Jaafar Jackson racconta il legame con lo zio Michael, la preparazione per il biopic, le scene eliminate e le prospettive del sequel.
Due anni prima dell’inizio delle riprese di Michael, Jaafar Jackson aveva già stilato una lista di obiettivi, tra cui superare gli incassi di Bohemian Rhapsody e raggiungere il miliardo di dollari al botteghino mondiale. Entrambi i traguardi sono stati raggiunti.
Uscito nelle sale italiane il 22 aprile, il film diretto da Antoine Fuqua è diventato il primo biopic della storia a superare il miliardo di dollari d’incassi mondiali, oltre a essere il maggiore successo di sempre per Lionsgate. Per Jaafar, che non aveva mai recitato professionalmente, ha rappresentato il debutto sul grande schermo e una svolta nella carriera.
Ospite del podcast Awards Circuit di Variety, l’attore ha ripercorso la preparazione al ruolo dello zio, la sua prima esperienza nella stagione dei premi e i progetti futuri. A trent’anni ha appena concluso in Australia le riprese di Supermax, il suo secondo film, accanto a Will Smith, un’esperienza diversa da quella di Michael, girato interamente a Los Angeles, per il contesto produttivo, il cast e il personaggio interpretato.
Cresciuto in una famiglia numerosa, con trenta o quaranta parenti riuniti in casa durante le feste tra giochi, grigliate e musica, Jaafar sognava da bambino di diventare un golfista e ha iniziato a giocare a quattro anni. La musica è arrivata più tardi, quando il padre lo ha portato per la prima volta in uno studio di registrazione: vederlo creare un brano da zero gli ha fatto scoprire una passione che lo ha portato, nel 2019, a pubblicare il singolo di debutto, Got Me Singing.
Ha capito quanto fosse famosa la sua famiglia intorno ai sei anni, quando ha visto il padre e gli zii esibirsi come Jackson 5 a New York, durante un concerto per il loro trentesimo anniversario. Le urla del pubblico lo avevano spaventato, ma gli avevano fatto capire quanto fossero amati.
Tra i ricordi più cari dello zio Michael ci sono momenti semplici: Jaafar gli chiedeva spesso le caramelle Starburst, soprattutto quelle rosa e rosse, e giocava con lui ai videogiochi e a nascondino. Lo ricorda come una persona divertente, con cui era sempre un piacere stare.
Per interpretarlo sullo schermo, ha trascorso circa due anni a studiarne la vita e il lavoro attraverso canzoni, demo, scritti, diari, esibizioni e prove. Si è inoltre formato con Angela Gibbs, la sua insegnante di recitazione, approfondendo i metodi di Stanislavskij, Meisner e Uta Hagen per trovare gli strumenti più adatti al personaggio.
La prima sfida è stata riprodurre la voce di Michael. Jaafar aveva già attirato l’attenzione del produttore Graham King inviandogli spontaneamente un messaggio vocale in cui imitava lo zio, tanto da convincerlo a trovargli un insegnante già dal giorno successivo. La danza si è rivelata ancora più impegnativa, soprattutto nelle sequenze ispirate a Bad, il brano che chiude il film: doveva riprodurre i movimenti con naturalezza, senza sembrare intento a seguire una coreografia. Le tante ore di prova gli hanno permesso di acquisire la sicurezza necessaria per lasciarsi andare sulla scena, anche se ballare sulle punte dei piedi continuava spesso a provocargli dolore.
Il successo di Michael ha realizzato un obiettivo che Jaafar si era posto prima ancora dell’inizio delle riprese. Quando ha saputo che il film aveva superato il miliardo di dollari d’incassi, ne ha parlato con il regista Antoine Fuqua e il produttore Graham King, orgoglioso di un risultato che avrebbe reso felice anche lo zio, da sempre appassionato di record. Dopo l’uscita, ha incontrato Rami Malek a Parigi, durante la Settimana della Moda, e lo descrive come una persona molto gentile.
L’attenzione ricevuta lo ha portato alla sua prima campagna per gli Oscar, un’esperienza che definisce surreale. Non immaginava fino in fondo cosa comportasse la stagione dei premi, ma sta vivendo gli incontri e le interviste come occasioni per imparare e mettersi alla prova.
