The Only Living Pickpocket in New York

The Only Living Pickpocket in New York, recensione: un borseggiatore alle prese con un mondo che cambia

The Only Living Pickpocket in New York con John Turturro è un crime malinconico tra vecchia criminalità, nostalgia e una città che cambia.

Che cosa succede quando il mondo cambia al punto da non lasciare più spazio a ciò che sappiamo fare meglio? È da questa domanda che prende forma The Only Living Pickpocket in New York, il film scritto e diretto da Noah Segan, presentato alla 21esima Festa del Cinema di Roma, con John Turturro nei panni di Harry Lehman, un borseggiatore di vecchia scuola che si muove per le strade di New York, avvolto nel suo cappottone di tweed, con la discrezione e la precisione di chi ha trasformato il proprio mestiere in un’arte.

Harry conosce i gesti, le distrazioni e i ritmi della folla, sa riconoscere le occasioni e scomparire senza lasciare traccia. Eppure, mentre lui continua a fare ciò che ha sempre fatto, immerso nella musica jazz e in un’aura malinconica e anacronistica, il mondo in cui ha imparato a sopravvivere si muove rapidamente.

E quando una vicenda lo trascina in una situazione pericolosa, la sua vita prende una direzione inattesa. Quella che sembra una semplice lotta per la sopravvivenza si trasforma, infatti, in un viaggio tra le contraddizioni di un uomo legato a un passato ormai lontano, costringendolo a confrontarsi con le conseguenze delle proprie azioni, i propri affetti e la ricerca di un posto in una città in continua evoluzione.

Un uomo fuori dal tempo

Harry non è un eroe tradizionale, ma nemmeno un criminale costruito per suscitare soltanto disprezzo, e la sua storia nasce dalla necessità di continuare a vivere. Ha fatto del borseggio il proprio mestiere sviluppando nel corso degli anni un codice personale attraverso cui dare una parvenza di ordine a un’esistenza ai margini. La sua abilità non è soltanto tecnica, ma è il frutto dell’esperienza accumulata nel tempo, della conoscenza minuziosa del comportamento umano e della capacità di osservare ciò che gli altri non vedono.

Non possiede grandi ambizioni, non cerca una redenzione e non ha bisogno di trasformarsi in una figura eccezionale per risultare interessante. Harry non vuole cambiare il mondo, ma cerca disperatamente di non esserne espulso, e il suo dramma non consiste semplicemente nel trovarsi coinvolto in una situazione pericolosa, ma nella progressiva perdita di valore del suo mestiere. In una società dominata da una violenza immediata, in cui tutto può precipitare da un momento all’altro e il denaro contante lascia sempre più spazio ai pagamenti digitali, il borseggio sembra appartenere oramai a un’altra epoca.

La modernità quindi non ha bisogno di distruggerlo fisicamente, poichè le basta rendere superfluo ciò che sa fare, ed è qui che il film parla di una condizione che va ben oltre il mondo criminale. Quante persone, infatti, si ritrovano, a un certo punto della propria vita, a scoprire che le competenze sulle quali hanno costruito la propria identità non sono più sufficienti? Quante volte il cambiamento viene presentato come un progresso inevitabile, senza considerare coloro che rischiano di rimanere indietro?

In tal senso Harry diventa il simbolo di chi non riesce a riconoscersi nella velocità del presente, in un mondo che sembra aver smesso di comprendere proprio coloro che non riescono a tenere il suo passo. L’invecchiamento emerge così come una delle dimensioni più amare del film, non tanto attraverso la stanchezza o la perdita di agilità, quanto nella trasformazione del rapporto con la realtà. L’esperienza, la memoria dei luoghi e la capacità di leggere le persone non garantiscono più a Harry la sicurezza di un tempo, mentre il passato, anziché rappresentare una risorsa per affrontare il presente, diventa un territorio in cui non può tornare e dal quale non riesce a separarsi.

