Anthony Ippolito racconta la trasformazione in Sylvester Stallone per I Play Rocky e ricorda l’incontro con l’attore.
Interpretare Sylvester Stallone in I Play Rocky ha rappresentato per Anthony Ippolito una sfida importante, ma anche l’occasione di avvicinarsi a una delle storie più significative del cinema. Da tempo affascinato dagli inizi della carriera dell’attore, Ippolito ha cercato di entrare nel cast del film dedicato alla nascita di Rocky, nonostante inizialmente nessuno gli proponesse un provino, e proprio come Stallone aveva lottato per ottenere il ruolo di Rocky Balboa, anche lui ha deciso di insistere, riuscendo infine a conquistarsi la parte.
Non era la prima volta che Ippolito si trovava a interpretare una versione più giovane di una celebrità. Il suo primo progetto importante era stato Pixels, nel quale aveva vestito i panni di Adam Sandler da adolescente. Successivamente aveva interpretato Al Pacino in The Offer, la serie di Paramount+ dedicata alla realizzazione de Il Padrino. Un percorso che lo ha portato, senza averlo programmato, a confrontarsi con alcune delle più importanti icone del cinema italoamericano.
“Ho letto un articolo in cui si diceva che Peter Farrelly stava girando questo film e ho pensato: “Wow, sarà un progetto davvero interessante””, racconta Ippolito a Entertainment Weekly. “Volevo provare a entrare a farne parte, se possibile, ma mi sembrava qualcosa di irraggiungibile. Ho inviato moltissimo materiale e, poco alla volta, la possibilità ha iniziato a diventare concreta. Quando ho saputo che le cose stavano andando bene è stato un momento fantastico, anche se ero nervoso”.
Diretto da Peter Farrelly (Green Book), I Play Rocky racconta gli inizi degli anni Settanta, quando Stallone, in difficoltà nel trovare spazio come attore, arrivò a vivere in condizioni di estrema precarietà, fino a ritrovarsi senza una casa. Ispirato dalla storia di Chuck Wepner, pugile considerato sfavorito ma capace di resistere fino all’ultimo round contro Muhammad Ali, Stallone scrisse la sceneggiatura di Rocky in pochi giorni. Il progetto attirò presto diverse offerte, ma le produzioni interessate volevano affidare il ruolo del protagonista a interpreti già affermati, come Robert Redford o Burt Reynolds. Stallone, però, si rifiutò di cedere la sceneggiatura senza poter interpretare lui stesso Rocky Balboa. Una determinazione che alla fine gli permise di ottenere la parte e cambiare il corso della propria carriera.
La sua scommessa si rivelò vincente: uscito nel 1976 con un budget di un milione di dollari, Rocky incassò ne 225 milioni e conquistò l’Oscar come miglior film. Stallone diventò così una delle più grandi star del cinema mondiale e il successo della pellicola diede origine a un franchise che oggi comprende nove film, oltre a una nuova serie televisiva spin-off in arrivo.
Per prepararsi al ruolo, Ippolito ha studiato a lungo la figura di Stallone, guardando interviste e recuperando anche i suoi film meno conosciuti, realizzati prima di Rocky. La possibilità di parlare direttamente con l’attore, però, si è rivelata particolarmente preziosa. Durante la preparazione del film, Stallone lo ha infatti contattato telefonicamente per raccontargli alcuni momenti dei suoi primi anni di carriera.
“Il fatto che abbia trovato il tempo per parlare con me è stato incredibile. Avevo fatto molte ricerche per conto mio, ma niente è paragonabile alla possibilità di ascoltare direttamente lui”, spiega Ippolito. “Era disposto a raccontarmi quel periodo della sua vita, quando si trovava in una situazione molto difficile e stava attraversando un momento buio. Ascoltare il suo racconto delle difficoltà legate al giudizio degli altri per la paralisi facciale causata da un incidente alla nascita, della sua crescita e del tentativo di affermarsi come attore nonostante tutto, fino alla scoperta e alla passione per la scrittura, è stato davvero un privilegio”.
Un confronto che ha aiutato il giovane interprete a comprendere meglio la persona dietro il personaggio, ma che non ha reso meno impegnativa la trasformazione necessaria per avvicinarsi allo Stallone degli anni Settanta. Ippolito sapeva di dover affrontare un importante cambiamento fisico, che avrebbe richiesto anche uno stile di vita completamente diverso.
“Una delle grandi fonti di ispirazione di Stallone durante la sua giovinezza era Steve Reeves, l’attore che interpretava Ercole e aveva un fisico straordinario. Stallone aveva iniziato ad allenarsi con i pesi fin da giovanissimo, io invece no”, racconta scherzando. “Sapevo quindi di dover lavorare molto per raggiungere quel risultato, ma per fortuna avevo ancora abbastanza tempo”.
Il lavoro di preparazione ha dato i suoi frutti. Durante le riprese, Ippolito era riuscito a trasformarsi a tal punto da sembrare Stallone al collega Stephan James, interprete di Carl Weathers, che ha raccontato di avere quasi la sensazione di lavorare direttamente con lui. Un risultato raggiunto, però, attraverso un percorso tutt’altro che semplice, tanto che alla fine delle riprese l’attore era pronto a tornare alle proprie abitudini.
“È stato un cambiamento di vita che ho accettato volentieri per poter realizzare questo film, ma alla fine ero piuttosto esausto. Molte cose sono state difficili e le riprese si sono rivelate fisicamente molto più impegnative di quanto immaginassi. Abbiamo lavorato con tempi strettissimi e a ritmi molto intensi. È stata un’esperienza che mi ha messo alla prova sotto tanti aspetti, sia fisicamente sia emotivamente”.
Gli sforzi, tuttavia, sembrano aver dato i loro frutti. I Play Rocky ha ricevuto un’accoglienza entusiastica alla première al Toronto International Film Festival e anche l’interpretazione di Ippolito ha ottenuto riscontri molto positivi. Tra le reazioni più importanti per l’attore c’è stata naturalmente quella dello stesso Stallone, che ha espresso il proprio apprezzamento per il film.
“Sono stato felicissimo della sua reazione positiva”, racconta Ippolito. “Quando realizzi un film speri che piaccia al pubblico, ma desideri soprattutto che piaccia a Stallone. È una dichiarazione d’amore per tutto ciò che è riuscito a superare, per il cinema, per il processo creativo e per quello che si può affrontare pur di inseguire un sogno. Per questo il suo giudizio significa davvero moltissimo per me”.






