Léa Seydoux a Cannes 79 tra The Unknown e Gentle Monster: identità, cinema, maternità e riflessioni su AI e recitazione.
Léa Seydoux sembra attraversare ogni film come se fosse un modo diverso di esistere, più che un semplice ruolo, e forse è per questo che il suo ritorno al 79esimo Festival di Cannes, con The Unknown di Arthur Harari e Gentle Monster di Marie Kreutzer, ha qualcosa di più profondo di una semplice doppia presenza in concorso: è come se due versioni diverse di lei si fossero date appuntamento nello stesso momento.
Quando Harari le aveva proposto per la prima volta The Unknown, anni prima, la sceneggiatura le era sembrata intrigante ma sfuggente, tanto da scivolarle via dalla memoria senza lasciare traccia, e solo molto tempo dopo il progetto è tornato a cercarla nel momento più imprevisto, cioè mentre era incinta e si chiedeva se fosse possibile tornare davanti alla macchina da presa subito dopo il parto. “Sono incinta. Va bene?”, aveva chiesto quasi cercando una conferma che il tempo potesse adattarsi a lei invece di essere il contrario, e la risposta di Harari era stata sorprendentemente semplice: “Sì. È ancora meglio”.
Le riprese, come riportato da Variety, iniziarono appena due mesi e mezzo dopo la nascita del suo secondo figlio. In quel periodo la Seydoux si trovava in una fase di forte distanza dal proprio corpo, una sensazione che lei stessa descrive come quasi il punto di partenza del film, in cui interpreta David. Il personaggio si ritrova infatti improvvisamente dislocato da sé stesso, intrappolato in una forma che non riconosce più e costretto a interrogarsi sulla propria identità. Raccontandolo, la Seydoux sembra riconoscere qualcosa di familiare in questa perdita di equilibrio, in quella sensazione sottile di non coincidere del tutto con la propria immagine.
Un tema non nuovo per lei, che parla con una naturalezza disarmante dei suoi attacchi di panico, di quella vertigine improvvisa in cui anche guardarsi allo specchio diventa un’esperienza straniante, come se la propria immagine fosse contemporaneamente familiare e irreale. Questo scarto tra ciò che si è e ciò che si vede attraversa inevitabilmente anche il suo modo di lavorare, perché ogni personaggio diventa una forma temporanea di identità in cui entrare fino a dimenticarsi per un momento di sé.
A Cannes, dove è ormai una presenza costante, la Seydoux arriva così con due film che sembrano muoversi in direzioni opposte ma che in realtà dialogano tra loro in modo sotterraneo. The Unknown usa la fantascienza come strumento per interrogare l’esistenza stessa e la possibilità di essere qualcuno, mentre Gentle Monster resta ancorato a una realtà più concreta e dolorosa, quella di una donna che vede la propria vita familiare incrinarsi sotto il peso di un sospetto devastante. E in entrambi i casi, lo spettatore resta legato al suo punto di vista, senza scorciatoie, senza una verità esterna che possa rassicurare.
Eppure per la Seydoux la differenza tra i due mondi non è così netta, perché la fantascienza, dice, ha la capacità di avvicinare le emozioni umane proprio attraverso l’irrealtà, permettendo di crederci più profondamente, mentre il realismo richiede un’esposizione più rigida, quasi più difficile da abitare, perché non offre protezioni narrative. In questo senso Gentle Monster diventa un’esperienza più soffocante, tutta concentrata sul punto di vista della sua protagonista, senza possibilità di fuga, mentre The Unknown le permette invece di scivolare in una dimensione più fluida dell’identità.
Quando le si chiede quanto questi ruoli la tocchino personalmente, la Seydoux risponde senza enfasi che certo la influenzano, ma aggiunge che quando recita non può permettersi di giudicare ciò che interpreta, perché deve restare completamente dentro il personaggio, anche quando quel personaggio rifiuta di vedere la verità.
Un approccio totale che lei descrive come quasi inevitabile, un “buttarsi dentro” che è al tempo stesso strategia e necessità, perché per la Seydoux la recitazione non è solo una carriera ma un modo per esistere. Racconta infatti un’infanzia segnata dalla timidezza e dalla sensazione di essere invisibile, spiegando che non ha iniziato per diventare attrice, ma per trovare un modo di essere vista e di sentire concreta la propria presenza nel mondo.
Ed è forse proprio qui che i suoi personaggi si ricompongono, al di là delle trame e dei generi, perché ogni trasformazione che attraversa sullo schermo sembra rispondere a quella stessa esigenza iniziale, non tanto diventare qualcun altro, quanto riuscire, almeno per un momento, a essere davvero qualcuno.






