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Michael, la recensione: dentro la leggenda del re del pop

Michael, un viaggio nella vita e nella leggenda di Michael Jackson tra musica, famiglia e spettacolo senza tempo.

Ci sono pochi artisti nella storia capaci di attraversare decenni e culture influenzando intere generazioni con la loro arte. Michael Jackson è senza dubbio uno di questi: un talento che ha ridefinito il linguaggio della musica e dello spettacolo su scala globale, ma anche una figura complessa la cui storia continua a essere raccontata con difficoltà, oscillando tra esaltazione e semplificazione.

Ed è proprio su questa profondità che si concentra Antoine Fuqua in Michael, il film biografico nelle sale italiane dal 22 aprile grazie a Universal Pictures, che oltre ai successi e alle performance diventate leggenda prova a entrare nel mondo interiore di un artista fuori scala. Un tentativo, tuttavia, che non osa spingersi davvero nelle zone più controverse o scomode della sua vita, preferendo una narrazione ordinata, costruita e rassicurante, ovvero quella di un uomo segnato da ambizioni, pressioni e fragilità, vissuto costantemente oltre i confini della normalità: dal debutto con i Jackson 5 fino all’esplosione planetaria di brani come Thriller e ai tour che hanno segnato la storia, il tutto filtrato quasi sempre attraverso una visione mitizzante.

Da bambino prodigio a leggenda mondiale

La storia di Michael Jackson prende forma a Gary, Indiana, dentro una famiglia numerosa e profondamente legata alla musica. Fin da piccolo, con i Jackson 5, emerge come un talento dalla voce limpida, dal carisma naturale e da una presenza scenica quasi istintiva, come se il palco fosse una dimensione già sua.

Ma questa apparente naturalezza nasce in un contesto tutt’altro che semplice, dove il padre, Joseph Jackson, severo, inaffettivo e dominante, impone ai figli una disciplina rigida e costante, fatta di prove continue, ripetizioni e una ricerca ossessiva della perfezione. In casa Michael Jackson la musica non è mai gioco o leggerezza, ma un lavoro totale, in cui ogni errore viene eliminato e ogni dettaglio tenuto sotto controllo. Il film insiste su questo aspetto, ma, pur soffermandosi su di esso, non lo approfondisce davvero, lasciandolo più sullo sfondo che come parte viva della storia.

Un ambiente che accelera la crescita artistica ma senza spazio per la spensieratezza, e che non solo definisce i Jackson 5: impeccabili nelle armonie vocali, sincronizzati nei movimenti e sorprendentemente professionali sul palco, ma finisce per segnare profondamente Michael nel suo modo di vivere la musica, il successo e soprattutto se stesso. È un equilibrio fragile, dentro un sistema di regole già scritte in cui esibirsi significa non potersi permettere errori, mentre la musica diventa per lui anche un rifugio.

In questa dinamica, il rapporto con i fratelli – Tito, Jackie, Marlon e Jermaine – diventa fondamentale nel rendere i Jackson 5 non solo una band, ma anche un percorso di crescita condiviso, fatto insieme di collaborazione e competizione. Ogni esibizione è allo stesso tempo una prova collettiva e individuale, in cui imparare a reggere il peso delle responsabilità diventa parte del mestiere, anche se il racconto resta su un piano descrittivo, evitando di entrare in conflitti più profondi o in tensioni davvero esplosive.

Ma è proprio qui che Michael Jackson comprende che la responsabilità non va subita, ma trasformata in precisione, mentre il rigore diventa una forma di linguaggio artistico che si rafforzerà con la carriera solista fino a diventare parte della sua identità. Il controllo del palco, la cura dei movimenti e la ricerca della perfezione diventano così i cardini del suo stile, trasformando ogni performance in un equilibrio tra musica, corpo e immagine.

L’infanzia sospesa di Neverland

Il ritratto di Michael Jackson passa anche da Neverland e dalla figura di Peter Pan, che vanno oltre la semplice immagine pubblica di una popstar e diventano il segno di una frattura profonda: un’infanzia vissuta troppo in fretta e mai davvero lasciata andare. Neverland è un rifugio dalle regole e dalle responsabilità della vita adulta, un mondo sospeso in cui il gioco e l’innocenza restano centrali nella sua quotidianità.

