Ink di Danny Boyle racconta Murdoch, The Sun e la nascita del potere dei media tra informazione, mercato e trasformazioni sociali.
Ci sono momenti nella storia in cui un prodotto culturale non si limita a raccontare il mondo, ma contribuisce a modificarlo, e la trasformazione del quotidiano britannico The Sun alla fine degli anni Sessanta appartiene proprio a questa categoria. Un passaggio decisivo in cui informazione, intrattenimento, mercato e potere iniziano a fondersi in una nuova forma di comunicazione destinata a influenzare la società contemporanea. Uno snodo da cui parte Ink, il nuovo film di Danny Boyle, che ha aperto l’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.
Il regista premio Oscar Danny Boyle, dopo aver raccontato tossicodipendenza, tecnologia, politica e identità generazionali, questa volta affronta la nascita di un modello mediatico che avrebbe cambiato il modo in cui le persone ricevono e interpretano le notizie, unendo il ritmo del thriller aziendale alla riflessione sul rapporto tra comunicazione e potere.
Tratto dall’omonima opera teatrale di James Graham, il quale si è occupato della sceneggiatura cinematografica, Ink, ambientato nel 1969, vede Jack O’Connell nel ruolo di Larry Lamb, Guy Pearce in quelli di Rupert Murdoch e Claire Foy di Jules Davies.
Il film in particolare racconta la corsa per trasformare un quotidiano in crisi in una macchina capace di conquistare il grande pubblico. Ma dietro titoli provocatori, scandali e celebrità si apre una questione molto più ampia: fino a che punto l’informazione può diventare spettacolo senza smettere di essere informazione? E cosa accade quando la ricerca dell’audience si intreccia con il potere di decidere non soltanto quali storie raccontare, ma anche come il pubblico è chiamato a guardarle?
Il potere dell’informazione e la nascita del moderno tabloid
Il cuore di Ink è l’evoluzione del The Sun, da cui sviluppa una riflessione sul potere dell’informazione, trasformando quella che inizialmente sembra la storia del rilancio di un quotidiano in crisi in un cambiamento destinato a modificare il rapporto tra stampa e lettori, aprendo una serie di interrogativi sul confine tra informare, intrattenere e influenzare. L’arrivo di Rupert Murdoch al giornale nel 1969 segna infatti una svolta che va oltre le sorti di una singola testata, e il film riesce a far capire perché questa abbia avuto un peso così importante, soprattutto attraverso il modo in cui Murdoch e Larry Lamb cercano di conquistare nuovi lettori.
Entrambi di fatto capiscono che non basta pubblicare delle notizie, ma bisogna fare in modo che quelle vengano notate, mettendo così in luce la portata del passaggio dalla stampa tradizionale al tabloid. Titoli più forti, immagini d’impatto, cronaca, scandali e celebrità diventano quindi gli ingredienti di una formula pensata per distinguersi dalla concorrenza e rivolgersi a un pubblico diverso.
Ed è questo uno degli aspetti che Boyle rende meglio, accompagnando lo spettatore dentro una redazione sempre più frenetica, dove ogni scelta ha un peso enorme, poiché a cambiare è anche il modo di guardare il lettore, il quale non è più semplicemente qualcuno che compra il giornale per informarsi, ma il centro delle decisioni editoriali: Cosa vuole leggere? Cosa lo incuriosisce? Cosa può farlo arrabbiare o divertire? Il The Sun prova a rispondere a queste domande, parlando a quella parte di società che era stata lasciata ai margini, dimostrando così una delle intuizioni più interessanti, ovvero che per conquistare quel pubblico era necessario anche cambiare il modo di raccontare le notizie.
È qui che si vede il lato più ambiguo della rivoluzione di The Sun, dove informazione e intrattenimento iniziano a mescolarsi. Ma se una notizia deve prima di tutto attirare l’attenzione, quanto spazio rimane per il contesto e per l’approfondimento? La cronaca, gli scandali e le celebrità non servono più soltanto a raccontare ciò che accade, ma anche a suscitare una reazione nel lettore, rendendo sempre più sottile il confine tra informare e spettacolarizzare.
