Supergirl porta Kara Zor-El oltre l’ombra di Superman in un viaggio tra dolore, identità, rinascita e atmosfere alla Mad Max.
Se chiedessimo a un bambino chi vorrebbe essere tra Superman e Batman, probabilmente la risposta arriverebbe senza esitazioni: volare tra i cieli o vivere nell’ombra, avere la forza di un dio o l’intelligenza di un uomo qualunque. Ma se la domanda fosse rivolta a una bambina? Forse sceglierebbe tra Wonder Woman e Supergirl: due icone e due modi diversi di rappresentare la forza, il coraggio e l’identità.
E proprio Supergirl, per decenni vista semplicemente come “la cugina di Superman”, arriva sul grande schermo il 25 giugno grazie a Warner Bros. con il nuovo capitolo del DC Studios, guidato da James Gunn e Peter Safran, con l’obiettivo di dimostrare che Kara Zor-El è molto più di un riflesso dell’Uomo d’Acciaio.
Diretto da Craig Gillespie e con Milly Alcock nei panni della protagonista, Supergirl, richiamando le atmosfere del mondo post-apocalittico di Mad Max: Fury Road, cerca di raccontare un viaggio di dolore, identità e rinascita, ampliando al contempo l’universo inaugurato dal rilancio iniziato con Superman.
Il viaggio interiore di Kara Zor-El tra dolore, identità e rinascita
Prima di essere un’eroina kryptoniana, prima del mantello e dei poteri, Kara Zor-El è una sopravvissuta segnata da una perdita impossibile da cancellare. Il suo percorso nasce da una frattura profonda: è una ragazza che ha visto il proprio mondo morire e ora deve imparare ad andare avanti in una realtà che non sente sua, senza dimenticare ciò che ha lasciato alle spalle.
Il centro del film quindi non è l’avventura cosmica o lo scontro con i nemici, ma la sua crescita interiore, raccontata non come semplice eroina dai poteri straordinari, ma come figura segnata dalla perdita di una casa, di una famiglia, dal peso di un’eredità troppo grande da sostenere e dall’impossibilità di recuperare un passato che nessuna realtà terrestre può davvero sostituire. Ed è qui che entra in gioco anche il rapporto con Superman: lui è il simbolo già compiuto della speranza, della luce e dell’equilibrio tra mondi, mentre lei rappresenta il cammino verso la luce e la costruzione della propria identità.
Una dimensione fragile che il film fin dall’inizio cerca di costruire attorno a Kara attraverso un’immagine irriverente e ribelle, quasi punk nelle intenzioni, ma la cui energia fatica a prendere forma finendo per essere più dichiarata che sviluppata e mostrata, anche di fronte a una minaccia, tanto inaspettata quanto devastante, che la porta ad uscire dal proprio isolamento intraprendendo un viaggio che confonde vendetta, giustizia e ricerca di sé senza mai trovare un equilibrio.
In questo senso, Supergirl dà l’idea di voler avvicinarsi a un racconto di formazione, che però tocca in modo piuttosto superficiale senza mai approfondirlo, con Kara che non deve imparare a controllare i propri poteri — già pienamente maturi — ma ad affrontare il dolore e la perdita.
Nonostante la costruzione del personaggio rifletta questa distanza, con una Milly Alcock che offre una Kara impulsiva e dalla sensibilità autentica, il tentativo di restituire la solitudine del personaggio — dal momento che essere più potente degli altri non equivale a essere meno soli — viene elaborato in modo ripetitivo, senza una reale crescita.
Accanto a lei, una delle presenze più interessanti del film è senza alcun dubbio Jason Momoa nei panni di Lobo, che introduce una dimensione più anarchica e imprevedibile, in netto contrasto con la ricerca di senso di Kara. Il loro confronto avrebbe potuto diventare uno degli elementi più forti della storia, ma il film sceglie di mantenerlo sullo sfondo, limitando anche l’impatto dello stesso Lobo, che resta così marginale e poco valorizzato.
Una debolezza presente nell’intera narrazione, che pur muovendosi tra eventi potenzialmente drammatici — come la caccia di Krem delle Colline Gialle (Matthias Schoenaerts) e la strada della giovane Ruthye (Eve Ridley) — non trova una direzione precisa. Le motivazioni dei personaggi risultano chiare sulla carta, ma non incisive a livello emotivo e nel coinvolgimento, mentre gli eventi si accumulano senza mai trasformarsi in un percorso significativo. Di conseguenza anche il rapporto con Superman (David Corenswet), invece di arricchire il piano drammatico, finisce per evidenziare ulteriormente questa mancanza, mostrando la difficoltà del film nel delineare per Kara una strada pienamente autonoma.
A questo si aggiunge l’universo messo in scena che, richiamando atmosfere desertiche e post-apocalittiche, rimanda esplicitamente all’estetica e ai codici di Mad Max: Fury Road, con territori ostili, mondi corrosi e figure che sembrano sopravvivere più che vivere. E se l’idea era quella di rendere l’avventura un’immersione in ambienti capaci di riflettere lo stato interiore della protagonista, il risultato è una connessione tra spazio e identità più intuita che realmente sviluppata, con un immaginario che vorrebbe essere sovversivo e “punk”, ma si riduce a un’estetica fine a sé stessa, più vicina a una certa spettacolarizzazione pop di Guardiani della Galassia. Anche le creature e i mondi alieni spesso riportano elementi già presenti nel genere, senza riuscire a costruire un’identità davvero riconoscibile.
A tal proposito la regia di Craig Gillespie, che in altri lavori aveva mostrato una certa sensibilità nel bilanciare ironia e umanità, qui ha un approccio più uniforme e meno impattante: le sequenze d’azione sono solide ma non coinvolgenti, e i momenti più intimisti non donano al trauma e al conflitto interiore della protagonista la giusta intensità emotiva.
Il risultato è un film che funziona a tratti e soprattutto nelle sue intenzioni iniziali, ma che non riesce a consolidarsi, lasciando intravedere una direzione interessante senza percorrerla fino in fondo e restando così in una zona intermedia.
Il Voto della Redazione:






