Resident Evil di Zach Cregger riporta al centro il survival horror con una nuova identità, tra paura, vulnerabilità, azione e ironia.
Ci sono film che arrivano al cinema portandosi dietro un’eredità così ingombrante da rischiare di essere giudicati ancora prima di essere visti, e Resident Evil è proprio uno di questi. Un universo che il pubblico conosce da decenni, costruito attorno a virus, creature deformi, esperimenti fuori controllo e lotte per la sopravvivenza, così profondamente radicato nella cultura popolare, da legare ogni nuovo capitolo alle aspettative.
Un’eredità con cui Zach Cregger ha deciso di confrontarsi, con l’obiettivo di dare una nuova direzione cinematografica al franchise. Ma come si può affrontare un universo così riconoscibile senza limitarsi a ripetere ciò che il pubblico conosce già?
Da questa domanda che parte il nuovo Resident Evil e Cregger, che mette al centro della storia non uno dei protagonisti storici della saga, ma Bryan, interpretato da Austin Abrams, un corriere medico che suo malgrado si ritrova coinvolto in una notte destinata a trasformarsi in un incubo. Un incarico apparentemente normale lo porta di fatto dentro una situazione sempre più pericolosa, mentre intorno a lui la città precipita nel caos.
La paura che lascia spazio allo spettacolo
Uno degli elementi più significativi del film è il modo in cui Cregger si confronta con il videogioco da cui prende origine. Il suo rapporto con la saga, infatti, non passa attraverso una semplice riproduzione degli eventi conosciuti dai giocatori, ma attraverso il recupero delle sensazioni che ne hanno definito l’esperienza ludica. Per questo il regista di Barbaria e Weapons, invece di limitarsi a un adattamento fedele che avrebbe ridotto la storia a una successione di riferimenti riconoscibili e soddisfatto la memoria dei fan, sceglie una vicenda nuova con un nuovo protagonista.
Nella saga, la paura non dipendeva soltanto dal mostro che compariva davanti al giocatore, ma dall’attesa che precedeva quell’incontro: una porta chiusa, un corridoio buio, un rumore improvviso o una stanza apparentemente vuota bastavano a creare tensione. Il giocatore sapeva che qualcosa poteva accadere, ma non quando, e questa incertezza, che rendeva ogni passo pericoloso, il film la mantiene con Bryan, costretto a muoversi in un mondo di cui non conosce le regole, cercando di restare vivo mentre cerca di orientarsi in una realtà che non riconosce più.
Questa condizione porta così a una diversa rappresentazione della sopravvivenza, con Bryan che non combatte per dimostrare il proprio coraggio, ma perché non ha altra scelta, e la sua vulnerabilità mantiene costantemente aperta la possibilità del pericolo, a cui si aggiunge la città con le sue strade, i suoi edifici e i suoi luoghi familiari, che perde la propria riconoscibilità e si trasforma in una trappola, riflettendo il modo in cui Cregger costruisce l’orrore. Facendo emergere il pericolo poco alla volta, il regista in Resident Evil evita di spiegare tutto immediatamente, lasciando che, più Bryan comprende ciò che sta accadendo, più si renda conto della dimensione della minaccia, resa ancora più inquietante dalla sua origine.
In Resident Evil, virus ed esperimenti trasformano ciò che è familiare in qualcosa di estraneo e minaccioso, mostrando attraverso il caos che circonda Bryan, come il tentativo dell’uomo di superare i limiti naturali possa finire per rivolgersi contro di lui.
La scelta di affidarsi a un protagonista nuovo permette di entrare in questo mondo senza le caratteristiche e i punti di riferimento che il pubblico conosce, rendendo possibile recuperare quella vulnerabilità che costituisce una parte importante dell’esperienza di Resident Evil, con lo spettatore che, insieme a lui, deve scoprire ciò che lo circonda e capire quali pericoli si nascondano al suo interno.
Questa scelta ha però anche delle conseguenze sul modo in cui il film costruisce la tensione. La paura della prima parte deve infatti confrontarsi con la necessità di trasformarsi anche in spettacolo, e quando l’azione prende il sopravvento la tensione si attenua, rendendo il risultato più prevedibile.
Lo stesso accade con l’ironia, presente fin dall’inizio e parte integrante dell’identità del film: se in alcuni momenti contribuisce al tono scelto da Cregger, in altri finisce per alleggerire situazioni che avrebbero bisogno di maggiore tensione, impedendo all’orrore di svilupparsi pienamente. Non è quindi la sua presenza a costituire il problema, quanto il modo in cui finisce per indebolire ciò che il film aveva costruito.
Ed è qui che il titolo trova il suo senso: Resident Evil sembra voler riportare la paura al centro, ma non sempre riesce a proteggerla quando il film sceglie di allargarsi verso lo spettacolo. L’approccio di Cregger rimane riconoscibile e la sua rilettura mantiene una propria identità, ma azione e ironia finiscono per indebolire proprio quella tensione su cui il film aveva costruito la sua forza. Il risultato è una nuova direzione che mostra idee personali, senza riuscire sempre a sostenerle con la stessa efficacia.
Una ripartenza imperfetta
Resident Evil è un film che fa veramente qualcosa di diverso con una saga che, sul grande schermo, ha già preso strade molto lontane tra loro. Cregger riporta al centro l’atmosfera del survival horror, con un film che non vive di riferimenti al passato, ma trova una propria voce e restituisce quel senso di paura e vulnerabilità che ne ha caratterizzato le origini.
Alcune idee funzionano più di altre, ma la sua visione e la voglia di lasciare qualcosa allo spettatore sono evidenti, nonostante non tutto trovi sempre il giusto equilibrio, soprattutto quando il film lascia spazio all’azione e all’ironia. Una ripartenza quindi ancora incerta, ma non anonima, e che porta Resident Evil in una direzione in grado di lasciare intravedere le possibilità di ciò che potrebbe diventare.
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Emanuela Giuliani
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