Fatherland conferma la sensibilità di Pawlikowski con un’opera elegante e intensa, capace di lasciare una traccia profonda e persistente.
Dopo aver attraversato con Ida e Cold War un’Europa sospesa tra memoria, identità e ferite della Storia, Paweł Pawlikowski torna al Novecento per raccontare una vicenda nuovamente legata alle conseguenze lasciate dalla guerra con Fatherland.
Il suo cinema ha spesso cercato ciò che rimane delle grandi fratture storiche nella vita privata, osservando come il passato continui a riaffiorare nei rapporti, negli affetti e nelle scelte dei suoi personaggi, e con Fatherland il regista ha deciso di portare questo sguardo nella Germania del 1949, nel pieno della Guerra Fredda, intrecciando la dimensione storica con quella familiare e con le contraddizioni morali di un continente segnato dal nazismo.
Presentato in Concorso al 79º Festival di Cannes, dove Pawlikowski ha ricevuto il Prix de la mise en scène ex aequo, il film, scritto dallo stesso regista insieme a Hendrik Handloegten, dopo il passaggio alla 21ª Festa del Cinema di Roma, arriva finalmente nelle sale italiane il 16 ottobre, distribuito da MUBI.
La storia segue Thomas Mann (Hanns Zischler) e sua figlia Erika (Sandra Hüller) durante un viaggio nella Germania del dopoguerra, divisa tra l’influenza americana e quella sovietica. A bordo di una Buick nera, i due partono da Francoforte, sotto il controllo statunitense, diretti a Weimar, nella zona sovietica, in occasione di un ciclo di conferenze dedicato a Goethe. Per Thomas si tratta del ritorno nel Paese tedesco che aveva lasciato sedici anni prima, quando era fuggito dal nazismo, trovando inizialmente rifugio in Svizzera e trasferendosi successivamente negli Stati Uniti. Erika lo accompagna lungo questo percorso, attraversando insieme a lui un Paese profondamente segnato dalla guerra e dalla nuova divisione politica.
Tra una tappa e l’altra, il viaggio porta padre e figlia a trascorrere sempre più tempo insieme, facendo emergere le differenze che li separano, il peso della loro storia familiare, e le contraddizioni che accompagnano il ritorno di uno scrittore costretto a confrontarsi con il giudizio della propria patria.
Il viaggio dentro una memoria ancora irrisolta
Pawlikowski costruisce il film sulla distanza tra ciò che i personaggi ricordano e ciò che hanno davanti agli occhi, facendo del viaggio di Thomas ed Erika molto più di un semplice attraversamento della Germania. La strada diventa il luogo nel quale il passato torna continuamente a misurarsi con il presente e nel quale la domanda sull’appartenenza acquista una dimensione concreta. Thomas torna infatti in una terra che continua a chiamare patria, ma che non può più riconoscere fino in fondo, poiché la terra che ha conservato nella memoria appartiene a un mondo precedente alla guerra, quella attuale invece è di un Paese ferito dalle macerie, dalla divisione e da una nuova identità politica.
Il ritorno contiene quindi un paradosso fondamentale: si può tornare fisicamente nel luogo da cui si è partiti, ma non è detto che sia possibile ritrovare la casa che si conserva dentro di sé. L’esilio assume così un significato che va oltre la lontananza geografica, diventando una condizione interiore destinata a sopravvivere anche quando la distanza fisica viene finalmente annullata, e Thomas porta con sé proprio questa frattura.
La decisione di lasciare la Germania per salvarsi dal nazismo non viene presentata da Pawlikowski come una scelta sulla quale esprimere un giudizio definitivo, quanto come un atto necessario destinato però ad avere conseguenze durature. Il ritorno riapre di fatto il rapporto con ciò che è stato lasciato indietro e introduce la questione della responsabilità, che Fatherland non risolve con spiegazioni esplicite.
Thomas è sopravvissuto e si è creato una nuova vita lontano dalla Germania, ma non può sottrarsi al confronto con le conseguenze della propria assenza e con la tragedia vissuta dalla sua terra. La sua inquietudine nasce dunque dall’impossibilità di separare completamente la scelta individuale dalla Storia, e dal fatto che il suo esilio, pur essendo stato necessario per sfuggire al nazismo, diventa motivo di accuse e recriminazioni al momento del ritorno.
Il viaggio assume così una dimensione ancora più profonda con Erika, perché ciò che Thomas cerca di comprendere appartiene anche alla figlia, ma in una forma completamente diversa. Erika non ha vissuto l’esilio del padre, eppure ne porta i segni con la propria storia familiare e un cognome che precede la sua identità, e Pawlikowski trasforma il rapporto tra i due nel punto d’incontro tra memoria storica e memoria familiare: Thomas si misura con ciò che ha vissuto, Erika con ciò che ha ereditato.
La differenza è essenziale, perché per il padre il passato rappresenta una parte della propria esperienza con la quale fare i conti, mentre per la figlia è una storia da interrogare per definire la propria posizione, non per liberarsi da Thomas, ma per stabilire quale rapporto avere con il passato ricevuto, senza rinunciare alla propria identità e al proprio giudizio.