Una condizione resa ancor più dolorosa dal rapporto con sua moglie Rosie, che gli impone responsabilità a cui non può sottrarsi solo perché la vita è diventata più difficile. Questo legame permette di comprendere meglio le sue scelte e restituisce alla sua attività una dimensione umana, aprendo una riflessione sulla dignità e sulla cura in una società che misura il valore delle persone attraverso la produttività e la capacità di adattarsi, dimenticando che non tutto si riduce a denaro o prestazioni e che alcuni legami conservano il proprio valore anche quando ogni altra certezza viene meno.

Harry può sentirsi inutile agli occhi della società, ma non vuole esserlo per la persona che ama. Nel tentativo di proteggerla, il bisogno di sopravvivere si intreccia con quello di continuare a essere importante per qualcuno, spingendolo a salvare il salvabile senza perdere del tutto se stesso. Più che sapere se riuscirà a cavarsela, conta allora capire fin dove sarà disposto a spingersi e quanto gli costerà, con New York ad accompagnarlo e riflettere il suo stato d’animo.

Una New York che Harry conosce intimamente, come una persona con cui ha condiviso una parte importante della propria vita. Non è quella scintillante delle immagini turistiche, né la metropoli frenetica simbolo di ambizione e successo, ma una città ruvida e malinconica, fatta di strade attraversate da una folla sempre più distratta e di attività commerciali in cui emerge una bellezza quotidiana, capace di ricordare a Harry che il mondo al quale apparteneva non esiste più nella stessa forma.

Spazi le cui sonorità urbane evocano un mondo che conserva una propria eleganza nonostante sia prossimo alla fine, in un film che non rimpiange il passato, ma cerca di riconoscere quanto la trasformazione dei luoghi possa incidere sulla percezione di noi stessi, di ciò che siamo stati e sul valore di ciò che rischia di essere dimenticato. Mentre l’atmosfera crea un senso di sospensione, come se Harry si muovesse in una città che continua a vivere normalmente senza accorgersi della sua lenta scomparsa.

John Turturro dà corpo emotivo a questa visione senza trasformare Harry in una figura costruita esclusivamente sulla malinconia. Lavora con grande sensibilità sui silenzi, sui movimenti misurati, sulla cortesia quasi fuori moda del personaggio e su quella stanchezza che emerge senza cancellarne l’intelligenza, restituendo l’immagine di un uomo che cerca di mantenere il controllo anche quando la realtà gli dimostra quanto poco gli sia rimasto. Non chiede allo spettatore di provare compassione a ogni costo, ma lascia che siano le contraddizioni del personaggio a parlare: l’abilità e la vulnerabilità, l’orgoglio e la paura, la consapevolezza di aver commesso degli errori e la difficoltà di immaginare un’esistenza diversa.

È un universo nel quale ogni personaggio porta con sé una storia, anche quando il film non ha bisogno di raccontarla interamente, e in cui il borseggio diventa una metafora dell’esistenza stessa: osservare il mondo, coglierne le distrazioni e tentare di afferrare qualcosa prima che scompaia. Solo che, questa volta, ciò che rischia di essere sottratto al protagonista non è un portafoglio, ma la possibilità di riconoscersi ancora nella propria vita.

Il fascino intramontabile di un cinema d’altri tempi

Ci sono film che riescono a conquistare senza bisogno di gesti eclatanti, lasciando che siano la cura del racconto e la personalità della regia a fare la differenza, e The Only Living Pickpocket in New York è proprio uno di questi. Il film riporta sullo schermo un immaginario cinematografico che conserva intatto il proprio fascino dimostrando quanto possa essere appagante una storia capace di trovare il giusto equilibrio tra intrattenimento e sensibilità autoriale.

Un’opera con una propria identità, che non cerca scorciatoie per catturare l’attenzione e accompagna lo spettatore in un’esperienza sensibilmente coinvolgente, che lascia la voglia di tornare a cercare un cinema capace di sorprendere senza perdere la propria anima.

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Emanuela Giuliani

Il Voto della Redazione:

8


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