La bola negra dei Los Javis porta sullo schermo amori taciuti e ferite mai dimenticate, in una storia dove il passato torna a farsi sentire.
Ci sono legami che il passare degli anni non riesce a spezzare, ferite che non si rimarginano e verità che continuano a riaffiorare anche quando il mondo intorno è cambiato. Un filo tra passato e presente da cui prende forma La bola negra, il film diretto da Javier Ambrossi e Javier Calvo, il duo di registi spagnoli conosciuto come Los Javis, che dopo la presentazione in concorso alla 79ª edizione del Festival di Cannes, dove ha conquistato il premio per la Miglior Regia ex aequo con Fatherland di Pawel Pawlikowski, è arrivato alla 21ª Festa del Cinema di Roma.
Ambientato nel 1932, nel 1937 e nel 2017, La bola negra, in arrivo nelle sale italiane il 14 gennaio 2027 distribuito da Movies Inspired, si muove avanti e indietro nel tempo, seguendo personaggi appartenenti a epoche diverse che, almeno in apparenza, hanno poco da dirsi. Le loro storie finiscono però per andare ben oltre le singole vicende, rispecchiandosi tra sentimenti vissuti nell’ombra, identità messe alla prova e aspirazioni ostacolate dalle convenzioni sociali.
Il film, più che soffermarsi sui singoli percorsi, indaga così ciò che si tramanda da una generazione all’altra, anche senza essere mai raccontato, mostrando come esperienze e segreti rimasti a lungo nascosti possano lasciare un segno anche su chi viene dopo. E quello che sembrava lontano torna lentamente a trovare un posto nel presente.
Tre epoche per raccontare una stessa ferita
In La bola negra, vivere liberamente la propria omosessualità significa fare i conti con una società che giudica e respinge chi non si conforma alle sue regole. Attraverso tre storie ambientate nel 1932, nel 1937 e nel 2017, Javier Ambrossi e Javier Calvo raccontano come siano cambiate le possibilità di vivere apertamente i propri sentimenti, mostrando quanto a lungo possano durare le ferite lasciate dai pregiudizi.
Nelle tre epoche, la paura del rifiuto assume forme diverse, ma accomuna i protagonisti, spingendoli a nascondere ciò che provano e a rinunciare a una parte di sé pur di essere accettati. Ognuno deve così confrontarsi con le aspettative degli altri e con la difficoltà di essere riconosciuto per quello che è, rispecchiando la “palla nera” del titolo, legata alla votazione con cui, Carlos (Milo Quifes), uno dei protagonisti, viene escluso dal Casino di Granada a causa della sua omosessualità.
È sufficiente, di fatto, una pallina nera per impedirgli di entrare, trasformando una semplice votazione in un gesto che rivela l’intolleranza della comunità. Il rifiuto però non riguarda soltanto l’accesso a un circolo, ma anche il posto che Carlos può occupare nella società, evidenziando come le regole sociali possano decidere chi accogliere e chi, invece, escludere. La “palla nera” diventa quindi il simbolo di un’esclusione che va oltre le porte del Casino e costringe Carlos a nascondere la propria identità per essere accettato.
Il bisogno di sentirsi parte di una comunità si scontra così con la paura di essere apertamente ciò che si è. In una società che considera l’omosessualità una colpa o un motivo di vergogna, dichiarare i propri sentimenti mette a rischio l’affetto della famiglia, la propria posizione sociale e il rispetto degli altri. Nascondere ciò che si prova, quindi, può sembrare l’unico modo per evitare il rifiuto, ma significa vivere rinunciando alla libertà di essere se stessi, e la vicenda di Carlos mette in luce proprio questo conflitto e il peso che il giudizio degli altri può avere sulla vita di una persona.
Nel 1937, durante la guerra civile spagnola, la vicenda di Sebastián (Guitarricadelafuente) e Rafael (Miguel Bernardeau) affronta il rapporto tra amore, divisioni politiche e violenza. Sebastián, un giovane trombettista che si ritrova nelle file nazionaliste dopo aver assistito alla distruzione del proprio paese, incontra Rafael Rodríguez Rapún, un prigioniero repubblicano che ha avuto una relazione con Federico García Lorca. Tra i due nasce un legame in un contesto in cui appartenere a schieramenti opposti significa essere nemici. I loro sentimenti aprono però uno spazio in cui riconoscersi al di là delle divisioni politiche.
La loro relazione nasce in un contesto segnato dalla repressione e dalla violenza politica, in cui anche la possibilità di amare liberamente è limitata. La guerra sconvolge le vite, impone scelte difficili e lascia poco spazio ai desideri individuali, mentre l’appartenenza a schieramenti opposti trasforma Sebastián e Rafael in nemici agli occhi della società. Il loro legame si trova così a fare i conti con una realtà che rende difficile vivere il proprio amore senza paura, mentre persino la sfera privata risente della repressione.
