Con The Social: Il prezzo della verità, Sorkin torna su Facebook e firma un film che fa ancora paura per quanto è vicino alla realtà.
Quindici anni dopo The Social Network, Aaron Sorkin torna a raccontare Facebook, ma da una prospettiva completamente diversa. Se nel film diretto da David Fincher raccontava infatti la nascita della piattaforma e l’ambizione che l’aveva trasformata in uno dei fenomeni più importanti della comunicazione contemporanea, con The Social: Il prezzo della verità parte invece da ciò che è venuto dopo: un’azienda diventata un colosso globale e un sistema il cui potere ha finito per sollevare interrogativi sempre più difficili da ignorare.
Al centro del film c’è la vicenda realmente accaduta di Frances Haugen, l’ex dipendente di Facebook che nel 2021 decise di consegnare migliaia di documenti interni al Wall Street Journal, che diedero origine ai cosiddetti Facebook Files e a una serie di inchieste che portarono all’attenzione dell’opinione pubblica le ricerche interne dell’azienda sugli effetti dei suoi prodotti, comprese quelle riguardanti gli adolescenti e il funzionamento dei sistemi che determinano quali contenuti vengono mostrati agli utenti.
Ed è proprio da qui che Sorkin sviluppa il suo racconto, seguendo il rapporto tra Haugen e il giornalista Jeff Horwitz, chiamato a verificare, analizzare e dare un significato a una quantità enorme di informazioni. Un punto di accesso a una storia più ampia, nella quale materiali, decisioni aziendali e responsabilità individuali finiscono per interrogare il ruolo che le piattaforme hanno assunto nella nostra vita quotidiana.
La verità dietro lo schermo
Uno degli aspetti più interessanti di The Social: Il prezzo della verità è il modo in cui una vicenda legata a Facebook finisce per parlare di qualcosa di molto più grande. Al centro non c’è soltanto un’azienda accusata di aver nascosto o sottovalutato informazioni importanti, ma un sistema nel quale la tecnologia è entrata così profondamente nella vita quotidiana da influenzare ciò che vediamo, il tempo che trascorriamo online e perfino il modo in cui ci formiamo un’idea di ciò che accade intorno a noi.
La storia di Frances Haugen permette a Sorkin di affrontare proprio il confine tra innovazione e responsabilità. Le informazioni emerse nel 2021 sugli effetti dei prodotti della piattaforma, comprese quelle riguardanti gli adolescenti, mostrano quanto possa essere delicato il rapporto tra ciò che un’azienda sa dei propri strumenti e ciò che decide di rendere pubblico. Non si tratta soltanto di stabilire se una piattaforma abbia commesso un errore, ma di capire cosa dovrebbe accadere quando chi la gestisce possiede una conoscenza molto più approfondita dei suoi effetti rispetto a chi la utilizza.
Da questa distanza nasce una delle tensioni più interessanti del film: quella tra la necessità di far crescere un prodotto, gli interessi economici che lo sostengono e la responsabilità verso le persone che lo utilizzano. Gli algoritmi diventano così qualcosa di più di una componente tecnica, perché sono il meccanismo attraverso il quale questa responsabilità prende forma. Sui social non scegliamo soltanto cosa guardare: una parte di ciò che arriva davanti ai nostri occhi viene selezionata da sistemi progettati per capire cosa possa interessarci e, soprattutto, cosa possa spingerci a rimanere sulla piattaforma. Quando questo meccanismo riguarda gli adolescenti, la questione diventa ancora più delicata, perché entra in gioco la vulnerabilità di chi utilizza questi strumenti mentre l’immagine di sé e il rapporto con gli altri sono ancora in formazione.
Il problema, quindi, non riguarda soltanto ciò che Facebook o una qualsiasi altra piattaforma mostra, ma il potere di stabilire cosa meriti di essere mostrato. Un processo che normalmente rimane nascosto all’utente e che rende difficile comprenderne fino in fondo le conseguenze, portando a chiedersi quanto sia davvero libera una scelta quando l’ambiente nel quale viene compiuta è già stato organizzato da qualcun altro.
