Wild Horse Nine

Wild Horse Nine, recensione: McDonagh porta il thriller politico ai confini del mondo

Wild Horse Nine di Martin McDonagh porta due agenti CIA a Rapa Nui, tra segreti, potere, colpa e fantasmi della Storia.

Un’isola sperduta nel Pacifico, due agenti della CIA, il Cile alla vigilia del golpe e una missione che prende una direzione tutt’altro che prevedibile, shakera bene tutti questi elementi ed ecco che ottieni Wild Horse Nine, il nuovo film di Martin McDonagh, presentato in concorso all’83esima Mostra del Cinema di Venezia. Un film che già sulla carta sembra lontano dai suoi lavori precedenti, ma che ritrova nel dialogo, nella commedia nera e nell’imprevedibilità dei personaggi il terreno più familiare al regista.

La storia porta i protagonisti Chris (John Malkovich) e Lee (Sam Rockwell) da Santiago fino a Rapa Nui, dove l’oceano, i moai, gli spazi aperti e i cavalli selvaggi fanno da sfondo a una vicenda ambientata nel pieno della Guerra fredda, mentre la dimensione da thriller politico si intreccia con quella più personale dei protagonisti.

Un incontro fra una storia di spionaggio e un’ambientazione così insolita che definisce il punto di partenza di Wild Horse Nine: un film che allarga notevolmente la scala del cinema di McDonagh, senza rinunciare ai tratti che ne hanno costruito il linguaggio.

Colpa, potere e fantasmi della Storia

Al centro di Wild Horse Nine c’è il passato di due uomini che hanno trascorso gran parte della loro esistenza dentro un sistema fondato sulla segretezza. Chris e Lee sono agenti della CIA abituati a osservare, manipolare, mentire e obbedire, ma la missione a Rapa Nui li porta lontano dall’ambiente nel quale hanno sempre saputo muoversi. Per Chris, anziano, malato e con la memoria che comincia a venir meno, questo spostamento coincide con un momento di bilancio: per la prima volta deve confrontarsi con ciò che si è lasciato alle spalle.

Con il tempo, ha infatti imparato a considerare operazioni e segreti come parte del mestiere, mantenendo una distanza tra ciò che faceva e le conseguenze delle proprie azioni. Una distanza che ora comincia a venir meno, e ciò che apparteneva al lavoro non può più essere lasciato semplicemente alle spalle. In questo modo emerge il senso di colpa legato non solo a ciò che ha fatto, ma alla difficoltà di separarlo dalla persona che è diventato, reso ancora più fragile dalla memoria.

Chris infatti è consapevole che il tempo è limitato e rischia di perdere la possibilità di ricostruire ciò che è stato, e dopo aver custodito per anni i segreti degli altri, deve allora provare a conservare almeno qualcosa della propria storia. Non si tratta solo di ricordare, ma di dare un senso a quello che rimane quando non c’è molto futuro davanti.

Una vicenda individuale che si lega inevitabilmente alla Storia del Cile del 1973, alla Guerra fredda e al ruolo degli Stati Uniti nella politica del Paese, che McDonagh usa per mettere in scena e in discussione il rapporto e la distanza fra uomini e apparati.

La CIA è un sistema nel quale le decisioni passano attraverso ordini, gerarchie e interessi nazionali, fino a diventare azioni concrete, e Chris e Lee hanno imparato a considerare il proprio incarico come una funzione all’interno di una macchina molto più grande di loro. Ma questo non basta a cancellare la responsabilità personale, dal momento che da un lato è vero che un ordine può arrivare dall’alto, lo è anche il fatto che qualcuno deve eseguirlo, e la questione rimane così volutamente irrisolta pesando sui personaggi.

Rapa Nui porta questa tensione in un ambiente completamente diverso. L’isola ha una storia molto più antica di quella dei protagonisti ed è segnata dal colonialismo, dallo sfruttamento e dalle trasformazioni culturali imposte dall’esterno. La missione americana si trova quindi a occupare uno spazio che non può essere ridotto alla logica geopolitica da cui provengono Chris e Lee, resa ancor più visibile dai moai, che mettono accanto il tempo breve e una memoria capace di attraversare generazioni. Chris cerca di recuperare ciò che rischia di scomparire, mentre quelle statue rimandano a qualcosa che esisteva prima di lui e continuerà a esistere anche dopo di lui.

Lo stesso vale per i cavalli selvaggi, che introducono un’immagine di libertà opposta alla condizione regolata dei due agenti. Chris e Lee appartengono a un universo fatto di ordini e controllo, mentre quei cavalli si muovono senza rispondere a nessuno. Il titolo trova così una suggestione semplice, lasciata volutamente aperta.

