnetico, che tra passerelle d’alta moda, corpi perfetti e morti inspiegabili crea un mondo in cui l’ossessione per l’apparenza si trasforma rapidamente in orrore.
Ponendo le basi di un thriller globale che fonde crime, fantascienza e critica sociale, con ritmo incalzante e immagini di forte impatto, i primi due episodi, che abbiamo visto in anteprima, ci catapultano in un’indagine internazionale, scaturita dalla morte brutale di alcune top model. Gli agenti dell’FBI Cooper Madsen (Evan Peters) e Jordan Bennett (Rebecca Hall) arrivano a Parigi per seguire le tracce di un fenomeno inspiegabile, scoprendo un virus sessualmente trasmissibile capace di rendere chiunque fisicamente perfetto.
La narrazione cambia così radicalmente prospettiva introducendo figure chiave come Jeremy (Jeremy Pope), tragico e umano simbolo del desiderio di riscatto sociale; l’entità oscura The Corporation, guidata dal miliardario interpretato da Ashton Kutcher; e The Assassin, dal volto di Anthony Ramos, che alimenta la tensione dell’indagine, che a tutti gli effetti è una corsa contro il tempo.
Il corpo come terreno di dominio
In The Beauty, la bellezza non è mai un pretesto, ma un’ideologia da smontare e, fin dalle prime sequenze, viene costruito un universo elegante ma inquietante, in cui ciò che appare desiderabile è uno strumento di controllo. La perfezione estetica diventa così un linguaggio del potere, un mezzo per legittimarlo e renderlo socialmente accettabile, con il corpo umano come terreno di battaglia di una nuova forma di dominio e il virus come metafora estrema della dittatura dell’immagine contemporanea.
Promettendo bellezza, successo e inclusione, ma imponendo al contempo una riscrittura totale dell’identità, questa trasformazione radicale, solo in apparenza volontaria, si rivela il prodotto di pressioni culturali profondamente interiorizzate. Se la sceneggiatura mette in luce come il desiderio di “migliorarsi” sia già plasmato da norme estetiche oppressive, la regia ne amplifica ulteriormente l’ambiguità, evocando un body horror che richiama, per alcuni aspetti, l’acclamato The Substance di Coralie Fargeat, con protagoniste Demi Moore e Margaret Qualley.
Un contesto che riduce inevitabilmente il corpo a una vera e propria merce di potere: chi accetta “La Beauty” crede di esercitare il libero arbitrio, ma in realtà finisce per rimanere intrappolato in un sistema capace di modellare sogni, aspettative e insicurezze.
Mostrando con chiarezza come il bisogno di riconoscimento possa progressivamente mutare in assoggettamento, la serie mette così in luce il dominio delle multinazionali tecnologiche e farmaceutiche, con The Corporation, emblema di un capitalismo estremo che sfrutta la bellezza come risorsa economica in un modo tanto rassicurante quanto disumanizzante, in netto contrasto con le conseguenze reali delle scelte compiute.
Un meccanismo che fa emergere una serie di fragilità e invisibilità sociali, incarnate in questo caso da Jeremy, il cui percorso apre una dimensione più intima ed emotiva del racconto, portando alla luce la vulnerabilità di chi vive ai margini di un sistema che premia esclusivamente la perfezione.
Un’instabilità che non rappresenta soltanto il punto di rottura della narrazione: dietro ogni corpo “perfetto” si cela spesso un bisogno disperato di riconoscimento, ma che riflette anche la realtà contemporanea, in cui l’ossessione per l’apparenza e la pressione a conformarsi agli standard estetici richiamano la pericolosa influenza dei social media sui giovani. In questo contesto, filtri, like e commenti trasformano l’approvazione virtuale in un vero e proprio sistema di controllo psicologico.
Gli stereotipi di genere e i modelli di bellezza impossibili, rafforzati dai media, influenzano il modo in cui le persone pensano, si comportano e sognano il proprio futuro. In questo clima, l’aspetto fisico è una forma di valore e di potere, e la serie promette di mostrare come tali pressioni incidano sulle scelte personali, sui rapporti con gli altri e sulla formazione dell’identità, rendendo sempre più difficile distinguere tra ciò che si desidera davvero e ciò che viene imposto dall’esterno.
Un inizio potente e promettente
The Beauty, unendo estetica e narrazione, attraverso questi primi due episodi introduce una storia definendo con chiarezza il tono e le ambizioni della serie. Visivamente e narrativamente audace, oltre che tematicamente provocatoria, la produzione FX ha tutte le carte in regola per essere un thriller capace di intrattenere e far riflettere, usando il genere e il body horror per smontare, pezzo dopo pezzo, l’attuale mito della perfezione.
Pur lasciando, ovviamente, molte domande aperte, questo avvio riesce nel suo obiettivo principale: affascinare e spingere lo spettatore a interrogarsi su quanto, in fondo, la perfezione sia davvero desiderabile, fino a che punto saremmo disposti a spingerci per raggiungerla e cosa saremmo pronti a sacrificare lungo il percorso. Un inizio, in conclusione, solido, che anticipa sviluppi ancora più intriganti.
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Emanuela Giuliani
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