Un po’ di luce colpisce per una regia essenziale e delicata, capace di raccontare il buio senza rinunciare al valore delle cose che restano.
Un uomo decide di morire e, prima di farlo, sceglie di passare un’ultima giornata con la propria famiglia. È da questa premessa essenziale che nasce Un po’ di luce (Kami Nour, A Bit of Light), il nuovo film di Ali Asgari presentato in concorso alla 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.
Al centro della storia c’è Arash, un medico iraniano che, dopo essere stato arrestato per aver curato alcuni manifestanti feriti, ha perso il lavoro e decide di togliersi la vita. Prima di farlo, però, vuole trascorrere ancora qualche ora con la propria famiglia.
Arash si mette così in viaggio per incontrare la madre, i fratelli e le sorelle. Alla madre non rivela il motivo della sua visita, mentre con i fratelli e le sorelle condivide la decisione che ha preso. Trascorre con loro quelle che considera le sue ultime ore, mentre si avvicina il momento in cui dovrà mettere in atto ciò che ha deciso.
Un Paese nel quale anche vivere è diventato un atto politico
La dimensione politica di Un po’ di luce non passa soltanto attraverso ciò che accade ad Arash, ma anche dal modo in cui la repressione entra nella sua quotidianità. In un Paese nel quale anche un gesto di cura può avere conseguenze politiche, vita privata e vita pubblica smettono di essere facilmente separabili, e la vicenda di Arash mostra quanto il contesto in cui si vive possa finire per condizionare concretamente le possibilità di una persona.
Dopo essere stato arrestato, Arash perde il lavoro e vede chiudere il proprio ambulatorio, un cambiamento che non riguarda soltanto la sua professione, ma anche il ruolo che aveva costruito intorno ad essa. Abituato a prendersi cura degli altri, si ritrova di fatto senza più la possibilità di farlo, nemmeno quando è la propria fragilità a essere in gioco pesando sulla sua crisi.
Quando va dalla propria famiglia, Arash condivide con i fratelli e le sorelle ciò che ha deciso, mentre alla madre non rivela nulla. Gli incontri con loro non diventano però tentativi per salvarlo, ma la sua scelta, fino a quel momento privata, si confronta con le persone che dovranno continuare a vivere dopo di lui. I familiari non sono salvatori, ma la presenza reale di tutto ciò che Arash rischia di lasciare. Volti, ricordi e legami rendono così meno astratta una decisione che, nella sua solitudine, poteva sembrare appartenere soltanto a lui.
E proprio la normalità di quelle ore rende evidente la distanza tra ciò che Arash sta vivendo e ciò che accade intorno a lui. Lui considera quella giornata come l’ultima, mentre gli altri continuano a parlare, mangiare, discutere e occuparsi delle cose di ogni giorno. Per questo anche i gesti più semplici assumono un significato diverso, perché potrebbero non ripetersi. Asgari racconta tutto senza enfasi e lascia che siano le situazioni a mostrare ciò che Arash sta vivendo, e la quotidianità, vista da chi pensa di doverla lasciare, acquista così un valore diverso.
Su questa vita quotidiana si riflette anche la situazione del Paese. La guerra non occupa continuamente lo schermo e i bombardamenti restano spesso fuori campo, ma si avvertono nella difficoltà di immaginare il giorno dopo. L’incertezza rende più difficile pensare al futuro come a qualcosa di stabile e cambia anche il rapporto con il tempo: progettare diventa più complicato e il presente sembra non avere una conclusione sicura. Il film è stato realizzato mentre la guerra entrava nella vita quotidiana e la minaccia dei bombardamenti accompagnava le riprese, rendendo ancora più concreto il legame tra ciò che accade fuori e ciò che continua a vivere negli spazi domestici.
Per questo Un po’ di luce non presenta una semplice opposizione tra disperazione e felicità. Il dolore di Arash non scompare e i problemi che lo hanno portato a pensare alla morte non trovano una soluzione. A cambiare è il modo in cui guarda ciò che gli rimane. Più che di una vera e propria “speranza”, si tratta della possibilità di tornare a riconoscere un valore in qualcosa che la disperazione aveva reso invisibile. Il mondo esterno non migliora e l’affetto non risolve la condizione politica nella quale Arash si trova; può però cambiare il significato che alcune persone, alcuni gesti e alcune ore assumono per lui. È una differenza che evita alla conclusione di diventare consolatoria.
Il titolo riassume bene questa idea. Un po’ di luce non indica una luminosità capace di cancellare il buio, ma qualcosa di minimo che permette di distinguere ancora ciò che si trova al suo interno. Non c’è quindi una vera uscita dall’oscurità e nemmeno una redenzione improvvisa. La luce esiste mentre il buio continua a esserci. Lo stesso vale per il modo in cui il film guarda all’Iran: Asgari non cerca una soluzione alla situazione politica del Paese e non trasforma la storia in cinema militante, ma evita anche di raccontare una realtà segnata dalla repressione e dalla guerra soltanto attraverso la violenza. Accanto alla crisi restano l’intimità, la cura, il conflitto familiare, la memoria e il tempo condiviso, che non cancellano ciò che sta accadendo, ma impediscono che la tragedia diventi l’unico modo possibile di raccontare quelle vite.
Èd è qui che la storia di Arash può uscire dai confini della sua situazione particolare. La sua condizione appartiene profondamente all’Iran contemporaneo, ma la domanda che rimane riguarda anche chi si trova davanti a una realtà che sembra non offrire più possibilità: che cosa resta quando non si può cambiare ciò che sta accadendo? Il film non risponde con l’eroismo e nemmeno con una fuga dalla realtà. Guarda alle persone, alla memoria, alla cura degli altri, ai gesti ordinari e alla possibilità di condividere ancora del tempo. Non è la promessa che il buio finirà, ma la possibilità di riconoscere, anche al suo interno, qualcosa che non è ancora scomparso.
Una luce che non promette salvezza
Asgari trova nella semplicità della messa in scena la misura giusta per il racconto, senza lasciare che la regia si faccia notare più della storia. I volti e i dialoghi diventano il centro delle scene, sostenuti da interpretazioni che evitano qualsiasi eccesso.
Un’essenzialità che dà al film la sua forza. Asgari non sovraccarica la storia e lascia che siano gli interpreti, i dialoghi e il ritmo delle situazioni a costruire progressivamente il coinvolgimento, mantenendo una regia sicura e coerente con il tono del racconto. La semplicità non diventa mai povertà di messa in scena, ma il modo attraverso cui il film riesce a conservare la propria identità.
Un po’ di luce è un film intenso e delicato, intimo e allo stesso tempo potente, capace di trovare nella misura della regia una forza che non ha bisogno di essere sottolineata. Asgari dimostra una sensibilità cinematografica precisa e una notevole capacità di affidarsi ai personaggi e agli interpreti, costruendo un’opera compatta, coinvolgente e consapevole, che riesce a lasciare il segno proprio senza cercare effetti facili.
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Emanuela Giuliani
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