Monster: The Lizzie Borden Story cambia passo con una stagione avvincente, tra atmosfere gotiche, buone interpretazioni e qualche eccesso narrativo.
Un’ascia, una casa apparentemente rispettabile e due corpi senza vita, è così che Monster: The Lizzie Borden Story si presenta, mettendo subito lo spettatore davanti alla tragedia che ha trasformato Lizzie Borden, accusata di aver ucciso a colpi d’ascia il padre Andrew e la matrigna Abby, in una delle figure criminali più famose della storia americana. E la vera domanda, è capire chi fosse Lizzie prima di quella mattina del 4 agosto 1892 e cosa l’abbia portata fin lì.
Ambientata a Fall River, nel Massachusetts, alla fine dell’Ottocento, con la quarta stagione dell’antologia Ryan Murphy e Ian Brennan, affrontano infatti per la prima volta la figura di un’assassina donna con una storia in cui violenza, oppressione familiare e condizione femminile si intrecciano in modo particolarmente evidente.
Una donna prima del “mostro”
Prima di diventare il nome legato a uno dei delitti più famosi dell’America di fine Ottocento, Lizzie Borden era soprattutto una giovane donna che viveva ai margini della propria famiglia e della società in cui è cresciuta. E partendo proprio da qui The Lizzie Borden Story, torna indietro di quattro mesi e raccontando progressivamente la sua quotidianità e tutto ciò che la circonda, non la presenta nè come un mostro, né come una vittima delle circostanze.
Lizzie è di fatto è una donna isolata e profondamente infelice, che vive all’interno di una famiglia in cui la figura paterna è distante e quella della matrigna, Abby, è apertamente oppressiva. Una condizione la sua ulteriormente aggravata dalle convenzioni del periodo vittoriano, la cui indipendenza femminile è estremamente limitata e il matrimonio rappresenta una delle poche possibilità di emancipazione economica e sociale.
Per questo la serie insiste anche sul rapporto conflittuale di Lizzie con il proprio corpo, con i suoi abbondanti e dolorosi cicli mestruali che costituiscono una delle ragioni per cui i potenziali pretendenti la rifiutano, contribuendo così alla sua marginalizzazione. Questo collega la dimensione fisica a quella sociale, con il corpo femminile qualcosa da controllare, giudicare e utilizzare per definire il valore di una donna, e di cui fa parte l’insistenza sulla presunta bruttezza di Lizzie, che introduce di conseguenza l’ossessione per l’aspetto fisico.
È significativo, in questo senso, il racconto della contessa Elizabeth Báthory, la storia della nobildonna ungherese del XVI secolo, associata alla leggenda secondo cui avrebbe utilizzato il sangue di giovani donne per conservare la propria bellezza. La Báthory, interpretata da Vicky Krieps, non soltanto alimenta l’estetica gotica della serie, ma crea una connessione ideale tra donne vissute in epoche differenti e accomunate, nella rappresentazione della serie, dalla pressione esercitata sulla loro immagine e sul loro corpo. È un espediente narrativo volutamente teatrale e quasi fiabesco, perfettamente coerente con il tono eccentrico dell’opera.
Ma a modificare radicalmente la vita di Lizzie è l’arrivo di Bridget Sullivan, la nuova domestica dei Borden dal volto sempre di Vicky Krieps, il cui legame è uno dei nuclei più importanti della storia. Bridget infatti conosce rimedi erboristici e porta nella casa un punto di vista diverso raccontando a Lizzie storie del mondo esterno, diventando una figura con cui lei può finalmente condividere le proprie frustrazioni, trasformando il racconto criminale in una storia di complicità e ribellione.
In questo modo, l’omicidio non appare come l’esplosione improvvisa di una follia individuale, ma come le crescenti umiliazioni, violenze domestiche, isolamento e desiderio di libertà, nel tempo, abbiamo spinto Lizzie verso una reazione estrema. La serie, però, non cancella la responsabilità della protagonista, piuttosto si interroga sulle circostanze che possono precedere una scelta così drammatica. Questa prospettiva distingue The Lizzie Borden Story dalle precedenti stagioni di Monster, concentrate sulla costruzione di figure criminali maschili.
Nonostante la materia narrativa sia estremamente violenta, la serie adotta inoltre un registro giocoso, ironico e volutamente kitsch. L’apertura, con la tenda rosso rubino, il pianoforte decorato, Lizzie scalza nella sua camicia da notte bianca e l’ascia di Andrew, dichiara immediatamente l’intenzione di costruire un universo sospeso tra dramma storico, gotico e spettacolo macabro.
La violenza non viene quindi trattata soltanto in termini realistici, ma anche attraverso una precisa stilizzazione visiva, che la regia sfrutta per accentuare il contrasto costante tra la dimensione domestica e quella perturbante. La casa dei Borden, apparentemente luogo di ordine e rispettabilità, è uno spazio claustrofobico nel quale ogni rapporto è segnato dal controllo, mentre l’immagine dell’ascia custodita nell’armadio ha un valore quasi simbolico: un oggetto concreto che fin dall’inizio sembra contenere la possibilità della tragedia.
Al centro della storia c’è ovviamente Ella Beatty, che veste Lizzie passando dall’apparente ingenuità alla frustrazione, dall’isolamento alla complicità con Bridget, senza trasformarla in una figura del tutto negativa o stereotipata.
Vicky Krieps, nel ruolo di Bridget, porta invece un personaggio più concreto e pragmatico, che fa da contrappeso a Lizzie e permette alla storia di aprirsi al mondo esterno. Rebecca Hall interpreta Abby Borden come una presenza severa e intimidatoria, mentre Charlie Hunnam dà ad Andrew un carattere distante e autoritario. Billie Lourd, nei panni di Emma Borden, infine, completa il quadro familiare mostrando un diverso modo di confrontarsi con le regole dell’ambiente sociale.
E proprio nella costruzione di questo equilibrio tra personaggi, tono e ricostruzione della vicenda che emergono alcuni limiti della serie, con la scelta dello stile stilizzato, ironico e grottesco che attenua la forza drammatica della storia. Inoltre, la tendenza tipica delle produzioni Monster ad ampliare il caso reale attraverso personaggi e collegamenti con altri assassini celebri questa volta indebolisce la compattezza della narrazione. E la presenza di Aileen Wuornos, interpretata da Sarah Paulson, appare inizialmente difficile da conciliare con la storia di Lizzie, anche considerando la distanza temporale tra i due casi.
Nonostante queste perplessità, la stagione mostra una direzione decisa, non ripetendo la formula delle precedenti stagioni, ma adattandola a una figura criminale che permette di affrontare misoginia, violenza domestica, corpo femminile, isolamento sociale e desiderio di emancipazione. È una scelta legittima sul piano televisivo, anche se comporta inevitabilmente una manipolazione dei fatti realmente accaduti.
Una stagione diversa dal solito
Monster: The Lizzie Borden Story è un cambio di passo interessante all’interno dell’antologia di Ryan Murphy e Ian Brennan, e nonostante una certa tendenza a spingersi oltre il necessario, con alcune forzature che finiscono per indebolire una storia che, da sola, ha già abbastanza materiale per reggere il racconto, riesce a mantenere un buon ritmo e a coinvolgere, soprattutto quando lascia che sia la vicenda di Lizzie a guidare il racconto. Alcune scelte possono lasciare perplessi, ma non arrivano a compromettere il risultato riuscito e solido.
©Riproduzione Riservata
Emanuela Giuliani
Il Voto della Redazione:






