The Echo Chamber di Andrea Pallaoro racconta un amore che non riesce a finire, in un film intenso ma incapace di lasciare il segno.
Ci sono storie d’amore che terminano con una separazione e altre che continuano a esistere anche quando sembra non esserci più nulla da salvare, e dentro questa zona incerta, fatta di legami che resistono al tempo e di presenze che non smettono di farsi sentire, si muove The Echo Chamber, il nuovo film di Andrea Pallaoro.
In Concorso all’83ª Mostra del Cinema di Venezia, il film nasce dall’ultima sceneggiatura di Bernardo Bertolucci, scritta insieme a Ilaria Bernardini e Ludovica Rampoldi. Un incontro tra una scrittura che porta con sé l’eredità di uno dei grandi autori del cinema italiano e lo sguardo personale di Pallaoro, sostenuto dalle interpretazioni di Luca Marinelli, Alicia Vikander e Susan Sarandon.
Leo (Marinelli) e Anne (Vikander) sono al centro di una relazione che sembra non trovare mai una vera conclusione. Si incontrano, si allontanano e tornano a cercarsi, mentre la voce di Ava (Sarandon) attraversa la loro storia come una presenza difficile da collocare, sospesa tra ciò che è accaduto e ciò che continua ad accadere. Pallaoro sceglie di raccontare questo intreccio senza affidarsi a facili risposte, ma lasciando che siano i personaggi, i loro gesti e le atmosfere a costruire progressivamente il senso della vicenda.
The Echo Chamber arriverà nei cinema il 10 settembre con 01 Distribution, e il titolo sembra già suggerire la natura della storia: un suono che rimbalza e torna continuamente al punto di partenza, anche alcune storie sembrano incapaci di scomparire davvero.
Un amore che si ripete
In The Echo Chamber, l’amore non ha mai una forma davvero rassicurante o idealizzata. Quello tra Leo e Anne vive dentro una contraddizione continua: li avvicina e, allo stesso tempo, li allontana; li rende indispensabili l’uno all’altra e, proprio per questo, rischia di togliere a entrambi la possibilità di essere davvero liberi. Si cercano perché hanno bisogno l’uno dell’altra, ma è proprio questo bisogno a rendere il loro rapporto sempre più difficile da sostenere. L’amore può quindi essere un luogo in cui sentirsi a casa, ma anche quello in cui la propria identità comincia lentamente a confondersi con quella dell’altro. È un sentimento che nasce dalla cura, ma che può finire per trasformarsi in dipendenza, soprattutto quando alla paura di perdere qualcuno si sostituisce il bisogno di trattenerlo.The Echo Chamberprova a raccontare proprio questa ambiguità, anche se non sempre riesce a darle una profondità che vada oltre la suggestione.
La stessa idea si riflette nella memoria, che nel film sembra non permettere mai al passato di rimanere davvero tale. Il titolo,The Echo Chamber, diventa allora una metafora abbastanza evidente: come un suono che rimbalza sulle pareti, anche ciò che è stato continua a tornare. Parole, gesti e ferite riaffiorano nel presente, ma ogni volta in una forma leggermente diversa, perché anche il ricordo cambia ciò che abbiamo vissuto. Le persone che abbiamo amato possono così continuare a esistere dentro di noi non per come erano realmente, ma per come abbiamo imparato a ricordarle.
In questo senso, la figura di Ava assume un ruolo importante. La sua voce, infatti, attraversa la storia, tra presenza e assenza, riportando nel presente ciò che dovrebbe essere nel passato, legandosi in modo naturale agli spazi del film e facendo delle stanze, e soprattutto della casa, luoghi in cui i ricordi sembrano essere rimasti intrappolati. La casa protegge, ma trattiene anche; può essere un rifugio e, allo stesso tempo, una prigione, e Pallaoro riesce a far sentire come un ambiente possa conservare le tracce di una relazione anche quando questa sembra essere finita.