Prima dell’uscita del film si era parlato molto del terzo atto originale, dedicato a temi delicati e poi escluso dal montaggio finale. Jaafar sapeva che non tutte le scene girate sarebbero arrivate sullo schermo, ma considera comunque utile il lavoro svolto: anche le sequenze tagliate gli hanno permesso di crescere come attore e di prepararsi alla possibilità di dover rinunciare, in futuro, a scene a cui tiene.
Interpretare una storia così legata alla propria famiglia è stato particolarmente intenso, anche grazie alla presenza sul set di Colman Domingo, nel ruolo del nonno Joe Jackson, e di Nia Long, che interpreta la nonna Katherine. Jaafar racconta di aver conosciuto un lato più dolce del nonno rispetto a quello vissuto dal padre Jermaine, cresciuto in un ambiente più rigido. Sul set, Domingo è riuscito a restituire il carattere di Joe attraverso gli sguardi, la voce e i piccoli gesti, spesso senza bisogno di prove preliminari.
A preoccuparlo era soprattutto la reazione dei familiari, ai quali avrebbe mostrato momenti così personali della loro storia. Jaafar era nervoso all’idea di assistere alla proiezione insieme a loro, ma ha ricevuto il sostegno di tutta la famiglia. Suo padre Jermaine ha scelto di vedere il film per la prima volta alla première di Berlino, insieme al pubblico, e al termine si è commosso, raccontando al figlio quanto fosse difficile distinguerlo da Michael in diversi momenti. La visione gli aveva riportato alla mente tanti ricordi e reso ancora più forte la mancanza del fratello; per Jaafar, sapere di aver suscitato emozioni così profonde nel padre è stata la soddisfazione più grande.
Anche le origini colombiane hanno un posto importante nella sua vita. La madre Alejandra è nata a Bogotá e Jaafar, per metà colombiano, è rimasto colpito dall’entusiasmo del pubblico latinoamericano. Vorrebbe tornare in Colombia, dove manca da quando aveva quattordici anni, e imparare meglio lo spagnolo, che ammette di non conoscere quanto vorrebbe. A Bogotá vive ancora una parte della famiglia materna, mentre altri parenti si trovano in Messico. L’ultimo viaggio in Sud America risale al 2019, quando era stato in Brasile.
Sul possibile sequel, Jaafar non ha ancora ricevuto informazioni precise, ma si dice pronto a tornare sul set. Non conosce la data d’inizio delle riprese né i dettagli della storia e preferisce concentrarsi su ciò che dipende da lui: prepararsi e offrire la migliore interpretazione possibile.
A chi vuole conoscere meglio Michael, consiglia di partire dalla sua musica, dai testi, dalle poesie, dai video e dai discorsi pubblici, senza dimenticare le iniziative benefiche e le visite ai bambini. Per lui, le opere e le parole dello zio sono una chiave per comprenderne la figura al di là della fama.
Fuori dal lavoro, Jaafar conserva passioni e abitudini insolite. Da bambino veniva soprannominato Arte, amava giocare con i soldatini e immaginare battaglie, mentre oggi ha una tarantola come animale domestico. Non ha mai fatto karaoke perché teme di essere giudicato, ma sotto la doccia canticchia melodie e imita i suoni degli strumenti. Se dovesse scegliere un altro titolo per il film, opterebbe per Man in the Mirror.
Ama il gelato Sea Salt Cream & Cookies di McConnell’s, si diverte a fare il giocoliere e possiede una vasta collezione di film. Tra i ruoli che avrebbe voluto interpretare cita Ettore in Troy, mentre il personaggio immaginario che ammira di più è Black Panther.
Il consiglio più importante che dice di aver ricevuto è quello di apprezzare le cose semplici, restare curiosi e vivere il presente senza lasciarsi distrarre continuamente dagli schermi. Non gli è stato rivolto direttamente: lo ha trovato in un biglietto scritto da Michael e, leggendolo, ha avuto la sensazione di imbattersi in qualcosa che, in fondo, avrebbe già dovuto sapere.






