Ron Howard racconta Richard Avedon nel documentario che esplora fotografia, moda e arte tra visione creativa e successo commerciale.
Ron Howard è tornato al Festival di Cannes per la nona volta per presentare in anteprima il suo nuovo documentario, Avedon, dedicato al celebre fotografo Richard Avedon. Prima di arrivare sulla Costa Azzurra, però, come riportato da Variety, il regista premio Oscar ha fatto una tappa significativa all’Università dell’Oklahoma, dove ha ricevuto una laurea honoris causa. Un riconoscimento che per lui ha avuto un valore soprattutto personale e familiare: proprio lì, infatti, i suoi genitori Jean e Rance si erano conosciuti da studenti e si erano innamorati.
“Nessuno dei due si è laureato all’Università dell’Oklahoma perché sono scappati insieme per entrare nel mondo dello spettacolo”, racconta Howard parlando dei genitori ormai scomparsi. “Ma, incredibilmente, ce l’hanno fatta”.
Per il regista, quella cerimonia è stata un’occasione rara per fermarsi a riflettere sulle connessioni e sugli effetti a catena della vita. “Credo nella filosofia de La vita è meravigliosa. L’effetto che abbiamo sugli altri, o che gli altri hanno su di noi, raramente viene riconosciuto, a meno che non sia evidente. È un’opportunità per ricordare quanto possa significare un’istituzione come l’Università dell’Oklahoma e per chiedersi quante storie come quella dei miei genitori esistano oggi”.
Questo stesso sguardo sul rapporto tra vita, scelte e conseguenze si riflette anche nel suo nuovo documentario. Avedon, infatti, cerca di raccontare proprio il “rapporto causa-effetto” nella vita di Richard Avedon e il modo in cui la sua visione artistica abbia contribuito a trasformare il linguaggio visivo del XX secolo.
Il film è prodotto da Imagine Documentaries, la divisione non-fiction della casa di produzione fondata da Howard e Brian Grazer, che negli anni ha realizzato progetti su figure molto diverse: da icone di Hollywood come Martin Short (“Marty, Life is Short” per Netflix) e Whoopi Goldberg, fino alla nazionale di calcio statunitense campione del mondo nel 1994, protagonista del prossimo “Summer of ’94”.
Howard era da tempo un ammiratore del lavoro di Avedon: i suoi ritratti di Marilyn Monroe, Charlie Chaplin, James Baldwin o Lew Alcindor (prima che diventasse Kareem Abdul-Jabbar), così come le campagne pubblicitarie di Calvin Klein con Brooke Shields, sono immagini diventate iconiche. Tuttavia, il regista ha scoperto la reale ampiezza dell’opera del fotografo solo lavorando al documentario, soprattutto il suo impegno legato ai diritti civili.
Tra le sorprese emerse dall’archivio di Avedon, Howard cita anche un ritratto del regista John Ford, una figura che ha sempre idolatrato fin da bambino. “È la mia foto preferita di lui, e non sapevo nemmeno che fosse stata scattata da Richard Avedon”.
A colpire profondamente Howard è stata soprattutto la capacità di Avedon di sfruttare la propria fama nel mondo della moda e della pubblicità per spingersi oltre i confini dell’immagine, creando lavori complessi e spesso provocatori. Questa tensione — o, come sottolinea il regista, la sua apparente assenza — è diventata uno dei temi centrali del film.
“Sapeva essere perfettamente inserito nel mondo commerciale delle riviste e della pubblicità, e allo stesso tempo andare oltre, rischiare e creare”, spiega Howard. “È un esempio straordinario di come si possa essere commerciali senza svendersi”.
Il documentario include testimonianze di numerose figure del mondo della moda e dell’arte, tra cui Isabella Rossellini, Twiggy, Lauren Hutton, Calvin Klein, Tina Brown e Beverly Johnson, oltre al figlio del fotografo, John Avedon. Sono presenti anche interviste d’archivio allo stesso Richard Avedon, scomparso nel 2004 a 81 anni, che permette così di raccontare la propria storia con la sua voce.
Una delle difficoltà maggiori per Howard è stata condensare una vita così ricca in meno di due ore. “È stato davvero difficile ridurre tutto a una durata adeguata”, ammette. “C’erano troppe fotografie e troppi aneddoti straordinari da includere”.
Tra le testimonianze che lo hanno colpito di più c’è quella della coreografa Twyla Tharp, amica e soggetto di Avedon. “Era molto acuta, ironica, e offriva grandi spunti. Aveva capito perfettamente il suo equilibrio tra immagini provocatorie, sexy, commerciali e allo stesso tempo profondamente personali”.
Howard riconosce anche diverse affinità con il fotografo: la dedizione al lavoro, la ricerca dell’essenza dei soggetti, la gioia della collaborazione creativa. “Per lui ogni sessione fotografica era come costruire una scena”, osserva il regista.
Una differenza fondamentale, però, resta nello stile autoriale: Avedon imprimeva la propria firma in modo riconoscibile e deciso, mentre Howard tende a un approccio meno identificabile. “Voleva che si riconoscesse una foto come “di Avedon”. Ogni posa, ogni soggetto, ogni scatto era un riflesso di sé. Era un vero autore”.
Howard, che oggi lavora spesso su più progetti contemporaneamente, ha affiancato il documentario al film bellico Alone at Dawn, con Adam Driver e Anne Hathaway per Amazon MGM Studios.
“In questa fase della mia vita adoro i documentari perché hanno lo stesso obiettivo dei film di finzione: condividere un’idea e coinvolgere il pubblico”, spiega. “Mi piace passare da un linguaggio all’altro e trovo che sia stimolante. Ciò che imparo in un mezzo può nutrire anche l’altro”.
Pur essendo stato abbastanza famoso da poter essere ritratto da Avedon ai tempi del suo massimo successo, Howard scherza sul fatto di non aver mai fatto parte di quel mondo della moda. Proprio per questo ha sempre osservato il lavoro del fotografo da lontano, con ammirazione.
“Spero che apprezzerebbe il ritratto che ho fatto di lui”, conclude. “È bello vedere che le persone stanno scoprendo Avedon e trovano qualcosa di utile nel suo lavoro. Per me è emozionante poter condividere ciò che credo di aver capito di lui. Avrei voluto conoscerlo davvero”.






