Weapons: la sceneggiatura dell’horror diretto e scritto da Zach Cregger che trasforma il dolore collettivo in un incubo.
Con Weapons, prodotto da Warner Bros., Zach Cregger firma un ambizioso giallo horror che affonda le radici nel trauma di una comunità e lo trasforma in una narrazione inquietante e stratificata. Lo sceneggiatore e regista ha descritto il processo creativo come un vero e proprio “scrivere sul filo del rasoio”: ha affrontato la stesura senza conoscere il finale, una scelta deliberata per preservare l’imprevedibilità della storia.
Dopo il successo di Barbarian, che ha dimostrato le sue capacità registiche, Weapons ha rappresentato per Cregger un ulteriore passo avanti, permettendogli di fidarsi della sua “piccola voce creativa” anche all’interno di una produzione molto più grande e complessa. Il film ha inoltre ottenuto una nomination per la Miglior Sceneggiatura Originale ai Critics Choice Awards, una delle quattro candidature complessive. Alla stessa cerimonia, Amy Madigan — che interpreta Zia Gladys — ha consolidato il suo primato vincendo il premio come Miglior Attrice Non Protagonista.
Il cuore narrativo del film, la cui sceneggiatura grazie a Deadline potete leggere qui: WEAPONS, ruota attorno a un evento sconvolgente che colpisce la cittadina di Maybrook: alle 2:17 del mattino, un’intera classe di una scuola elementare — fatta eccezione per un solo alunno — esce di casa e scompare nel nulla. Da quel momento, la comunità inizia a sgretolarsi sotto il peso dell’ignoto, interrogandosi se le sparizioni siano il frutto di uno scherzo macabro, di un controllo mentale alieno o di una cospirazione governativa.

Piuttosto che affidarsi a un classico cast corale, Cregger ha concepito Weapons come un film con sette protagonisti, con la narrazione che passa da un personaggio all’altro in blocchi di circa dodici minuti, permettendo a ciascuno di diventare, a turno, il fulcro della storia.
Il cast incarna le diverse manifestazioni del trauma che attraversa la città. Justine Gandy (Julia Garner), insegnante della classe scomparsa, è sopraffatta dal senso di colpa e dalla responsabilità morale dell’accaduto. Decisa a salvare la propria reputazione, conduce un’indagine solitaria che la porta a sprofondare nell’alcol. Garner descrive Justine come una donna che trae la propria identità dalla conferma dei suoi studenti e che, senza di loro, si ritrova completamente priva di direzione.
Archer (Josh Brolin), padre di uno dei bambini scomparsi, rappresenta l’“uomo qualunque” consumato dal risentimento e dalla sfiducia verso l’umanità. Deluso dall’inefficacia delle indagini ufficiali, decide di cercare risposte per conto proprio.
Paul (Alden Ehrenreich), un agente di polizia coinvolto suo malgrado nel caso, affronta invece una battaglia interiore. Da poco sobrio e profondamente infelice, si confronta con una vita che non sente sua, e gli elementi horror che lo circondano assumono la forma di incubi personali più che di paure convenzionali.
L’antagonista principale è Zia Gladys Lilly, una strega parassita che sostiene di essere una parente della famiglia Lilly e che si rivela responsabile della scomparsa di massa. Cregger ha spiegato come Gladys e la sua stregoneria siano una metafora dell’alcolismo e degli effetti devastanti del convivere con un genitore tossicodipendente, un tema che il regista ha definito “profondamente autobiografico”. Gladys è la presenza estranea che altera il comportamento di tutti, trasformando la casa in un luogo di terrore e costringendo il bambino Alex (Cary Christopher) a diventare il custode emotivo dei propri genitori.
Cregger ha protetto con grande attenzione l’identità dell’antagonista, costruendo il conflitto centrale attorno alla domanda su “chi o cosa” si celi dietro le sparizioni. Pur mantenendo il mistero, il regista sottolinea che il film segue regole interne ben precise e non si abbandona a un orrore puramente allucinatorio, suggerendo invece una logica concreta — seppur nascosta — alla base del male.
Nonostante l’impianto horror, Julia Garner definisce Weapons una vera e propria “storia d’amore”, intesa come racconto di “persone che desiderano entrare in contatto ma non sanno come farlo”. Alden Ehrenreich osserva come i personaggi siano profondamente isolati nel loro trauma: raramente vengono mostrati mentre discutono apertamente dei propri conflitti, preferendo affrontare il disastro in una solitudine quasi totale.






