“The Fabelmans” – Recensione: i film sono sogni che non dimenticherai mai

“The Fabelmans” – Recensione: i film sono sogni che non dimenticherai mai

Che percorso singolare, quello di Steven Spielberg. Venuto al mondo (dell’arte) con un film come “Duel”, concepito per la televisione ma cinematografico in ogni senso possibile, totalmente inscritto nei codici del genere almeno quanto “Lo squalo” (che i suoi generi di riferimento, l’orrore e l’avventura, li ha trasfigurati dall’interno) e poi, dopo cinquant’anni dedicati alla perlustrazione di ogni territorio cinematografico esistente, dalla fantascienza classica a quella distopica, dal war movie al monster movie, ritornare a casa.

Letteralmente con “The Fabelmans”; ritornare a una sorta di grembo in cui poter scomporre se stessi solo risalendo il viale della propria vita, dalla fanciullezza all’infanzia, fino all’essenza di ciò che si ama. E ciò che Spielberg ama, è evidente nel suo primo biopic e nella sua prima commedia vera e propria dai tempi di 1941 – “Allarme a Hollywood”, ha una doppia anima in cui cinema e famiglia, film e genitori, si avvitano in un abbraccio tenace e strettissimo, indissolubile e cristallizzato nel tempo.

È un grembo materno quello a cui si fa ritorno, perché la lettera d’amore che viene firmata da Spielberg ha come destinatario prioritario una madre di cui ogni fragilità viene esaltata per essere deificata, ogni anomalia canonizzata e resa graziosa, poesia bellissima a cui far risalire la propria identità nella sua integrità. È vero, “The Fabelmans” è prima di tutto una missiva d’amore al cinema, ma non riesce a possedere (e non vuole possedere) nulla dello sfoggio onanistico di una conoscenza cinefila sterminata, che tuttavia Spielberg ha sempre esibito nel suo passato attraverso un utilizzo del mezzo cinematografico consapevole e totalmente dipendente dai dettami dei suoi maestri (basti ragionare sulla disinvoltura con cui passa dal linguaggio registico della golden age sci-fi, con “War of the Worlds”, a quello dello spionaggio anni settanta, con “Munich” e “The Post”).

“The Fabelmans” non è la sfilata di omaggi e citazioni del postmoderno, né una nostalgica passeggiata sul sunset boulevard del cinema che fu: ragiona, anzi, sul rapporto di reciprocità che esiste fra i sogni della mente e quelli di celluloide, e lo fa con il piglio intimista di un racconto di formazione multitono (non c’è solo commozione) in cui la vocazione viene inquadrata come parte essenziale del sé e la fondazione di una personalità fatta risalire alle affinità famigliari.

Per restituire allo spettatore il proprio sguardo sul cinema Spielberg deve contemplarlo con gli stessi occhi con cui ha ammirato ogni oggetto di meraviglia al centro dei suoi film, fossero anche dinosauri: per questo la soggettività è l’angolatura ideale per tratteggiare l’oggetto di meraviglia al centro del suo film sul cinema, e per questo l’oggetto cinema diventa parte inseparabile della sua storia personale. Ed è evidente che alla base di The Fabelmans” vi sia soprattutto una concretizzazione della materia astratta: se il cinema è un sogno che viene trasposto su uno schermo, perché sembra così reale? Parlare di film, di super8, Arriflex o Bolex, di pellicola, degli strumenti di cui è fatto il cinema anziché di “cinema”, e a parlare di persone, di madri e padri, di amici e rivali, di bulli e compagni, di ragazze e ragazzi, anziché di “ricordi” o, peggio, “vita”, è la paradossale risposta alla domanda e la logica soluzione del regista dello stupore.

Autobiografico, personalissimo, intimo e al tempo stesso così unanime, così condiviso e universale, The Fabelmans” unisce in questo modo gli organi della settima arte ai meccanismi di funzionamento della memoria e dei sogni, assemblandoli nel resoconto soggettivo e parziale di un’esistenza votata in maniera dogmatica alla missione di raccontare, e di raccontare per immagini.

Un impegno di fedeltà che ripete e prosegue la stessa fedeltà di quella madre interpretata da Michelle Williams, la sola dei due genitori a saper come lui ragionare per musica e non per parole, a preferire l’incanto alla realtà (per questo, con il genio del fidato Janusz Kamiński, le manifestazioni di lei hanno la stessa patina fiabesca e onirica delle immagini cinematografiche). Un incarico di lealtà e di preservazione, che è suggerito da un istinto di proiezione (oltre che protezione), per quel figlio che a 6 anni, folgorato in una sala cinematografica dal pirotecnico incidente ferroviario de Il più grande spettacolo del mondo, decise ancora un po’ spaventato quale sarebbe stato il suo costante presente e il suo più grande amore.

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Federica Cremonini


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