The Mandalorian and Grogu porta Star Wars al cinema con Din Djarin e Grogu in una nuova avventura galattica che resta fedele alla serie.
Con The Mandalorian and Grogu, l’universo di Star Wars torna finalmente sul grande schermo dopo anni di assenza cinematografica, raccogliendo l’eredità della serie The Mandalorian e trasformandola in un racconto che tuttavia appare più come un lungo episodio che come un vero salto per il grande schermo.
Diretto da Jon Favreau e supervisionato da Dave Filoni, il film, nelle sale italiane dal 20 maggio, segue, a quanto pare, per l’ultima volta Din Djarin e Grogu, ormai divenuti una delle coppie più iconiche del franchise. L’Impero è crollato, ma la galassia continua a vivere tra macerie politiche, sistemi periferici fuori controllo e nuove minacce che si muovono nell’ombra. Ed è in questo scenario che Din e Grogu vengono trascinati in una missione che alterna momenti contemplativi ad altri orientati all’avventura, all’interno di una frontiera galattica già esplorata nella serie.
Tra città polverose, corridoi metallici corrosi dal tempo, mercenari e sopravvissuti ai margini della civiltà, Favreau continua infatti a lavorare su uno Star Wars sporco, stanco e malinconico, più vicino al western che alla spettacolarità epica classica della saga. Una continuità che rappresenta proprio il limite maggiore del film, lasciando la netta sensazione di assistere a episodi concatenati tra loro.
Crescere e separarsi
Riprendendo le tematiche che avevano reso The Mandalorian più di un semplice prodotto dell’universo di Star Wars, il film continua a muoversi tra western spaziale, racconto intimista e riflessione sull’identità, mantenendo il legame tra Din Djarin e Grogu come cuore emotivo della storia. In questo equilibrio, la narrazione si sviluppa attorno a un’idea di crescita che coincide inevitabilmente con la possibilità della separazione, sia emotiva che simbolica.
Din Djarin, dal volto di Pesdro Pascal, resta il centro più umano del racconto proprio perché lontano da ogni idea di eroismo tradizionale di Star Wars. Non è un prescelto né un leader naturale, ma un uomo costruito da un codice rigido, modellato dal trauma e dalla necessità di sopravvivenza, la cui forza non si manifesta mai in modo eclatante ma attraverso gesti minimi, esitazioni e silenzi che spesso contano più delle azioni. È proprio in questa misura trattenuta che si sviluppa il suo rapporto con Grogu, che lo costringe a confrontarsi con la crescita dell’altro e con la possibilità inevitabile del distacco, trasformando la protezione in un processo graduale di rinuncia al controllo e di ridefinizione del ruolo paterno.
Grogu, dal canto suo, sfugge a una definizione puramente narrativa, e il film lo osserva più che spiegarlo, affidandosi alla sua presenza essenziale, ai movimenti minimi e a una comunicazione quasi istintiva. La sua connessione con la Forza non è trattata come spettacolo, ma come linguaggio emotivo ancora in formazione, che lo colloca in una condizione sospesa tra innocenza e destino, tra fragilità e potenzialità. In questo senso, la sua figura non si oppone semplicemente a quella di Din, ma ne riflette il conflitto, rendendo il loro legame il vero asse emotivo della storia.
Su questo sfondo,The Mandalorian & Grogu introduce nuovi personaggi, tra cui quelli interpretati da Sigourney Weaver e Jeremy Allen White voce di Rotta the Hutt, ampliando lo scenario verso una dimensione più politica e criminale. Tuttavia, queste figure non modificano il tessuto del racconto, che continua a svilupparsi per continuità e accumulo più che per rottura, mantenendo stabile la propria direzione narrativa.
L’universo in cui si muovono i personaggi resta quello di una galassia attraversata da una costante atmosfera da frontiera, che ha caratterizzato la serie fin dal primo episodio e che il film porta avanti, fatta di pianeti marginali, mercenari e clan criminali, su cui l’ombra di Thrawn agisce come riferimento politico e minaccia latente. Si tratta di uno spazio post-imperiale ancora instabile, in cui il conflitto non si risolve ma si redistribuisce in nuove forme di potere e controllo, rafforzando l’idea di un ordine mai pienamente ricostruito.
In questo quadro, il film insiste più sull’idea di eredità che su quella di cambiamento: ciò che i personaggi ricevono dal passato pesa più di ciò che riescono a costruire nel presente. È una narrazione che trova forza nella continuità emotiva del legame tra Din e Grogu e nell’adesione a un immaginario già consolidato, ma che al tempo stesso lascia i suoi sviluppi sospesi tra crescita e ripetizione, senza una vera trasformazione definitiva.
Un film che non si allontana dalla serie
The Mandalorian and Grogu, conservando la propria anima emotiva, resta quindi fedele all’identità malinconica e umana creata dalla serie, privilegiando l’atmosfera e i legami tra i personaggi rispetto alla ricerca di svolte spettacolari. Il film si basa ancora sui temi di appartenenza, perdita, eredità e famiglia dentro una galassia segnata dalla guerra, con al centro Din e Grogu.
Da qui deriva una storia che parla soprattutto a chi conosce già questo universo narrativo e, più che rilanciare la saga cinematografica, si presenta come un’estensione del percorso della serie, che ne riprende tono e impostazione senza stravolgimenti. Un film che funziona nella dimensione emotiva e in alcuni passaggi più intensi, ma che lascia anche la sensazione di un impatto contenuto, più vicino alla continuità che alla reinvenzione.
La narrazione segue un andamento lineare, con una prima parte che fatica a trovare ritmo e direzione, affidandosi soprattutto al tono e all’atmosfera per sostenere lo sviluppo degli eventi. La regia di Jon Favreau contribuisce a mantenere stabilità e leggibilità, con una forte attenzione alla spazialità e alla fisicità degli ambienti. Le inquadrature ampie restituiscono una galassia concreta, in cui i personaggi restano costantemente in rapporto con lo spazio che li circonda, mentre sul piano visivo il film prosegue un’estetica già consolidata fatta di ambienti polverosi, metallo consumato e scenari di frontiera, che costruiscono un immaginario coerente e rafforzano la continuità stilistica più che introdurre reali elementi di novità.
Questa impostazione formale e visiva trova però una maggiore efficacia nella seconda parte del film, quando le diverse linee narrative iniziano a intrecciarsi: il ritmo si fa più serrato, l’avventura prende forma con maggiore chiarezza e le sequenze d’azione risultano più efficaci e coinvolgenti.
The Mandalorian and Grogu, in conclusione, è un’estensione coerente della serie, efficace nella dimensione emotiva ma che conferma soprattutto la volontà di non discostarsi dal suo impianto narrativo e stilistico.
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Emanuela Giuliani
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