Wake Up Dead Man

Tra fede e menzogna: la sceneggiatura gotica di Wake Up Dead Man

La sceneggiatura di Wake Up Dead Man tra giallo gotico, fede e ambiguità morale nel nuovo capitolo della saga Knives Out.

Con Wake Up Dead Man: A Knives Out Mystery, Rian Johnson firma il terzo capitolo del suo ormai riconoscibile franchise giallo, confermando una volta di più come la sceneggiatura sia il vero fulcro creativo dell’operazione. Pur mantenendo la struttura da “whodunit” classico, Johnson sposta l’asse tematico verso territori più cupi e gotici, utilizzando il mistero non solo come meccanismo narrativo, ma come strumento per interrogarsi su fede, potere e appartenenza.

Qui la RECENSIONE: Wake Up Dead Man: Knives Out, la recensione: un terzo capitolo più oscuro e maturo

La scelta di ambientare la storia all’interno di una pittoresca chiesa, guidata dal carismatico e longevo Monsignor Jefferson Wicks, non è casuale. La sceneggiatura, che grazie a Deadline potete leggere qui: WAKE UP DEAD MAN, costruisce questo spazio come un microcosmo chiuso, quasi fuori dal tempo, dove ogni personaggio rappresenta una possibile deviazione morale. Johnson lavora per stratificazione: dietro l’apparente devozione del piccolo gregge emergono progressivamente segreti, rancori e ambizioni che trasformano la chiesa in un luogo di sospetto costante. È una scrittura che gioca apertamente con l’immaginario gotico, ma senza mai indulgere nel puro stile, mantenendo sempre saldo il controllo del ritmo e dell’intreccio.

Wake Up Dead Man - script

Il personaggio di Jud Duplenticy, giovane prete dal passato travagliato, è uno degli snodi più interessanti della sceneggiatura. Johnson lo delinea come figura sospesa tra fede e disillusione. Quando l’omicidio lo rende il principale sospettato, il copione sfrutta questa ambiguità per ribaltare continuamente le aspettative dello spettatore. Nulla, in Wake Up Dead Man, è mai completamente ciò che sembra, e la sceneggiatura si diverte a disseminare falsi indizi e rivelazioni parziali.

L’ingresso in scena di Benoit Blanc, interpretato ancora una volta da Daniel Craig, introduce il consueto contrappunto ironico, ma con una sfumatura diversa rispetto ai film precedenti. Qui Blanc appare più scettico, quasi infastidito dall’istituzione religiosa, e questo tratto è abilmente sfruttato dalla scrittura per creare un dialogo serrato con Jud. I loro confronti non sono solo funzionali all’indagine, ma diventano veri e propri scontri filosofici su cosa significhi credere, appartenere e cercare la verità. In questo senso, la sceneggiatura alza l’asticella, intrecciando il giallo con una riflessione più ampia e sorprendentemente intima.

Come nei precedenti capitoli della saga, il cast corale è parte integrante del disegno narrativo. La scrittura assegna a ciascun personaggio un ruolo preciso, evitando che le presenze illustri diventino semplici comparse di lusso. Glenn Close, Jeremy Renner, Kerry Washington, Andrew Scott, Cailee Spaeny, Daryl McCormack e Thomas Haden Church sono inseriti in un equilibrio delicato, in cui ogni battuta può nascondere un doppio senso e ogni silenzio può essere un indizio.

Wake Up Dead Man conferma quindi Rian Johnson come uno degli sceneggiatori più abili nel rinnovare i codici del giallo classico. La sua sceneggiatura è densa, controllata e tematicamente ambiziosa, capace di intrattenere e allo stesso tempo di porre domande scomode. Un ulteriore passo avanti per un franchise che continua a reinventarsi senza perdere la propria identità.


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