good luck, have fun, don't die

Good Luck, Have Fun, Don’t Die , recensione: un’apocalisse travestita da commedia sci-fi

Good Luck, Have Fun, Don’t Die è una commedia sci-fi di Gore Verbinski su un uomo dal futuro che cerca di fermare un’apocalisse dell’IA.

Ci sono film che raccontano la fine del mondo e film che partono dal presupposto che la fine sia già avvenuta, solo che nessuno se n’è accorto davvero, e Good Luck, Have Fun, Don’t Die, diretto da Gore Verbinski, appartiene decisamente alla seconda categoria.

Presentato in anteprima al 72esimo Taormina Film Festival, e nelle sale italiane dal 25 giugno, il film si muove tra commedia fantascientifica, action e paradosso temporale, rifiutando fin dall’inizio qualsiasi punto di riferimento stabile. Tutto inizia in un diner apparentemente ordinario, dove l’arrivo di un uomo che sostiene di provenire dal futuro incrina ogni certezza. Si tratta infatti della centodiciassettesima volta che torna indietro nel tempo, con la missione di reclutare un gruppo di sconosciuti per fermare una catastrofe imminente legata all’intelligenza artificiale e al collasso provocato dai social media.

Da quel momento la realtà si piega su se stessa: il tempo si ripete, si deforma e perde la sua linearità, mentre i personaggi restano intrappolati in un presente che sembra incapace di avanzare.

Tempo circolare e IA: il caos come destino umano

In Good Luck, Have Fun, Don’t Die il viaggio nel tempo non è solo il motore della storia, ma il modo in cui il film mostra una situazione ormai fuori controllo, in cui il personaggio interpretato da Sam Rockwell, costretto a tornare indietro per compiere la stessa missione, non è un eroe che cerca di cambiare il destino, ma una figura intrappolata in un ciclo di fallimenti.

Un percorso circolare, simbolo di un mondo incapace di evitare gli stessi errori, soprattutto nel rapporto con la tecnologia e le sue conseguenze, dove ogni tentativo di fuga riporta sempre allo stesso punto. L’intelligenza artificiale, da semplice minaccia futuristica, si trasforma così in un’estensione alterata e inquietante del presente, con le “mostruosità digitali” e gli algoritmi che condizionano i comportamenti degli individui non più semplici elementi di finzione, ma forme riconoscibili nella vita quotidiana.

Ed è qui che il futuro, non più un evento improvviso, si infiltra nel presente consumandolo dall’interno, mentre l’IA, priva di una propria identità, come uno specchio restituisce un’immagine dell’umano amplificata e trasformata.

Contesto che evidenzia come il gruppo di sconosciuti — interpretati da Haley Lu Richardson, Michael Peña, Zazie Beetz, Asim Chaudhry e Juno Temple — non sia composto da individui eccezionali, ma da persone comuni catapultate dentro una crisi che non può essere decifrata fino in fondo, rafforzando l’idea che la salvezza, se esiste, appartiene a una collettività fragile, improvvisata e imperfetta.

In questo modo Good Luck, Have Fun, Don’t Die, suggerisce che la fine del mondo non richiede competenze particolari, ma soltanto la capacità di restare insieme mentre ogni struttura e punto di riferimento si dissolve. Ma è proprio l’impossibilità di comprendere una realtà diventata incontrollabile a creare un collegamento con le inquietudini della società contemporanea, e nel rapporto sempre più complesso tra esseri umani e intelligenza artificiale.

La crisi rappresentata dal film può quindi essere letta come una riflessione sulle conseguenze di un mondo in cui sistemi tecnologici avanzati sono in grado di modificare profondamente la realtà, ma non sempre risultano facilmente interpretabili o governabili. La perdita di controllo degli eventi e l’incapacità dei personaggi di comprendere pienamente ciò che accade richiamano una condizione sempre più presente nel rapporto tra esseri umani e tecnologie avanzate. Il rischio evocato non riguarda soltanto la sostituzione dell’uomo o la paura della macchina, ma la concreta probabilità che una società sempre più dipendente da strumenti intelligenti perda progressivamente la capacità di orientarsi, comprendere e decidere collettivamente.

In questo senso il diner funziona come un vero microcosmo sociale, uno spazio chiuso, apparentemente neutro, che in breve tempo diventa il punto di condensazione di tutte le tensioni esterne. Un ambiente quasi teatrale, dove il caos globale si riflette in scala ridotta, finendo per somigliare a un acquario rovesciato dove, mentre fuori si agita una tempesta, dentro i personaggi cercano di capire se l’acqua stia già entrando o se, in fondo, ci siano sempre stati immersi.

L’assurdo dentro l’umanità dei personaggi

La realtà messa in scena da Gore Verbinski vive in un equilibrio fragile, dove ogni situazione può trasformarsi da un momento all’altro in qualcosa di assurdo, senza però perdere una sua precisa direzione. Dopo Pirati dei Caraibi, Rango e La cura dal benessere, Verbinski torna a esplorare mondi visivi stranianti e deformati, portandoli verso una dimensione ancora più libera e imprevedibile.

Anche il ritmo del film segue una logica irregolare, alternando momenti più frenetici ad altri più sospesi, senza mai abbandonare del tutto il tono da commedia. La narrazione procede per deviazioni e improvvisi cambi di direzione, trasformando ogni nuova situazione in un’occasione per mettere alla prova i personaggi e il loro modo di reagire a ciò che accade.

La sceneggiatura costruisce questo equilibrio attraverso dialoghi surreali, situazioni paradossali e continui scarti di tono, lasciando che siano soprattutto i personaggi a dare forma al racconto. Più che spiegare il funzionamento di questo mondo, il film osserva il modo in cui le persone cercano di adattarsi a qualcosa che supera le loro aspettative.

Al centro del film c’è la prova di Sam Rockwell, che interpreta un protagonista lontano dall’eroe tradizionale. Il suo “messia riluttante” è un uomo segnato dai propri errori e dalla consapevolezza di non essere davvero pronto per il ruolo che gli è stato assegnato. Rockwell alterna ironia, fragilità e stanchezza, costruendo un personaggio che continua la propria missione più per necessità che per convinzione.

Intorno a lui prende forma un gruppo di personaggi diversi tra loro, uniti più dalle circostanze che da un vero senso di appartenenza. Non sono una squadra perfetta, ma proprio questa distanza tra loro rende il gruppo più credibile: persone comuni costrette a condividere qualcosa di più grande di loro.

Un futuro già rotto che continua a ripetersi

Good Luck, Have Fun, Don’t Die utilizza la fantascienza non per immaginare un futuro lontano, ma per deformare il presente fino a renderlo riconoscibile e familiare. Gore Verbinski costruisce un film fatto di contrasti continui: ironia e angoscia, controllo formale e disordine narrativo, fatalismo e desiderio di cambiamento.

Un racconto in cui il futuro non è una destinazione, ma una frattura già presente nel mondo, qualcosa che continua a riproporre gli stessi errori senza riuscire a superarli. In questa prospettiva, la sua forza sta nel modo in cui i personaggi sono costretti a muoversi dentro una realtà in continua trasformazione. È un film che non chiede di essere risolto, ma attraversato, come un sistema che continua a riavviarsi senza mai raggiungere una versione definitiva di sé stesso.

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Emanuela Giuliani

Il Voto della Redazione:

7


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