Tuttavia, la crescita del The Sun è solo uno dei primi passi dell’ascesa di Murdoch, che negli anni successivi costruirà un impero mediatico internazionale, e Ink mostra bene come il successo di un giornale possa trasformarsi in influenza e arrivare a incidere sul dibattito pubblico, anche se il film rimane soprattutto concentrato sulla redazione e sulle persone che la fanno funzionare, senza soffermarsi troppo sulle conseguenze politiche di questa crescita.
In questo senso, anche Murdoch e Lamb acquistano maggiore profondità quando il film evita di presentarli semplicemente come i responsabili di una deriva del giornalismo: entrambi si rendono conto che qualcosa nella società sta ‘crescendo’ e che esiste un pubblico disposto ad accogliere un linguaggio diverso. Murdoch porta l’ambizione e l’istinto dell’imprenditore, mentre Lamb sa trasformare quella visione in una formula editoriale concreta. Il loro rapporto funziona proprio perché nessuno dei due può essere ridotto a una sola dimensione e mostra quanto il giornalismo possa avvicinarsi alle logiche del mercato senza perdere la propria funzione.
La regia di Danny Boyle e la sceneggiatura di James Graham
Portare sullo schermo un’opera teatrale basata soprattutto su dialoghi e confronti verbali richiede un particolare equilibrio tra parola e immagine, e in Ink Danny Boyle affronta questa sfida con una regia dinamica, capace di dare movimento a una vicenda ambientata prevalentemente in spazi chiusi, sfruttando il ritmo e il montaggio per rendere più viva una storia che si svolge soprattutto all’interno della redazione.
Boyle segue i personaggi nei loro spostamenti e costruisce sequenze caratterizzate da un montaggio rapido, evitando così che l’ambientazione risulti statica e trasmettendo la frenesia che accompagna il lavoro della squadra editoriale. Non cerca di nascondere la struttura dell’opera di James Graham, ma la rielabora con gli strumenti del cinema, dando maggiore importanza alla composizione delle scene, ai movimenti degli interpreti e alla costruzione visiva degli spazi, senza però mettere in secondo piano i dialoghi.
La sceneggiatura di James Graham, tratta dalla sua stessa pièce, rappresenta uno dei punti di forza dell’opera. I personaggi vengono definiti soprattutto attraverso il modo in cui comunicano, reagiscono e si confrontano, evitando spiegazioni eccessive e lasciando emergere caratteri e motivazioni direttamente dalle conversazioni.
Il passaggio dal teatro al cinema viene quindi gestito con equilibrio, anche se alcune sequenze conservano una certa rigidità teatrale e rischiano di rallentare il ritmo. Il film raggiunge invece i risultati migliori quando Boyle riesce ad accompagnare la scrittura con soluzioni visive che rendono la storia più cinematografica.
Un elemento fondamentale della riuscita del film è il lavoro degli interpreti. Guy Pearce delinea un Rupert Murdoch misurato e controllato, affidandosi alla presenza e agli sguardi, mentre Jack O’Connell interpreta Larry Lamb con intensità fisica, dando al personaggio un’energia più istintiva e immediata. Claire Foy, infine, nel ruolo di Jules Davies, trasmettere la determinazione del personaggio e il suo ruolo all’interno della redazione.
L’unione tra la regia di Boyle, la scrittura di Graham e il lavoro degli interpreti dà al film il ritmo e l’energia necessari per trasformare una storia nata per il teatro in un’opera cinematografica.
Una storia del passato che parla del presente
Ink è un film solido, intelligente e coinvolgente, capace di riportare una vicenda del passato nel presente attraverso una narrazione vivace, che rende ancora più significativo ciò che racconta e riesce a equilibrare intrattenimento e riflessione.
Un film che non offre di certo una risposta, ma che porta a riflettere sul ruolo dell’informazione e sul modo in cui può influenzare il pubblico. Dietro la nascita di un tabloid si nasconde infatti una riflessione più ampia sul modo in cui le notizie vengono raccontate e sull’influenza che possono avere.
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Emanuela Giuliani
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