Behemoth!

Behemoth!, Tony Gilroy svela come Pedro Pascal ha salvato il film

Tony Gilroy racconta il pranzo con Pedro Pascal che ha salvato Behemoth! E le nuove forme di solitudine al centro del film.

Un pranzo con Pedro Pascal è bastato a salvare Behemoth!, il nuovo film di Tony Gilroy, che sembrava ormai destinato a non vedere la luce dopo l’uscita di scena di Oscar Isaac e i continui rinvii delle riprese. Il regista, infatti, aveva quasi rinunciato al progetto, ma l’incontro con l’attore gli ha fatto cambiare idea, convincendolo di aver trovato l’interprete giusto per raccontare la storia di un violoncellista alle prese con il proprio passato, i legami familiari e una profonda solitudine.

Gilroy aveva già preparato il discorso da rivolgere alla troupe mentre raggiungeva in macchina il luogo dell’appuntamento, dove avrebbe incontrato Pascal insieme alla produttrice Sanne Wohlenberg. Isaac era rimasto coinvolto in quello che il regista definisce un “ingorgo tra Frankenstein e i premi” e non era più possibile rimandare ulteriormente l’inizio delle riprese. Dopo aver cercato invano di conciliare gli impegni di tutti, Gilroy si era convinto che il film non si sarebbe fatto e pensava di comunicare alla squadra che avrebbero dovuto fermarsi e trovare un altro progetto.

La conversazione con Pascal, però, ha cambiato rapidamente le cose, e passati appena dieci minuti, il regista si chiedeva come fosse possibile che l’attore fosse così perfetto per il ruolo: “Deve esserci qualcosa che non va in lui”, ha pensato, come ha raccontato a Variety durante il Middleburg Film Festival. Il pranzo si è trasformato in un incontro di tre ore, più simile, secondo Gilroy, a un accordo prematrimoniale che a una riunione di lavoro. Il giorno dopo, Pascal aveva già cominciato a imparare a suonare il violoncello.

Behemoth! segna il ritorno di Gilroy al lungometraggio dopo The Bourne Legacy del 2012 e arriva dopo le due stagioni di Andor, la serie Disney+ che ha occupato gran parte degli ultimi sei anni della sua carriera. Pascal interpreta Alex Serian, un violoncellista cresciuto in una famiglia di musicisti specializzati nelle registrazioni in studio, che torna a Los Angeles dopo vent’anni trascorsi in tournée. Una volta rientrato, comincia a lavorare alle colonne sonore dei film, fino a essere coinvolto in una grande produzione hollywoodiana dal titolo segreto Behemoth!. Nel cast figurano anche Olivia Wilde, Will Arnett, Eva Victor, Alexa Swinton e Hank Azaria.

L’idea del film è nata durante le sessioni di registrazione della colonna sonora di Rogue One: A Star Wars Story, quando Gilroy ha avuto modo di osservare Michael Giacchino al lavoro. L’esperienza lo ha spinto ad approfondire il mondo della musica per il cinema e, nei sei mesi successivi, ha intervistato numerosi musicisti professionisti. Poi è arrivato Andor, che lo ha assorbito completamente. Una volta conclusa la serie, il regista sentiva il bisogno di allontanarsi dalla rabbia, dalla politica e dal rumore che avevano accompagnato quel lavoro. La musica per il cinema gli ha offerto un rifugio, ma trasformare quell’idea in un film si è rivelato complicato: il progetto richiedeva nove compositori, una storia articolata su diversi piani temporali e condizioni produttive difficili da gestire. Le riprese non potevano essere trasferite ad Atlanta o in Australia e servivano 303 musicisti iscritti al sindacato. I costi aggiuntivi, ha spiegato Gilroy, sono arrivati a essere paragonabili a quelli dell’intero Nightcrawler.

Per la colonna sonora il regista ha coinvolto Michael Abels, compositore di Get Out, la pianista Emily Bear, Lukas Frank, Michael Giacchino, James Newton Howard, Henry Jackman, Nami Melumad, Brandon Roberts e Alan Silvestri. I nove musicisti sono stati riuniti sotto il nome di The Behemoth! Collective, con condizioni uguali per tutti: stesso compenso, crediti in ordine alfabetico e nessun nome individuale sui poster. Gilroy ha inoltre garantito a ciascuno i diritti di pubblicazione e la possibilità di approvare i mix, nonostante il budget limitato.

