Tra gioco e ricordi, Scherzetto di Mario Martone porta Toni Servillo nella casa dell’infanzia, dove il rapporto con il nipote cambia tutto.
Un gioco divertente ma profondo: questo si potrebbe dire in estrema sintesi di Scherzetto, il nuovo film di Mario Martone presentato Fuori concorso alla 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Toni Servillo torna a lavorare con l’amico di una vita e il collega di Teatri Uniti dopo Qui rido io (2021) e veste perfettamente i panni del personaggio immaginato da Domenico Starnone nel suo omonimo romanzo da cui il film è tratto.
Al fianco dei due maestri del cinema e del teatro in Scherzetto c’è un bambino, veramente piccolo (appena 5 anni), Lorenzo Perrotta, che con Servillo non mette in scena una storia ma realmente gioca di gusto con quel suo nonno cinematografico acquisito.
Nella casa dei fantasmi
Con grande fedeltà al romanzo di Starnone Scherzetto narra la storia di Daniele Mallarico (Toni Servillo), settantenne disegnatore di successo, che conduce una vita isolata, immerso nelle sue tavole, in una Milano che lo aiuta a star lontano dai fantasmi del suo passato. Daniele però è di Napoli e nella sua città di origine ha una figlia, Betta (Serena Rossi), sposata con Saverio (Leonardo Lidi). La coppia vive nello stesso appartamento in cui era cresciuto Daniele, insieme hanno un bimbo di appena 4 anni, Mario (Lorenzo Perrotta).
Quando i due decidono di partecipare entrambi ad un convegno di lavoro, Betta chiede al padre di tornare a Napoli per qualche giorno per occuparsi del piccolo Mario. Daniele è riluttante, gli anni, il lavoro, la vita lo hanno reso un uomo schivo e un po’ burbero e soprattutto è impegnato con la consegna delle illustrazioni per un libro di Henry James, “L’angolo felice”. Per amore della sua unica figlia però alla fine decide di accettare e si trasferisce di nuovo per qualche giorno a Napoli, in quella casa così carica di ricordi ed esperienze da essere diventata quasi il luogo abitato dai tutti i demoni del suo passato.
Dal romanzo al film
Con “Scherzetto” Starnone realizza un romanzo denso, un viaggio nella coscienza di Daniele che nell’arco di pochi giorni, a contatto con quel piccolo nipote vivace in quella casa così significativa, si trova a fare i conti con se stesso, ciò che era e ciò che è diventato. Il passato lo assale e lo tormenta, il presente lo delude e lo turba e il futuro, soprattutto incarnato da quel bambino, lo spaventa e lo disorienta. Mentre il piccolo Mario gioca, gioca ad essere bravo e precoce, gioca ad imitare il nonno mentre inconsapevolmente lo sfida. Tra le stanze di quella casa antica e contemporanea va in scena un duello tra nonno e nipote carico di simboli che assalgono l’immaginazione.
Martone insieme alla compagna Ippolita di Majo adatta il romanzo di Starnone in maniera estremamente fedele. Supera la difficoltà di dover girare con un’unità temporale narrativa di pochi giorni nell’angusto spazio di un appartamento e dirige con disinvoltura e naturalezza anche il piccolo Lorenzo, il quale riesce a restituire con realismo, coerenza e freschezza tutta la spontaneità di un bambino di età prescolare sebbene in un film carico di un dramma fortemente legato alla maturità di un artista. Il suo scherzetto salva le prerogative narrative del romanzo, lo alleggerisce di una certa cupezza senza nulla togliere all’intensità delle riflessioni di quel profondo bilancio esistenziale e umano del protagonista.
La dimensione del gioco in Scherzetto
Essenziale nel film è stato l’approccio di Martone e Servillo con il piccolo Lorenzo. Comprendere la necessità di consentire al bambino di vivere quell’importante esperienza cinematografica come un vero e proprio gioco ha salvaguardato tutta la naturalezza e la spontaneità che si percepisce nel rapporto tra nonno e nipote nel film. Buona parte del gusto del racconto risiede proprio in quella dinamica che arriva pura, genuina, divertente e sconcertante al tempo stesso.
Mentre una serie di simboli efficaci, già presenti nel romanzo e abilmente riportati da Martone nel film, restituiscono lo stato d’animo e l’universo interiore di Daniele. C’è il vuoto, la vertigine di un balcone che affaccia sulla Stazione Centrale di Napoli e sovrasta case, finestre e strade dall’alto. Il vuoto è la paura della dissoluzione, del perdersi nel nulla, della memoria rifiutata ma anche da salvare. Ma il vuoto è anche il ponte, uno spazio virtuale che collega il piccolo Mario all’unico amico che ha, il bimbo del primo piano, unendolo a lui in un gioco immaginari che non conosce confini di classe sociale.
Ci sono poi i fantasmi, quelli reali che Daniele deve ritrarre per illustrare il romanzo di James e quelli immaginari che continuano ad abitare le stanze della casa che un tempo ospitò l’intera sua famiglia con tutto il peso dei drammi e dei traumi dell’infanzia.
E ci sono le illustrazioni, anche quelle un gioco per Mario e una cosa molto seria invece per Daniele, tanto seria da diventare parte integrante delle sue visioni personali. Le illustrazioni che si confondono con le fotografie di vecchi album di famiglia che solo Mario, con l’innocenza dei suoi 4 anni riesce a decifrare.
Tutto questo trova all’interno del film di Martone un prima un proprio spazio concreto, materiale, nel balcone, nella camera da letto, nelle mura che si animano e su quel tavolo del soggiorno che ospita colori pennelli e tavole, e poi uno spazio emotivo fortissimo in cui i silenzi e persino il buio si riempiono di significato.
A dispetto di una trama fin troppo semplice: un nonno trascorre quattro giorni con il suo piccolo nipote che non vede mai, Scherzetto si trasforma, grazie ad un’abile regia di interni e un’interpretazione intensa, in un film intenso, carico di significati affettivi ed emotivi e in un a sorta di coming of age al contrario in cui è l’anziano nonno a compiere un percorso di crescita attraverso l’immaginazione e le piccole avventure casalinghe di un bimbo dell’asilo.
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Vania Amitrano
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