Questa idea si ritrova anche nel rapporto con gli animali, esotici e non, che considera i suoi unici amici, soprattutto lo scimpanzé Bubbles, che diventa il simbolo del bisogno di legami più sinceri, lontani dalle complicazioni delle relazioni adulte. Peter Pan, così, non è solo il rifiuto di crescere, ma anche il tentativo di tenere viva un’idea di innocenza difficile da conservare altrove.

Una condizione instabile che non si risolve del tutto: da un lato può essere letto come una forma di resistenza alla pressione dello star system, dall’altro come un modo per proteggersi da esperienze e responsabilità che pesano. Il film lo suggerisce, ma non lo approfondisce davvero, lasciando il confine tra protezione e fuga solo accennato.

Il cinema incontra l’icona

Antoine Fuqua porta Michael sul grande schermo muovendosi tra due piani che restano sempre intrecciati: la spettacolarità che ha costruito l’immagine di Michael Jackson e i momenti più intimi della sua vita fuori dal palco. La macchina da presa resta spesso vicina ai volti e ai gesti, soprattutto durante prove e registrazioni, come se cercasse di entrare nel suo modo di lavorare, fatto di disciplina, ripetizione e controllo. Quando arrivano le performance dal vivo, la messa in scena esplode nella sua forza visiva, mentre nelle scene più raccolte si sente la pressione costante che accompagna la sua carriera, senza una vera separazione tra palco e vita privata.

Questa continuità passa anche dalla scrittura di John Logan, che segue la carriera di Jackson senza interrompere il flusso tra pubblico e privato. I dialoghi con familiari, collaboratori e figure dell’industria musicale servono soprattutto a mostrare un artista sempre in equilibrio tra bisogno di controllo ed esposizione costante, costruendo un racconto lineare, senza fratture nette ma anche senza veri scarti narrativi.

Il film alterna spesso palco e backstage, ciò che il pubblico vede e ciò che accade dietro le quinte, mostrando come in Michael Jackson queste due dimensioni convivano senza separarsi davvero. Juliano Krue Valdi dà energia all’infanzia e agli anni dei Jackson 5, con un’interpretazione spontanea che restituisce soprattutto l’irruenza e la naturalezza del talento agli inizi. Jaafar Jackson, suo nipote, lo interpreta dall’adolescenza in poi con una presenza intensa che richiama movimenti, postura e gestualità di Michael senza scivolare nell’imitazione, anche se il film punta più sulla somiglianza che su una lettura critica del personaggio.

Accanto a loro, Colman Domingo dà corpo a un Joseph Jackson duro e distante, costruito più attraverso la presenza che attraverso momenti apertamente emotivi. Nia Long interpreta una madre più raccolta che prova a mantenere un equilibrio dentro la rigidità familiare. Miles Teller e Laura Harrier si muovono invece nel mondo dell’industria musicale, con interpretazioni sobrie che rendono bene il lato più freddo e contrattuale del sistema che circonda il protagonista, mentre Kat Graham e gli altri attori completano un ambiente fatto di pressioni, alleanze e rapporti di lavoro.

Michael per sempre

Il film ripercorre la vita di Michael Jackson in modo lineare, senza reali cambi di ritmo o deviazioni narrative, seguendo una direzione costante dall’inizio alla fine. L’impostazione originaria, più cupa e con l’inclusione delle accuse degli anni ’90, prevedeva anche una scena iniziale legata all’arresto del 2003, scelta che avrebbe potuto dare un taglio più forte e spiazzante. Questa direzione, però, è stata abbandonata e le parti legate alle indagini sono state eliminate, spostando il racconto su una struttura più ordinata, centrata sulla carriera e sull’immagine pubblica.

Il risultato è più un omaggio che un biopic vero e proprio: celebra Michael Jackson più di quanto provi davvero a raccontarlo, restando in superficie ed evitando le sue contraddizioni.

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Emanuela Giuliani

Il Voto della Redazione:

6


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