A contribuire alla formazione del gruppo sono stati soprattutto i contatti costruiti dal regista nel corso degli anni. James Newton Howard, con cui aveva già collaborato, rappresentava un punto di riferimento per la parte finale del film, mentre Henry Jackman è stato il primo a farsi avanti e lo ha aiutato a coinvolgere altri compositori. Quando gli agenti hanno cominciato a contattarlo per capire perché stesse cercando i loro clienti, Gilroy aveva già coinvolto due compositori e mezzo. In seguito, alcuni musicisti si sono proposti quando il gruppo era ormai al completo. L’obiettivo, in ogni caso, era evitare qualsiasi competizione e garantire a tutti lo stesso trattamento. La colonna sonora sarà disponibile su Spotify e Searchlight ha in programma anche un contenuto dietro le quinte, ma nel film non sarà possibile distinguere quale compositore abbia realizzato ciascun brano.

Tra le scelte di casting di cui Gilroy è particolarmente soddisfatto c’è anche Olivia Wilde. Dopo aver valutato alcune attrici che non erano disponibili o con cui non era stato possibile trovare un accordo, il regista ha pensato a lei e l’ha contattata nel giro di dodici ore. Dirigere un’altra regista si è rivelato semplice: Wilde aveva già compreso il personaggio e non aveva bisogno di molte spiegazioni. Gilroy le aveva assicurato che avrebbe risposto a tutte le sue domande, ma si è presto reso conto che aveva già trovato la propria strada. Anche per questo, il regista non considera sempre necessarie le prove: quando una scena funziona, preferisce lasciare spazio agli attori e alla troupe senza ricorrere a troppe riprese.

Pur avendo al centro la musica e il violoncello, Behemoth! non è un film che Gilroy vuole definire una storia sulla musica classica. Un’etichetta del genere, a suo parere, rischierebbe di farlo sembrare qualcosa di pesante, mentre il cuore del racconto è altrove. Il regista non ama neppure il paragone con Tár di Todd Field, con Cate Blanchett, che considera poco adatto alla vicenda di Alex. Quando ha cominciato a scrivere la sceneggiatura, aveva pensato piuttosto al personaggio interpretato da Michael Fassbender in Shame. Il film, infatti, non ruota attorno a un donnaiolo, ma alla possibilità di sentirsi profondamente soli anche quando si è circondati da altre persone.

La solitudine, insieme ai legami familiari, è uno dei temi che Gilroy desiderava esplorare. A suo avviso, la frammentazione della società ha moltiplicato le forme di isolamento e reso più difficile sentirsi davvero vicini agli altri. Alex trova nella musica un ambiente in cui sentirsi parte di una comunità, ma quando lascia le tournée e torna a casa si ritrova nuovamente solo. Le esperienze dell’infanzia, la necessità di adattarsi continuamente e una vita trascorsa per anni in viaggio lo hanno abituato a dare agli altri ciò che desiderano, senza riuscire sempre a capire di cosa abbiano davvero bisogno. Dall’esterno la sua esistenza può sembrare affascinante, ma nasconde una difficoltà più profonda nel costruire rapporti autentici.

Gilroy considera il film anche una storia familiare universale, capace di raccontare crisi che possono arrivare in qualsiasi momento della vita, non soltanto durante la cosiddetta mezza età. A volte qualcosa smette di funzionare e ci si ritrova a cercare risposte inaspettate, a fare i conti con questioni rimaste in sospeso o a decidere se affrontarle, ignorarle o fuggire. È ciò che accade ad Alex, il cui ritorno dopo vent’anni diventa anche un mistero da risolvere per lo spettatore. Le domande che accompagnano il protagonista coinvolgono progressivamente anche il pubblico, chiamato a ricostruire le ragioni del suo viaggio. Gilroy spera che il finale riesca a essere emozionante e liberatorio.