La memoria, perciò, diventa una continua negoziazione con il presente e se Thomas ricorda una Germania che ormai non esiste più, Erika deve decidere che cosa farsene di una storia che conosce attraverso il racconto familiare. Il film suggerisce così che ricordare significa inevitabilmente scegliere, selezionare, interpretare, e che lo stesso passato per una persona è un elemento irrinunciabile della propria identità, e per un’altra un peso dal quale prendere le distanze.
Il regista polacco però non stabilisce quale atteggiamento sia quello corretto, impedendo di ridurre la vicenda familiare a un semplice scontro generazionale. Thomas ed Erika sono due persone che cercano, ciascuna a modo proprio, di capire quanto del passato debba continuare a vivere nel presente e quanto sia necessario sottoporre a un giudizio critico.
Questa ricerca individuale si sovrappone alla condizione della Germania, con il percorso dei protagonisti che li porta in un Paese costretto a fare i conti con una nuova frattura politica prima ancora di aver elaborato quella precedente. La divisione tra le due Germanie non rimane quindi uno sfondo storico, ma rafforza il senso di estraneità di Thomas: la patria che conserva nella memoria è una, ma nella realtà è divisa.
Il viaggio mostra così come gli eventi storici possano trasformare un’identità nazionale fino a renderla difficile da riconoscere persino per chi vi è appartenuto, non riguardando semplicemente la possibilità di riconciliarsi con una patria perduta, ma anche il diritto di rappresentarla dopo la catastrofe del nazismo. L’esilio è quindi una questione pubblica sulla quale si proiettano giudizi e recriminazioni che vanno oltre la vicenda personale di Thomas, e le conferenze dedicate a Goethe superano la commemorazione letteraria facendo della cultura tedesca un terreno sul quale si confrontano diverse idee di nazione, responsabilità e memoria. La Germania cerca di ricostruire la propria identità, ma il recupero della sua tradizione non può cancellare le fratture della Storia, dimostrando quanto sia difficile riaffermare un’idea di cultura tedesca non compromessa dal nazionalsocialismo.
Ed è qui che Fatherland trova la propria forza, facendo coincidere il viaggio geografico con un movimento più profondo, nel quale non è possibile tornare davvero al punto di partenza: il tempo ha modificato i luoghi, la Storia ha trasformato la Germania e le esperienze vissute hanno cambiato le persone. Resta però la necessità di convivere con un passato che non può essere cancellato e con un’identità che non può essere ricostruita semplicemente tornando indietro. La memoria non offre una riconciliazione automatica, così come il ritorno non garantisce il recupero di un’appartenenza perduta: entrambi richiedono di fare i conti con ciò che è stato e con le responsabilità che continuano a pesare sul presente.
La forma del ricordo: lo sguardo di Pawlikowski
In Fatherland, Pawlikowski affida la profondità delle scene alla naturalezza dei dialoghi e alla misura delle interpretazioni, con Sandra Hüller e Hanns Zischler che danno vita a personaggi stratificati senza eccessi emotivi, lasciando che siano gli sguardi, le pause e le variazioni del tono a dare profondità ai loro scambi.
Zischler restituisce la compostezza di Thomas facendo affiorare, senza forzature, il disagio che accompagna il suo ritorno, mentre Hüller dà a Erika un’energia più inquieta, alternando sicurezza e momenti di chiusura. Le loro interpretazioni si completano senza perdere le rispettive differenze, alimentando un rapporto nel quale la vicinanza non elimina le distanze.
La sceneggiatura di Pawlikowski e Hendrik Handloegten asseconda questa fluidità, evitando di spiegare ciò che accade tra padre e figlia senza trasformarlo in uno scontro esplicito. Anche la regia segue questa impostazione, affidandosi alla composizione rigorosa delle inquadrature e a una fotografia dalla sensibilità quasi pittorica, con la Buick nera che diventa uno spazio raccolto in cui le conversazioni si alternano ai silenzi, mentre fuori dai finestrini scorrono paesaggi ed edifici segnati dal passare del tempo. Pawlikowski presta attenzione agli ambienti facendo della loro presenza una parte fondamentale della costruzione visiva.
La narrazione procede senza fretta, coerente con uno stile che preferisce suggerire anziché spiegare e che trova nella sobrietà della messa in scena la propria continuità.
Un cinema che non ha bisogno di alzare la voce
Fatherland è un film che rimane addosso con discrezione, senza cercare l’effetto immediato e senza consumare tutto ciò che ha da dire nel corso della visione, lasciando una traccia che si definisce lentamente, attraverso immagini e momenti che continuano a riaffiorare.
Pawlikowski firma un’opera dalla forte personalità, uno sguardo ormai riconoscibile che coinvolge sul piano umano mantenendo una sua eleganza anche nei passaggi più rarefatti, e trova nella misura una precisa forma di intensità, accompagnando lo spettatore verso un finale che non ha bisogno di spiegare ulteriormente ciò che è stato raccontato.
E’ film importante, costruito con grande consapevolezza, che chiede attenzione ma sa ripagarla con una visione ricca, persistente, raffinata e intensa, che ha una precisa forza espressiva e lascia, dopo i titoli di coda, una malinconia difficile da dimenticare.
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Emanuela Giuliani
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