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Ira Sachs tra memoria queer, cinema e libertà creativa in The Man I Love

Ira Sachs racconta The Man I Love, la memoria dell’AIDS, il cinema queer nell’era Trump e il dibattito sui ruoli gay al cinema.

Per oltre quarant’anni, Ira Sachs ha raccontato la vita queer newyorkese, dando voce ad artisti, outsider e figure anticonformiste che hanno contribuito a rendere la città un luogo creativo, irrequieto e profondamente vitale. Con The Man I Love, che il regista definisce uno dei suoi lavori più intimi, torna agli anni Ottanta, nel pieno della crisi dell’AIDS. Il film segue Jimmy George, un performer di strada malato che, prima di morire, vuole interpretare un ultimo ruolo. Sachs ha attinto direttamente ai propri ricordi dell’epoca, quando muoveva i primi passi tra teatro e cinema nella New York di fine anni ’80.

Ricordando il suo arrivo in città nel 1988, il regista descrive un ambiente attraversato contemporaneamente dalla paura e da un’energia creativa incontenibile: la morte era ovunque, ma proprio quella precarietà generava un’urgenza artistica straordinaria. Per Sachs, come riportato da Variety, il film parla soprattutto di questo: del bisogno di creare, di lavorare, di restare vivi attraverso l’arte.

Presentato al 79esimo Festival di Cannes, il film ha ricevuto ottime recensioni, così come l’interpretazione di Rami Malek nel ruolo di Jimmy. Eppure, racconta Sachs, il progetto è cambiato profondamente durante la lavorazione. Inizialmente immaginato come un musical fantasy, si è trasformato progressivamente in un dramma attraversato dalla musica. Il regista considera questo processo naturale: i suoi film, dice, trovano la propria forma solo mentre vengono realizzati, rivelandosi pienamente soltanto alla fine.

Anche il rapporto tra il film e la sua biografia si è modificato nel tempo. Sachs pensava di realizzare qualcosa di vicino a una biografia, ma si è accorto strada facendo di aver costruito un’autobiografia emotiva. Pur non identificandosi direttamente con Jimmy“sono ancora vivo”, osserva — riconosce nel personaggio il desiderio di sopravvivere attraverso la creatività. Il film nasce infatti dall’esperienza personale di aver amato e conosciuto persone colpite dall’AIDS, in un periodo in cui la malattia produceva contemporaneamente terrore e un senso radicale di possibilità.

Secondo il regista, è proprio questo aspetto a essere spesso dimenticato quando si guarda agli anni Ottanta. Accanto alla tragedia dell’epidemia esisteva una straordinaria fioritura artistica, soprattutto nell’East Village. Sachs teme che quella memoria stia scomparendo, anche perché molte delle persone che hanno vissuto quell’epoca non ci sono più. Oggi, osserva, sopravvive soprattutto il racconto di chi è riuscito a salvarsi.

Nel film emerge anche il contrasto tra la libertà conquistata a New York e il rapporto con le proprie origini. In una delle scene che Sachs considera centrali, Jimmy torna nella sua città natale per l’anniversario dei genitori e appare improvvisamente fuori posto, quasi intrappolato in una versione di sé che non gli appartiene più. Per il regista, esiste spesso una distanza profonda tra la famiglia in cui si nasce e quella che si costruisce nel tempo.

Parlando del casting, Sachs svela di aver pensato a Rami Malek dopo averlo visto in Mr. Robot, colpito dalla naturalezza e dall’ambiguità del suo modo di recitare. Alla domanda sulle polemiche che periodicamente riguardano gli attori eterosessuali nei ruoli gay — nel film anche Tom Sturridge interpreta un personaggio queer — il regista risponde in modo netto: “Non chiedo alla gente con chi è andata a letto”. Per Sachs, l’identità privata degli attori non può diventare un criterio rigido di rappresentazione.

Il cineasta rivendica inoltre la propria appartenenza a una tradizione cinematografica più europea che hollywoodiana. Dice di essersi sempre sentito vicino a un cinema fondato sul naturalismo e sulla ricerca dell’essenza dei personaggi, piuttosto che sulla trasformazione spettacolare tipica di molta produzione americana. Anche per questo motivo non ha mai trovato davvero spazio nel sistema degli studios: Hollywood, sostiene, non produce film come i suoi, drammi queer e familiari lontani dalle logiche di genere e dalle formule commerciali.

Sachs considera inevitabilmente politico il proprio lavoro. Il semplice fatto di raccontare vite queer rappresenta, secondo lui, una forma di resistenza culturale contro una narrazione dominante che continua a considerarle marginali o poco interessanti. Per questo guarda con preoccupazione al clima politico degli Stati Uniti dopo il ritorno di Donald Trump. In un’intervista recente ha dichiarato di sentirsi sconsolato, convinto che molte libertà considerate acquisite stiano progressivamente scomparendo.

Nonostante questo, vede anche una possibile risposta artistica. Ricorda come il cinema nato sotto regimi repressivi — dalla Spagna franchista all’Iran contemporaneo — abbia spesso trovato nella metafora nuove forme di libertà espressiva. E riconosce che il cinema queer ha sempre dovuto muoversi in quella direzione, reinventando continuamente il proprio linguaggio. Oggi, conclude, sente il bisogno di tornare allo spirito degli artisti dell’East Village: coraggiosi, personali e radicalmente liberi.


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