Frances Haugen, dal volto di Mikey Madison, rappresenta perfettamente questa contraddizione, poiché non è una semplice whistleblower che scopre un segreto e decide di denunciarlo, ma una professionista che conosce dall’interno il funzionamento di quel sistema e proprio per questo comprende il peso di ciò che sta rivelando. Parlare significa mettere in discussione il proprio lavoro, il rapporto con l’azienda e la possibilità di restare al suo interno, facendo i conti con le conseguenze di una scelta che non può essere facilmente cancellata.
Il passaggio dalla conoscenza alla sua diffusione porta naturalmente al personaggio di Jeff Horwitz, interpretato da Jeremy Allen White, il cui ruolo permette al film di soffermarsi sul giornalismo senza trasformarlo in una celebrazione del mestiere. Quello che conta è il lavoro necessario per dare un significato a una quantità enorme di informazioni: verificare i documenti, capire cosa contengono davvero, trovare collegamenti e distinguere ciò che ha un valore pubblico da ciò che non lo ha. In un’epoca nella quale una notizia può essere condivisa milioni di volte in pochi minuti, questo lavoro diventa forse ancora più importante della velocità con cui viene diffusa.
Sul lato opposto si trova Mark Zuckerberg, vestito da Jeremy Strong, che in The Social: Il prezzo della verità non è più il giovane fondatore che cerca di affermare la propria idea, ma il vertice di un sistema globale, chiamato a confrontarsi con il peso di ciò che Facebook è diventato. In questo contesto Sorkin trova il terreno ideale per la sua scrittura, trasformando testimonianze, confronti e informazioni in tensione narrativa attraverso i dialoghi e ciò che emerge poco alla volta, mentre la regia segue la stessa direzione non spettacolarizzando la vicenda, con il conflitto che nasce dalle decisioni dei personaggi e dalle conseguenze che queste possono avere.
Questo evidenzia come i problemi emersi con i Facebook Files non siano rimasti legati al 2021: la sicurezza dei minori, la disinformazione, la trasparenza delle piattaforme e il funzionamento degli algoritmi sono ancora questioni aperte, mentre l’intelligenza artificiale ha reso il quadro ancora più complesso. Le tecnologie cambiano rapidamente, ma resta la stessa domanda: quanto sono davvero trasparenti gli strumenti che utilizziamo ogni giorno e quanto invece dipendono da meccanismi che non possiamo vedere?
La vicenda di Haugen porta quindi a una riflessione più ampia: non serve ripercorrere ancora una volta lo scandalo, conta ciò che quella storia ha reso visibile in una realtà nella quale Facebook e le altre piattaforme non sono più semplici strumenti di comunicazione, ma ambienti in cui passano informazioni, relazioni, interessi economici e una parte sempre più importante della nostra attenzione. È questa normalizzazione del potere delle piattaforme a rendere The Social: Il prezzo della verità ancora più inquietante, perché non sappiamo quanto conoscano di noi né quanto siamo consapevoli della loro influenza.
Il problema non è solo Facebook
La cosa più strana di The Social: Il prezzo della verità è che, mentre lo guardi, ti rendi conto di quanto sia cambiato il mondo da The Social Network. Nel film di Fincher Facebook sembrava ancora qualcosa di nuovo, quasi affascinante nella sua capacità di cambiare le regole del gioco, qui invece quella fascinazione è completamente sparita: è rimasto il gioco e, soprattutto, sono rimaste le conseguenze.
Perché alla fine il film non parla davvero di Facebook. Parla di noi, del fatto che continuiamo a usare piattaforme che sappiamo essere progettate per tenerci incollati allo schermo. Sappiamo che ci mostrano ciò che ci fa arrabbiare. Sappiamo che la nostra attenzione è il prodotto. E continuiamo a scorrere.
The Social: Il prezzo della verità racconta cosa succede quando quella cosa è diventata troppo grande per essere fermata. E forse è proprio per questo che il secondo film è meno divertente, meno elegante e meno cinematograficamente irresistibile del primo. Ma è anche più inquietante. È questo il vero punto debole e, contemporaneamente, il vero punto di forza del film: non può offrirci un finale rassicurante. Non può dirci che il problema è stato risolto, perché non lo è.
Non esci dalla sala pensando che Mark Zuckerberg sia il cattivo. Esci pensando che, in qualche modo, abbiamo accettato tutti le regole del gioco. Ed è una conclusione molto più scomoda.
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Emanuela Giuliani
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