Ferrari è in tutto e per tutto un Mann minore, la recensione

Ferrari, di Michael Mann dedicato al Commendatore, è un biopic dal passo incerto, che regalare qualche istante di maestria, la recensione

Michael Mann torna a Venezia, lo fa con il suo nuovo film, a 8 anni di distanza da Blackhat, che il pubblico non aveva molto gradito. Forse ameranno di più questo Ferrari, biopic sul Commendatore che cambiò la storia dell’auto, ma il film con protagonista Adam Driver è di fatto un Mann minore, lo è dall’inizio alla fine, tanto che sovviene naturalmente la domanda se ad 80 anni sia stato giusto aspettarsi di più dal regista di Heat, Inside o l’Ultimo dei Mohicani.

Un viaggio dentro l’Italia di fine anni ‘50

Adam Driver in Ferrari

Ferrari insegue la differenza dalla norma fin dalla sua prima inquadratura, con il mischiare passato e presente, quell’Italia dentro il boom economico di cui Enzo Ferrari pare essere destinato a diventare un nobile escluso. Non è più giovane, ha alle spalle un figlio seppellito prima del tempo, il primo di una terra dei morti che ha annoverato anche il fratello caduto in trincea nella Grande Guerra, amici stritolati sopra i suoi motori, nonché i tanti piloti che ha dovuto veder morire in gara. Era anche lui pilota, poi con la moglie Laura (Penelope Cruz) ha fondato quella fabbrica con quel cavallino rampante come stemma.

La morte del figlio si è portata via il matrimonio, di fatto ha una vita parallela dove vi è un altro figlio, Piero, nato dalla relazione extraconiugale con Lina Lardi (Shailene Woodley). Laura non lo sa, è la sola a non saperlo in tutta Modena, mentre prosegue una Guerra Fredda con il consorte, con la Fabbrica che è quasi sul lastrico per quanto Enzo spende per vincere le corse. Gli altri fanno il supermercato del sogno a quattro ruote per poi vendere in tutto il mondo all’ingrosso, lui invece il contrario, ma non può reggere.

La “Mille Miglia”, forse è quella l’àncora di salvezza, vincerla potrebbe risollevare l’immagine e le vendite, ma sconfiggere Maserati, Jaguar e il resto della concorrenza non è facile. Forse però i suoi piloti sono gli uomini giusti, forse Alfonso De Portago (Gabriel Leone), Peter Collins (Jack O’Connell) e Piero Taruffi (Patrick Dempsey) sono i segugi che gli servono per catturare la preda. Enzo Ferrari si aggira pieno di domande senza risposta, di dubbi e perplessità, mentre tutto intorno a lui è labile e senza peso, mentre la morte assedia tutto.

Adam Driver convince ma da solo non basta

adam driver in Ferrari

Ferrari non pare alla fine neppure un film di Michael Mann, la sua mano è quasi guantata come quella dei piloti, è scevra da quell’articolazione e complessità narrative che l’hanno reso infine distintivo nel corso dei decenni. La fotografia di Erik Messerschmidt è sontuosa, vivida, esalta colori e accelerazioni, ma non riesce a mettere da parte l’eccesso di glamour che fa capolino, quasi senza sorpresa, in virtù di costumi, trucco, luci, che illuminano un Belpaese di cui se non altro ci arriva un’immagine meno desueta del solito.

Mann sta molto in disparte, cerca se non altro di darci una caratterizzazione più generosa di quella degli ultimi anni, quando i suoi intricati dedali diegetici si fagocitavano un minimo di differenza tra i vari personaggi. Tutto alla fine verte sulle spalle di un Adam Driver solenne, freddo, ma comunque molto bravo nel darci l’immagine del Commendatore come un uomo assediato dal dolore, dalla colpa, dalla solitudine come sine qua non di un’esistenza dedicata al potere e alla responsabilità.

Non sbaglia chi lo considera l’ultimo attore (o meglio l’ultimo) che sa come riportare alla mente interpreti del calibro di James Stewart, Gary Cooper o Cary Grant. Come loro non interpreta: è. Ma non basta a Ferrari la sua bravura per convincere in pieno, come non basta una Penelope Cruz tanto per cambiare su di giri isterici come un motore da 250 (ormai fa solo questo sul set in pratica), o la dolente dignità della Woodley, che lotta per un figlio che è ancora un N.N. per tutti o quasi. Ferrari è come una macchina che corre veloce ma non sa dove, non sa con che scopo o che senso abbia tutto questo, sa solo che Mann ama le macchine, l’uomo che le domina, eppure l’insieme è freddo, senza phatos o energia.

Da Michael Mann è lecito aspettarsi di più?

Adam Driver in Ferrari

Le gare sono rese per la giostra infernale che erano, ogni cosa può fare la differenza tra vita e morte, ma è un peccato che Ferrari su questo non getti che una luce superficiale, quasi distratta, quando invece era proprio il punto più importante del film, più da approfondire: il contrasto tra il Re dei motori che manda novelli Icaro al macello e deve non provare niente e la loro dimensione di cacciatori di gloria. Utile anche perché troppo spesso ci dimentichiamo quanto era più pericoloso e terribile stare al volante in quegli anni, qualcosa di cui pare ci siamo voluti ripulire la coscienza.

Alla fine, un po’ come in Gucci di Oliver Stone, anche in Ferrari tutto diventa melodramma familiare che supera tutto e assedia ogni altro elemento. In pratica è Hollywood che fa ancora vestire di nero le nostre “fimmene” e indugia nel Belpaese fatto di bellezza e morte, tavole imbandite e tradizioni da rompere.

Mann non cerca neppure di comprendere l’Italia di quegli anni, anche se in realtà nei piccoli dettagli rimane maestro di descrizione. Bisogna ammettere però che come sa rendere presaga l’atmosfera di una volatilità di tutto tranne che di dolore ancor più di amore, ben pochi film ultimamente sono alla pari di questo. Ci arriva alla fin fine se non altro un ritratto sincero di un uomo difficile, duro con sé stesso prima che con chiunque altro, possessivo, duro e anche leggermente misogino in una certa misura. Ma è se non altro un ritratto onesto, non agiografico, spezzato dalle lacrime e pieno di umanità. Certo, da Michael Mann ci saremmo aspettati qualcosa di molto meglio, di più alto, di più audace. Ma l’età (e spesso ce lo si dimentica) spesso non è generosa con i piloti come per i registi, che magari cercano di sfangarlo riciclando la colonna sonora di Insider sperando che nessuno se ne accorga.

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Giulio Zoppello

Il Voto della Redazione:

6


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