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Jesse Eisenberg contro Zuckerberg: “Non voglio essere associato a lui”

Jesse Eisenberg prende le distanze da Mark Zuckerberg: “Se è lui ad aver creato questo mondo, non voglio viverci”.

Ospite del Karlovy Vary Film Festival, dove ha ricevuto il Premio del Presidente, Jesse Eisenberg ha spiegato perché non tornerà a interpretare Mark Zuckerberg nel nuovo film scritto da Aaron Sorkin, The Social Reckoning, sequel di The Social Network di David Fincher.

Durante un incontro con il pubblico, all’attore è stato chiesto se si sentisse in qualche modo responsabile di aver contribuito a costruire l’immagine pubblica del fondatore di Facebook grazie alla sua interpretazione nel film del 2010. Eisenberg ha risposto senza esitazioni: oggi non vuole più essere associato a Zuckerberg.

Nel nuovo film il ruolo del magnate della tecnologia sarà affidato a Jeremy Strong. Il cast comprende anche Mikey Madison nei panni di Frances Haugen, l’ex ingegnera di Facebook che rese pubblici documenti riservati dell’azienda, e Jeremy Allen White nel ruolo del giornalista del Wall Street Journal che raccolse le sue rivelazioni.

Ripensando a The Social Network, Eisenberg ha raccontato il particolare provino con David Fincher. Dopo aver memorizzato quindici pagine di dialoghi, arrivò all’incontro convinto di dover recitare una scena. Invece il regista gli chiese semplicemente di ascoltarlo.

“Mi disse di pensare a un dirigente di uno studio cinematografico che aveva conosciuto. Una persona di cui non riuscivi mai a capire cosa stesse pensando, capace di fissarti senza lasciar trasparire nulla. Mi sembrò un personaggio affascinante e pensai subito che mi sarebbe piaciuto interpretarlo.”

All’epoca, ricorda l’attore, Zuckerberg era ancora una figura poco conosciuta. “Il film mi sembrava quasi strano, perché in pochi sapevano davvero chi fosse. Lo consideravo un personaggio interessante. Poi è diventato famoso e oggi non voglio più interpretarlo. Non mi piace essere associato a lui.”

Parlando dell’evoluzione dei social media, Eisenberg ha spiegato di aver sempre evitato le piattaforme digitali. “Già parlare di me in pubblico mi mette a disagio. L’idea di espormi continuamente sui social mi terrorizza.”

Ha poi aggiunto che, con il tempo, la sua percezione di Zuckerberg è profondamente cambiata: “Essere nel film che raccontava la nascita di Facebook ha reso tutto ancora più inquietante. Ho capito che la persona che ha creato quel sito non mi sembra qualcuno particolarmente interessato agli altri. E ho pensato: se quest’uomo è il creatore di questo mondo, io non voglio viverci.”

Durante la lunga conversazione al festival, Eisenberg ha parlato, come riportato Variety, anche della sua carriera da regista. Ha ricordato le recensioni negative ricevute dal suo esordio dietro la macchina da presa, When You Finish Saving the World, osservando come il personaggio interpretato da Julianne Moore fosse stato giudicato con particolare severità.

Secondo il regista, la reazione è stata molto diversa con A Real Pain, dove il personaggio di Kieran Culkin, pur essendo altrettanto duro e sgradevole, è stato accolto con entusiasmo. “Forse c’entra anche il sessismo. Quando una donna è antipatica o crudele, il pubblico tende a giudicarla più duramente. Quando lo è un uomo, invece, gli viene concesso molto più facilmente.”

Eisenberg è ora impegnato nella promozione del suo nuovo film da regista, The Debut, prodotto da A24 e interpretato da Julianne Moore e Paul Giamatti. Anche in questo caso ha notato una dinamica simile: “Giamatti interpreta un personaggio davvero crudele, ma durante le proiezioni di prova il pubblico lo ha adorato. Forse continuiamo a essere più indulgenti con gli uomini.”

L’attore ha anche parlato del suo rapporto con A24, scherzando sul fatto che A Real Pain fu inizialmente rifiutato dalla casa di produzione e distribuito poi da Searchlight Pictures. Nonostante questo, ha definito A24 una delle poche realtà hollywoodiane ancora realmente interessate alla qualità dei film, più che al semplice ritorno economico.

Infine, Eisenberg ha messo a confronto il sistema cinematografico americano con quello europeo, sottolineando come negli Stati Uniti anche il cinema d’autore debba necessariamente garantire un profitto, mentre in molti Paesi europei il sostegno pubblico permette ai registi di concentrarsi soprattutto sull’aspetto artistico. “Negli Stati Uniti la prima domanda è sempre come recuperare l’investimento. In Europa, invece, ti chiedono come realizzare il miglior film possibile. Questa, per me, è la differenza fondamentale.”


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