L’arrivo di Pascal ha aiutato il regista a dare alla storia una dimensione fiabesca che inizialmente non era sicuro di riuscire a realizzare. La sua energia, unita alla capacità di lasciare intravedere una certa tristezza dietro un atteggiamento vivace e coinvolgente, ha permesso a Gilroy di seguire quella direzione. Il regista descrive Alex come un menestrello con una spina nel piede: finché non riuscirà a toglierla, continuerà a camminare in cerchio senza trovare una via d’uscita. La musica per il cinema è per lui un rifugio, ma anche una prigione, qualcosa che gli dà respiro e da cui, allo stesso tempo, non riesce ad allontanarsi.

È proprio questa capacità di tenere insieme aspetti diversi ad aver convinto Gilroy che Pascal fosse l’interprete giusto. L’attore sa essere brillante, affascinante e pieno di energia, ma riesce anche a trasmettere il rimpianto e la paura che si nascondono sotto quella superficie. Per il regista, non ha dovuto cercare troppo lontano per trovare le emozioni del personaggio: erano già presenti nella sua interpretazione, senza bisogno di forzature.

Il rapporto di Gilroy con la musica, del resto, risale alla giovinezza. Prima di dedicarsi al cinema, voleva diventare musicista: aveva iniziato a suonare dal vivo a dodici anni e, a diciotto, si era trasferito a Boston per studiare musica. Durante il secondo anno aveva però abbandonato gli studi per unirsi a una band. Negli anni Settanta la città offriva un ambiente stimolante per chi voleva suonare musica originale, ma anche per gli appassionati di cinema. Il padre di Gilroy era sempre stato vicino al mondo dei film, anche se nessuno dei tre figli aveva inizialmente intenzione di entrarvi. A Boston il regista poteva frequentare tre sale d’essai, vedere anche due film al giorno e poi andare a suonare la sera. Ha continuato a guardare film di ogni genere per circa quindici anni.

Oggi Gilroy affronta le incertezze dell’industria cinematografica senza cercare di anticipare troppo il futuro. Il suo metodo è non accettare un nuovo incarico prima di aver concluso quello a cui sta lavorando, osservando nel frattempo quali opportunità possano incontrare i suoi interessi e le possibilità produttive. Non ha una società di produzione né dipendenti e non deve gestire sceneggiature bloccate negli studi. Ne ha comunque scritte molte più di quante siano effettivamente arrivate sullo schermo e conserva ancora parecchio materiale nel suo ufficio. Alcuni progetti, però, sono troppo legati al momento in cui sono stati concepiti; altri affrontano questioni che nel frattempo hanno perso attualità. In questo periodo sta tornando a esaminare quelle storie e ha individuato un paio di idee che potrebbero interessargli.

Nonostante la solitudine sia centrale nel film, Gilroy non si riconosce nella condizione di Alex. È sposato con la stessa donna da 43 anni, ha un nipote, è molto legato ai fratelli e lavora con una squadra affiatata, con cui ama collaborare. Dopo Andor, racconta, ha però compreso ancora meglio il valore dell’empatia e quanto possa cambiare il modo di costruire un personaggio. Lasciare che le emozioni attraversino i protagonisti permette di portarli a un livello più profondo. Tra i sentimenti che lo colpiscono maggiormente c’è soprattutto quello del “troppo tardi”: accorgersi di aver perso l’occasione di avvicinarsi a qualcuno, di entrare davvero in contatto o di dire qualcosa che andava detto prima. È un tema che ritrova anche in Michael Clayton e che considera particolarmente importante in Behemoth!. Oggi, osserva, esistono molti modi per fingere di non essere soli, ma spesso finiscono soltanto per accentuare la distanza tra le persone.

Dopo The Bourne Legacy e il lungo lavoro su Andor, Gilroy torna così al cinema con una storia che parte dalla musica per raccontare la famiglia, i rapporti umani e le diverse forme della solitudine. Un progetto che ha rischiato di fermarsi prima ancora di arrivare sul set e che ha trovato in Pedro Pascal l’interprete capace di dargli la direzione che cercava. Behemoth! arriverà nelle sale cinematografiche italiane il 3 dicembre, distribuito da Searchlight Pictures.


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