Un legame così difficile da spezzare che porta anche a interrogarsi sull’identità, con Leo e Anne che non soltanto sono incapaci di dimenticarsi, ma non sanno più bene chi potrebbero essere senza l’altro. Abitudini, ricordi, paure e desideri continuano infatti a seguirli, rendendo più difficile capire dove finisca l’uno e inizi l’altro. Lasciare andare qualcuno significa allora anche confrontarsi con ciò che quella relazione ha lasciato dentro di sé.
Proprio questa difficoltà a separarsi e a riconoscersi al di fuori del rapporto fa emergere anche i limiti del film, che torna sulle stesse immagini e sugli stessi concetti, insistendo sull’eco, sulla memoria e sull’assenza senza riuscire a portarli più lontano. Ciò che sulla carta appare ricco di possibilità finisce così per rimanere rarefatto, e nonostante sia ben chiaro cosa The Echo Chambervuole raccontare, non sempre trova il modo di renderlo altrettanto coinvolgente sul piano emotivo.
Dimenticare quindi non è la soluzione, e liberarsi dal passato significa imparare a conviverci senza permettergli di determinare il presente. Un’intuizione senza dubbio forte, che il film non sviluppa con la stessa intensità, lasciando, dietro una metafora suggestiva e tematiche profonde, la sensazione che avrebbe avuto bisogno di andare oltre le proprie suggestioni per lasciare davvero il segno.
Quando la sottrazione diventa limite
L’ultima sceneggiatura di Bernardo Bertolucci, scritta insieme a Ilaria Bernardini e Ludovica Rampoldi, nelle mani di Andrea Pallaoro diventa un film essenziale, fatto soprattutto di dialoghi misurati e situazioni lasciate aperte, in cui i personaggi emergono poco alla volta senza che vengano fornite spiegazioni immediate. Questa scelta tuttavia, funziona solo in parte, perché se da un lato lascia spazio a ciò che i personaggi non dicono, dall’altro alcuni momenti sembrano poco sviluppati e la storia perde tensione faticando a sostenere la sua durata.
A tenere insieme questi momenti sono però Luca Marinelli, Alicia Vikander e Susan Sarandon. Marinelli delinea un Leo fatto di gesti e cambiamenti quasi impercettibili; Vikander una Anne difficile da decifrare, con cui trova una buona sintonia, mentre la Sarandon è più netta, pur rimanendo ai margini.
Pallaoro segue tutti loro con una regia composta, attenta ai volti e alla costruzione delle inquadrature, senza cercare effetti vistosi e lasciando che le situazioni si sviluppino con i propri tempi. Se da un lato alcuni momenti hanno una notevole precisione, dall’altro, quando la scena non trova una tensione sufficiente a sostenerla, il film rallenta.
Un discorso a parte meritano le musiche di Clémen Ducol, che accompagnano il film e contribuiscono a mantenere quella sensazione di sospensione che attraversa l’intera storia, dando maggiore intensità ai momenti in cui immagini e silenzi prendono il posto dei dialoghi. Le musiche risuonano dentro i personaggi e di riflesso nello spettatore, amplificando quella sensazione di inquietudine e malinconia fil rouge della storia.
Ed è forse proprio qui che The Echo Chamber riesce a esprimere meglio ciò che vuole raccontare, affidandosi più alle sensazioni che alle spiegazioni.
Ciò che resta di noi
Ciò che resta di The Echo Chamber è un film che chiede molto allo spettatore non restituendo però sempre quella forza in grado di rendere compatta un’esperienza che procede tra passaggi riusciti e altri in cui l’interesse diminuisce. Pallaoro mostra una visione precisa, che non si traduce sempre in un risultato altrettanto significativo, ma che ha il merito di non cercare soluzioni facili, affidandosi a una misura che spesso invece di amplificare ciò che racconta, ne attenua l’impatto. Un’opera con delle qualità evidenti, dalle intense immagine e interpretazioni, interessante nelle premesse, ma troppo discontinua negli esiti per riuscire davvero a lasciare il segno.
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Emanuela Giuliani
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