Ma a modificare gli equilibri della missione sono anche le due giovani studentesse ribelli (Mariana Di Girolamo e Ailín Salas), che portano nel film una generazione diversa e, soprattutto, persone che non possono essere trattate soltanto come parti di un’operazione. Questo fa entrare Chris in contatto con una realtà che il suo incarico gli ha sempre permesso di mantenere lontano, e che rende il suo rapporto con Lee molto più confidenziale.

I due condividono anni di missioni, segreti e complicità, e tra loro c’è una familiarità fatta di battute, discussioni e vecchie abitudini. Lee conosce Chris meglio di chiunque altro e diventa, proprio per questo, il testimone di un’esistenza che sta lentamente sfuggendo al suo proprietario.

La loro amicizia tuttavia non viene idealizzata, ma è legata a tutto ciò che hanno fatto insieme e a un’epoca che sta finendo. La leggerezza dei loro scambi convive con la consapevolezza che il tempo a disposizione si è ristretto e che alcune cose, una volta perdute, non possono essere recuperate.

E forse è questa la parte più riuscita della dimensione umana del film. McDonagh di fatto non separa mai completamente i suoi personaggi dal contesto nel quale hanno vissuto, ma nemmeno li riduce al loro ruolo. La loro storia professionale, i rapporti personali e il quadro politico rimangono intrecciati senza che il film debba trasformarli in una tesi.

Una messa in scena tra spazio e dialoghi

Se le tematiche costituiscono il cuore del film, è nella forma che McDonagh riesce a dare a Wild Horse Nine una fisionomia propriamente cinematografica. Il film nasce dall’incontro fra il suo abituale gusto per i dialoghi taglienti e la commedia nera e una messa in scena che, rispetto ai lavori precedenti, si confronta con spazi molto più vasti.

L’Isola di Pasqua consente infatti al regista di alternare la vastità del paesaggio a una dimensione più intima, passando dalle immagini dell’oceano, dei moai e degli spazi aperti ai primi piani e alle scene costruite sui dialoghi. Questo contrasto permette a McDonagh di sfruttare la dimensione cinematografica dell’ambientazione senza rinunciare alla precisione quasi teatrale che caratterizza il suo cinema. Anche la sceneggiatura, firmata dallo stesso regista, si muove con naturalezza fra dialoghi rapidi, pause e battute secche, lasciando che una conversazione possa cambiare tono nel giro di poche battute e affidando gran parte del ritmo alla presenza degli attori.

A questa impostazione si adattano la fotografia di Ben Davis, il montaggio di Mikkel E.G. Nielsen e la musica di Carter Burwell. Davis sfrutta la luce naturale e i paesaggi dell’isola, mentre il montaggio mantiene un ritmo , e la musica di Burwell accompagna le immagini seguendo i diversi toni del film senza appesantirli.

All’interno di questo equilibrio assume particolare importanza il lavoro di John Malkovich e Sam Rockwell a dare ritmo alla parte più dialogata del film. Malkovich costruisce Chris con una recitazione misurata, fatta di sguardi, pause e piccole variazioni nell’espressione, mentre Rockwell porta a Lee una fisicità più marcata e un’energia che gioca sui movimenti e sui tempi delle battute.

La differenza fra i due funziona proprio perché non viene mai sottolineata: Malkovich tende alla misura, Rockwell all’istinto, e dalle loro scene insieme nasce una dinamica vivace, sostenuta tanto dai dialoghi quanto dai silenzi. Attorno a loro, Steve Buscemi, Mariana Di Girolamo, Ailín Salas, Tom Waits e Parker Posey completano un cast nel quale anche le presenze secondarie conservano una fisionomia precisa.

In questo modo, ììallargando notevolmente la dimensione visiva del proprio cinema, McDonagh continua a creare il film attorno agli attori e alla scrittura. Il paesaggio offre una scala nuova, ma sono ancora i volti, le voci e soprattutto il particolare ritmo delle interpretazioni a dare alla messa in scena il suo carattere.

L’assurdo come chiave morale

Wild Horse Nine è un film perfettamente compatto: i dialoghi hanno mordente, le situazioni sorprendono e Malkovich e Rockwell danno una vitalità difficile da perdere. McDonagh evita di ripetere una formula già collaudata e costruisce un’opera ampia e imprevedibile, in grado di passare dal grottesco alla commedia senza perdere il controllo del tono.

Il risultato è un film ricco, divertente e sorprendentemente sicuro nelle sue scelte. Wild Horse Nine è davvero notevole nella personalità e conferma la capacità di McDonagh di rinnovare il proprio cinema senza perdere ciò che lo rende riconoscibile. Diverso, ambizioso e pienamente riuscito nella sua scommessa: Wild Horse Nine sorprende e lasciare il segno.

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Emanuela Giuliani

Il Voto della Redazione:

9


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