Ritorno a Buenos Aires

Ritorno a Buenos Aires, recensione: il peso di essere sopravvissuti

Ritorno a Buenos Aires di Marco Bechis, dalla violenza della dittatura alla memoria che non passa nell’interpretazione di Adriano Giannini.

Non è un eroe Mariano Guerra, negli anni ’70 aveva partecipato alle insurrezioni armate contro la dittatura argentina ed era stato arrestato e torturato, ma il suo passato pesa sulla sua coscienza come un macigno ancora dopo 33 anni. A distanza di 27 anni da Garage Olimpo (presentato nella sezione Un Certain Regard del Festival di Cannes), il regista Marco Bechis con Ritorno a Buenos Aires, presentato in Concorso all’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, torna sul tema della rivolta armata e della atroce repressione degli anni ’70 in Argentina, ma questa volta si interroga su cosa significa sopravvivere a quel trauma. Adriano Giannini, in una delle performance migliori della sua carriera, interpreta il medico italiano richiamato a testimoniare dal Ministero della Giustizia nel processo contro coloro che furono i suoi aguzzini e restituisce un personaggio complesso, oscuro e tormentato, ma forse capace di lottare ancora.

Ritorno a Buenos Aires non è un racconto storico ma un film sul peso della memoria. Come per Garage Olimpo (1999) l’esperienza è ancora una volta vicina a quella che il regista Marco Bechis visse in prima persona cinquant’anni fa quando fu sequestrato durante la dittatura argentina, ma lui stesso ci tiene a specificare che la storia di Mariano Guerra non è la sua. Quello narrato in Ritorno a Buenos Aires è il racconto di come il passato continui, per molti aspetti sia intimi che umani e politici, ad occupare ancora il presente.

Tornare per ricordare

È il 2008, Mariano Guerra (Adriano Giannini) vive a Torino, è un medico di emergenza, ma la sua vita sembra buia come le notti trascorse sull’ambulanza. Un giorno una telefonata inattesa turba la sua esistenza riportandolo indietro di oltre trent’anni ad un’esperienza che si è sforzato di dimenticare per tutta la vita. Il Ministero di Giustizia argentino lo invita a tornare nel Paese per testimoniare contro gli ex militari che arrestarono e torturarono lui e tantissimi suoi compagni dissidenti in lotta contro la dittatura. Mariano è uno dei pochi sopravvissuti a quella tragedia. Il ritorno in quei luoghi, il contatto con altri sopravvissuti  e la necessità di riportare alla memoria fatti durissimi lo costringono a fare i conti con il passato e a confrontarsi con ciò che significa essere rimasto vivo.

Tra Garage Olimpo e Ritorno a Buenos Aires rimane il racconto della repressione violenta della popolazione civile, fondato su sequestri, detenzioni clandestine, tortura, omicidi e sparizioni forzate. Ma ora emerge l’evidenza di un capitolo della storia che può configurarsi come crimine contro l’umanità. Il problema è che Mariano si porta sulla coscienza il peso di non essere stato solo semplicemente vittima di torture e abusi. È sopravvissuto, ma ne paga ancora oggi il prezzo.

Una storia che ricompone un passato dolorosamente attuale

Con una regia molto asciutta e una scrittura essenziale ma studiata, firmata da Marco Bechis con sua figlia Vijaya Bechis Boll, Ritorno a Buenos Aires riesce a raccontare e documentare un terribile momento storico attraverso anche lo sguardo della nuova generazione. Il film non cerca di spiegare, non cerca giustificazioni e non esprime giudizi. Mariano Guerra non è un personaggio ammirevole e l’interpretazione di Giannini non lo nasconde affatto. Eppure, il racconto riesce e riportare lo spettatore su un piano di forte empatia e comprensione, anche in virtù di quel labile confine tra vittima e carnefice, una violenza psicologica che continua a perpetrarsi.

Le scenografie degli interni, perlopiù ricostruite a Torino come l’aula bunker del Carcere delle Vallette, sono scarne ed essenziali quasi a voler lasciar spazio all’ambiente emotivo dei personaggi e all’ingombrante presenza di una memoria che dolorosamente riaffiora con più forza di quanto questi vorrebbero. Anche i dialoghi non sono né lunghi né articolati, ma si compongono di silenzi pesanti, vuoti e interruzioni che l’immaginazione riempie con le violente ferite riemergenti.

La parte del film ambientata a Buenos Aires e ricostruita in Brasile, restituisce quei luoghi che ospitarono i fatti più dolorosi del passato: le anguste celle, il tavolo dove i detenuti venivano torturati con la picana (scariche elettriche applicate al corpo durante gli interrogatori), le strade nelle quali avvenivano le catture brutali. In ognuno è il corpo degli interpreti a rappresentare e descrivere la violenza.

Marco Bechis lascia che sia la storia passata a parlare e a riempire di contenuto gli eventi presenti. E l’operazione riesce anche grazie all’ottima interpretazione, spesso molto più fisica che parlata, di Adriano Giannini. In questo modo Ritorno a Buenos Aires racconta come la giustizia possa restituire verità ad un racconto, purtroppo ancora oggi amaramente attuale in diversi Paesi del mondo, ma non potrà mai risarcire anni, identità e vita a coloro che sperimentarono quella tragedia umana; non a coloro che sono scomparsi, ma nemmeno a coloro che ne sono sopravvissuti.

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Vania Amitrano

Il Voto della Redazione:

7


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