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Bullet Train, la recensione: un adrenalinico viaggio tra azione e ironia

Bullet Train è un adrenalinico viaggio tra azione e ironia diretto da David Leitch e con protagonista Brad Pitt.

Bullet Train è un action-thriller scatenato e imprevedibile, diretto da David Leitch, già noto per aver orchestrato l’energia visiva di John Wick e Deadpool 2, che qui spinge ancora più forte sull’acceleratore, costruendo un film che non rallenta mai davvero, proprio come il treno ad alta velocità su cui è ambientata gran parte della storia.

L’azione si svolge quasi interamente in uno spazio chiuso ma tutt’altro che statico: un treno proiettile giapponese che diventa un microcosmo instabile, dove assassini, criminali e figure ambigue si incrociano in una catena di incontri forzati e inevitabili collisioni. Questo ambiente ristretto non limita la narrazione, ma la amplifica: ogni vagone diventa un nodo narrativo, ogni fermata un potenziale punto di svolta.

Al centro troviamo Ladybug (Brad Pitt), un sicario stanco, ironico e incredibilmente sfortunato, convinto di dover portare a termine una missione semplice. Ovviamente non sarà così: quello che sembra un incarico lineare si trasforma progressivamente in una spirale di inganni, identità nascoste e coincidenze letali. La sceneggiatura gioca proprio su questa illusione iniziale di semplicità, per poi smontarla pezzo dopo pezzo attraverso rivelazioni successive che riscrivono continuamente ciò che lo spettatore crede di aver capito.

Il film lavora infatti su una struttura narrativa a incastro, dove ogni personaggio non entra mai in scena in modo neutro, ma porta con sé una storia che si sovrappone alle altre. I flashback non servono solo a spiegare il passato, ma a ribaltare il presente: ogni nuova informazione modifica la percezione degli eventi già avvenuti, creando una sensazione costante di verità instabile.

Il ritmo è serrato e quasi musicale: la sceneggiatura costruisce un flusso continuo in cui azione e spiegazione si alternano senza vere pause, come se ogni sequenza fosse progettata per spingere inevitabilmente alla successiva. Questo dà al film un’energia costante, ma anche una certa sensazione di sovraccarico narrativo, soprattutto quando le sottotrame si moltiplicano.

Uno degli aspetti più interessanti è proprio il contrasto tra caos apparente e controllo strutturale. Tutto sembra casuale, imprevedibile, quasi improvvisato, ma in realtà è il risultato di una scrittura molto calcolata, che distribuisce informazioni e coincidenze con precisione quasi meccanica. La causalità non è mai lineare: ogni azione genera conseguenze a catena che si intrecciano con quelle degli altri personaggi, creando una rete di effetti collaterali sempre più complessa.

Proprio l’equilibrio tra azione e ironia è uno dei punti di forza più evidenti. Le scene di combattimento sono dinamiche, coreografate con precisione e spesso spettacolari, ma vengono continuamente alleggerite da un umorismo nero che smonta la tensione senza eliminarla. Questo contrasto continuo evita che il film diventi troppo cupo o eccessivamente serioso, mantenendo invece un tono di intrattenimento costante e consapevole.

Si percepisce anche una certa vicinanza allo stile di Quentin Tarantino, soprattutto nella costruzione dei dialoghi e nella caratterizzazione sopra le righe dei personaggi. Tuttavia, mentre il riferimento tarantiniano tende spesso alla riflessione o alla costruzione simbolica, qui il linguaggio è più diretto, rapido e orientato al ritmo.

Il cast corale funziona come un sistema di ingranaggi interconnessi. Brad Pitt interpreta un protagonista volutamente imperfetto, quasi passivo rispetto agli eventi, che trasforma la propria sfortuna in un elemento narrativo costante. Attorno a lui si muovono figure eccentriche e spesso speculari, come i gemelli Lemon e Tangerine, interpretati da Aaron Taylor-Johnson e Brian Tyree Henry, che incarnano un equilibrio instabile tra logica, impulsività e ironia.

Dal punto di vista visivo, il film sfrutta in modo efficace la sua ambientazione chiusa: gli spazi stretti del treno accentuano la sensazione di pressione narrativa, mentre la fotografia alterna colori saturi e momenti più cupi, contribuendo a un’estetica volutamente esagerata ma coerente con il tono generale.

Non tutto, però, è perfettamente calibrato. La sceneggiatura, nel suo continuo intreccio di sottotrame e rivelazioni, a tratti rischia di diventare eccessivamente densa, quasi sovraccarica. Alcuni colpi di scena funzionano perché riorientano davvero la narrazione, altri invece appaiono più forzati o costruiti per sorprendere a tutti i costi, perdendo parte della naturalezza del racconto.

Nel complesso, Bullet Train non punta a rivoluzionare il genere, ma a reinterpretarlo in chiave spettacolare e iper-ritmata. È un intrattenimento consapevole della propria natura: veloce, rumoroso, esagerato, ma costruito con una logica interna precisa. Il suo valore non sta nella profondità tematica, quanto nella capacità di mantenere un equilibrio instabile tra controllo e caos, tra struttura e disordine apparente.

Un viaggio narrativo frenetico e continuamente deviato, che non sempre mantiene una coerenza impeccabile, ma riesce comunque a rispettare la sua promessa principale: tenere lo spettatore in movimento costante, senza mai lasciarlo davvero fermo nello stesso punto troppo a lungo.

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Emanuela Giuliani

Il Voto della Redazione:

7


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