Con la storia di Alberto (Carlos González), ambientata nel 2017, il film si sposta in un presente in cui l’omosessualità è vissuta con maggiore libertà rispetto al passato. Storico di professione, Alberto riceve un’eredità inattesa da un nonno che non ha mai conosciuto e decide di indagare sulle proprie origini, cercando risposte su una storia familiare rimasta nascosta. La ricerca si lega al difficile rapporto con la madre Teresa (Lola Dueñas) e porta alla luce questioni che il tempo non è riuscito a cancellare. Nonostante i progressi compiuti dalla società, i segreti familiari continuano a pesare sul presente, sottolineando come il cambiamento delle leggi e dei costumi non basti a cancellare le conseguenze di ciò che è stato vissuto e taciuto.
Questo mette in luce il valore della memoria e l’importanza di recuperare le storie rimaste nell’ombra. Chi è costretto a nascondere la propria identità lascia infatti dietro di sé ricordi incompleti, legami mai riconosciuti e vuoti che pesano su chi viene dopo, privato della possibilità di conoscere una parte della propria storia. Riportare alla luce queste esperienze significa restituire loro spazio e dignità.
Le tre storie raccontano quindi, da prospettive diverse, il rapporto tra identità, amore e memoria. Carlos si scontra con il rifiuto della società, Sebastián e Rafael cercano di vivere il loro legame in una guerra che divide le persone, mentre Alberto cerca di fare luce su un passato familiare rimasto a lungo nascosto. Le loro vicende personali si legano così alla storia collettiva, in cui le scelte e i silenzi del passato continuano a influenzare il presente.
Anche il passaggio da un’epoca all’altra aiuta a collegare le tre storie, creando legami che permettono di comprenderle meglio e di cogliere il rapporto tra passato e presente trovando il giusto equilibrio tra simboli e rimandi, dando spazio alle immagini senza spiegare troppo ciò che lo spettatore può già cogliere da sé.
Un ruolo importante in questo percorso è affidato a Federico García Lorca, la cui opera teatrale incompiuta dà il titolo al film. Del testo sono rimaste soltanto quattro pagine, da cui Ambrossi, Calvo e Alberto Conejero hanno preso spunto per sviluppare il racconto. La figura di Lorca (Alberto Cortés) richiama anche un periodo della storia spagnola segnato dalla repressione e dalla violenza contro chi veniva considerato diverso o scomodo. A partire da quel frammento, il film racconta altre vite e dà spazio a esperienze che per molto tempo sono rimaste ai margini della memoria collettiva.
Le storie dei protagonisti, segnate da amori difficili da vivere, possibilità negate e verità emerse soltanto a distanza di anni, richiamano quelle di tante persone omosessuali costrette a nascondere una parte della propria vita per paura delle conseguenze. Accanto alla sofferenza, il film lascia spazio al desiderio di amare, al bisogno di essere riconosciuti e alla ricerca di un posto nel mondo, mostrando come recuperare il passato significhi anche dare voce a chi non ha potuto raccontare apertamente la propria esperienza.
Quando il passato torna a chiedere di essere ascoltato
La bola negra racconta le conseguenze del rifiuto e del silenzio attraverso tre uomini che vivono in epoche diverse, ma sono accomunati dalla difficoltà di esprimere liberamente la propria identità. La discriminazione, la guerra, gli amori nascosti e i segreti familiari diventano parti di una stessa storia, che attraversa le generazioni e continua a influenzare il presente. Conoscere queste storie significa comprendere meglio il passato e riconoscere quanto sia importante poter vivere i propri sentimenti senza paura, ma anche avere la possibilità di raccontare la propria vita e lasciare una traccia di sé.
La vera ambizione di La bola negra però sta nella capacità dei Los Javis di dare al film una dimensione che va oltre la singola storia raccontata, scegliendo di affrontare il proprio racconto con una sicurezza e una libertà capace di dare ancora più profondità ai momenti più intensi. Dietro la ricerca di una forma ampia ed emotiva c’è la necessità di dare spazio a ciò che per troppo tempo è rimasto nascosto: amori taciuti, identità negate, legami spezzati e storie familiari costruite anche attraverso ciò che non è stato detto.
La sua aspirazione è la conseguenza naturale di un progetto che vuole lasciare il segno e non ha paura di assumersi qualche rischio, tanto da lasciare dopo i titoli di coda la sensazione di una visione che non ha avuto paura di puntare in alto.
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Emanuela Giuliani
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