Pedro Almodóvar firma un’opera intensa e stratificata, dove memoria, identità e racconto si intrecciano in modo profondo.
Cosa accade quando la narrazione non si limita a raccontare la vita, ma la modifica mentre la osserva? Negli ultimi anni Almodóvar si è gradualmente allontanato dal melodramma immediato e dalle architetture narrative più classiche che avevano caratterizzato gran parte della sua filmografia, per avvicinarsi a una forma più riflessiva e quasi introspettiva.
Una direzione che il regista spagnolo ha tracciato con film come Dolor y gloria e Madres paralelas, in cui il racconto personale e la rielaborazione del passato diventano elementi centrali, spesso più importanti della stessa trama, e che ora prosegue in Amarga Navidad. In concorso per la Palma d’Oro al 79° Festival di Cannes, il film, nelle sale italiane dal 21 maggio e distribuito da Warner Bros., consolida questa nuova fase del suo cinema, sempre più orientata alla riflessione sul rapporto tra memoria, identità e costruzione del racconto.
Tra vita e racconto
Con Amarga Navidad, Pedro Almodóvar porta al centro non solo il ricordo e la rievocazione, ma anche il modo in cui la storia viene plasmata mentre accade, costruendo un racconto che si muove tra esperienza e scrittura. Uno spazio dove il tempo non è mai lineare, e i personaggi esistono anche come narrazione di se stessi, mentre la realtà viene rielaborata fino a diventare una storia sempre in movimento.
Un film che ragiona sul rapporto tra vita e racconto non come tema esplicito, ma come struttura interna della narrazione, che prende forma nel 2004 attorno a Elsa (Bárbara Lennie), regista di culto segnata da attacchi di panico ed emicranie, la cui vita quotidiana appare inizialmente come un frammento autonomo, legato a una realtà riconoscibile ma già attraversata da una sottile instabilità. Attorno a lei si muove Beau (Patrick Criado), compagno dal doppio volto – pompiere e spogliarellista nei momenti extra-lavorativi – che introduce una vena ironica e dissonante, tipica dell’universo almodóvariano, e contribuisce a rendere il suo mondo insieme concreto e ambiguo.
Questa apparente autonomia viene però progressivamente ridefinita dal livello temporale del 2026, in cui Raúl (Leonardo Sbargaglia), regista, sta realizzando un film proprio sulla vita di Elsa. Il suo sguardo non si limita a ripercorrere ciò che è accaduto, ma interviene direttamente su di esso, trasformando il vissuto in una materia ancora in formazione. In questo processo, Mónica (Aitana Sánchez-Gijón), assistente di Raúl, introduce una prospettiva più razionale e disincantata, che mette in tensione il gesto creativo interrogandone continuamente i limiti etici.
Il passaggio tra i due piani non è mai netto, perché ciò che vediamo nel 2004 è attraversato da uno sguardo futuro che lo riscrive: l’esperienza non precede più la narrazione, ma ne diventa parte, come se la vita di Elsa esistesse già nella forma in cui verrà raccontata. Qui il film entra in una zona ambigua in cui la scrittura non è più conseguenza dell’esperienza, ma un gesto che interviene direttamente su di essa. Raúl infatti non si limita a osservare il passato di Elsa, ma lo seleziona e lo ricompone, orientandone il ritmo e il significato, trasformandolo così in un racconto che non è mai neutro, ma un modo di intervenire sulla realtà.
La divisione tra 2004 e 2026 diventa quindi un’alternanza di tempi in continua interferenza, in cui ogni livello contiene e deforma l’altro, e si inseriscono elementi più concreti, come la maternità e il lutto, incarnati nella figura di Natalia (Milena Smit), giovane madre segnata da una perdita recente. La sua condizione non è un semplice episodio narrativo, ma un punto in cui esperienza e rappresentazione si sovrappongono: la vita è memoria nel momento stesso in cui viene vissuta e, di conseguenza, racconto che appartiene anche ad altri sguardi.
In questa dimensione, ricordare non significa recuperare qualcosa di intatto, ma riformulare continuamente ciò che si crede di sapere. La memoria non conserva ma riorganizza, adattandosi al presente che la attiva, ed Elsa non è mai un’identità stabile, ma una figura che esiste in versioni diverse a seconda dello sguardo che la modella.
Questa instabilità coinvolge anche i personaggi, nessuno dei quali occupa una posizione fissa. Elsa è insieme soggetto e oggetto del racconto, mentre Raúl, pur sembrando inizialmente il centro del controllo narrativo, finisce per esserne assorbito, moltiplicando i punti di vista e rendendo sempre più incerto il confine tra finzione e realtà.
In tal senso, Amarga Navidad insiste su un passato mai accessibile nella sua forma pura, ma sempre filtrato dallo sguardo di chi lo rielabora, e la contaminazione, tra vissuto e narrazione, mostra quanto esperienza e scrittura siano inseparabili.
La forza della narrazione
In Amarga Navidad, raccontare significa già riscrivere, e Pedro Almodóvar mette in scena un film che non cerca una spiegazione definitiva, ma preferisce restare in quella zona sospesa in cui la storia si forma mentre viene raccontata, senza mai fissarsi del tutto.
Il rapporto tra i due piani temporali non si risolve in una sintesi rassicurante, ma continua a generare frizioni e cortocircuiti che tengono lo spettatore dentro un costante slittamento di prospettiva, vero motore del film: non ciò che accade, ma il modo in cui viene continuamente riletto, riscritto e rimesso in discussione.
Proprio in questo andamento circolare, Amarga Navidad trova la sua identità più profonda. Almodóvar non chiude le sue domande né offre punti fermi, ma radicalizza l’idea che il senso non preceda mai il racconto, ma lo segua e lo attraversi. Il film si afferma così come una riflessione estrema sulla natura stessa della narrazione, in cui non esiste mai un punto di arrivo, ma solo la continua produzione di senso nel suo farsi.
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Emanuela Giuliani
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