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Primetime, recensione: il momento in cui la verità diventa spettacolo

Primetime offre una riflessione solida sul rapporto tra media e realtà, con una regia attenta e un ritratto complesso di Chris Hansen.

Prima ancora di essere un film su un giornalista televisivo, Primetime, in concorso all’83esima Mostra del Cinema di Venezia, racconta una delle vicende più discusse della televisione americana degli anni Duemila. Lance Oppenheim porta infatti sul grande schermo la storia di To Catch a Predator, il celebre segmento di Dateline NBC dedicato alle operazioni sotto copertura contro uomini che adescavano minorenni online.

Con Robert Pattinson nel ruolo del giornalista e conduttore Chris Hansen, giornalista e conduttore televisivo, il film è ambientato nel 2006, quando To Catch a Predator era all’apice della popolarità. Il successo aveva reso Hansen uno dei volti più riconoscibili della televisione americana, ma proprio in quegli anni iniziarono a emergere anche le controversie legate ai metodi utilizzati. Tra i casi più discussi ci fu quello di William Conradt, un assistente procuratore del Texas morto suicida dopo essere stato coinvolto in un’operazione della trasmissione, sollevando interrogativi sulle modalità dell’inchiesta e sulle responsabilità della produzione.

Un intreccio tra successo televisivo e zone d’ombra su cui si concentra Primetime, riportando al centro la figura di Hansen e il mondo che aveva contribuito a costruire.

La televisione come tribunale pubblico

Il cuore di Primetime non è la ricostruzione di un programma di successo, ma la riflessione su un momento preciso della cultura americana: quello in cui la televisione ha iniziato a trasformare la ricerca della giustizia in un evento collettivo, capace di coinvolgere milioni di spettatori rendendo l’indagine una forma di spettacolo.

Se da una parte infatti affrontava il problema reale e urgente, della protezione dei minori dai rischi della rete; dall’altra lo faceva con una struttura narrativa costruita secondo le regole televisive. Ogni operazione seguiva un ritmo preciso, con una tensione crescente che conduceva verso l’atteso momento dell’ingresso di Chris Hansen e il confronto con il sospettato.

Hansen rappresentava lo spettatore comune, dando voce alle domande che il pubblico avrebbe voluto porre. Il sospettato si trovava così esposto a un duplice giudizio: quello della giustizia e quello della collettività: prima ancora della legge, era la telecamera a formulare una sentenza, evidenziando quanto sia difficile distinguere, in questo caso, tra informazione e intrattenimento.

Il film, però, non si concentra soltanto sulla dimensione investigativa delle operazioni, ma mostra come la televisione trasformi i singoli casi in eventi destinati a essere seguiti, ricordati e consumati dal pubblico, come suggerisce anche la premessa ufficiale, che attribuisce a Chris Hansen l’obiettivo di “fare la storia della televisione”, rivelando una logica che va oltre la semplice cattura del sospettato.

L’operazione diventa di fatto un evento mediatico, creato per assumere una precisa dimensione pubblica, da cui nasce la questione etica più interessante di Primetime: cosa succede quando la ricerca della giustizia diventa anche una forma di intrattenimento?

To Catch a Predator oltre a sollevare interrogativi sulla correttezza dei suoi metodi e sul rapporto tra giornalismo e forze dell’ordine, mise in discussione il modo in cui l’umiliazione pubblica poteva diventare parte dello spettacolo. Punizione, vergogna e spettacolarizzazione del crimine finivano per sovrapporsi, mentre il pubblico partecipava, attraverso lo sguardo televisivo, alla costruzione del colpevole e alla sua condanna.

Una contraddizione incarnata proprio da Chris Hansen. Interpretato da Robert Pattinson, il giornalista non viene presentato come un eroe impegnato a combattere dei criminali, ma come una figura coinvolta nel meccanismo televisivo che ha contribuito a creare. Dietro la sicurezza mostrata davanti alle telecamere viene fuori un uomo fragile e inquieto, nel quale ambizione e bisogno di riconoscimento si confondono con la missione professionale.

Pattinson accentua questa frattura senza imitare il vero Hansen. Il suo personaggio appare controllato in pubblico, ma lascia intravedere nei dettagli una crescente difficoltà a separare il ruolo dalla propria identità.

Primetime mostra così il prezzo dell’ambizione, con il desiderio di realizzare una trasmissione sempre più importante che finisce per coinvolgere non solo il protagonista, ma anche le persone che lavorano con lui e quelle che diventano parte delle sue operazioni. Quando l’indagine riguarda persone reali, la televisione non può controllare fino in fondo le conseguenze di ciò che mette in scena.

Anche la forma del film riflette questo rapporto con la televisione. Oppenheim, proveniente dal documentario, riprende il linguaggio della televisione generalista e dei reality dei primi anni Duemila, a cui ha dichiarato di essere stato esposto fin da giovane. In Primetime, questo stile contribuisce a trasformare l’indagine in spettacolo, rendendo ancora più sottile il confine tra realtà e rappresentazione.

La televisione non si limita a registrare gli eventi, ma contribuisce a determinarne il significato: decide chi è il predatore, chi è il cacciatore, chi deve essere osservato e quale reazione deve avere il pubblico. È proprio questa sovrapposizione a rendere centrale il rapporto tra indagine e spettacolo, mostrando quanto il modo di raccontare un evento possa influenzarne la percezione.

In questo quadro, Primetime mette in discussione il confine tra il ruolo di chi racconta e quello di chi diventa parte del racconto. Hansen, come la trasmissione che conduce, finisce per essere coinvolto nello stesso sistema che pretende di osservare, tra esposizione pubblica, ambizione e ricerca di riconoscimento.

Il ritratto lucido di una televisione che aveva già anticipato il presente

A distanza di anni, la vicenda di To Catch a Predator conserva una forza particolare, soprattutto perché molte delle dinamiche che l’avevano resa un fenomeno televisivo sono oggi parte integrante del modo in cui il pubblico fruisce e giudica ciò che vede. È questo elemento a rendere Primetime più di una semplice ricostruzione ambientata nel passato: il film guarda a un episodio circoscritto per parlare di un cambiamento che nel frattempo è diventato difficile ignorare.

Oppenheim evita di chiudere il racconto con una lettura definitiva e lascia spazio alle contraddizioni della vicenda. Alcuni aspetti rimangono inevitabilmente meno sviluppati, soprattutto sul piano delle conseguenze personali e delle responsabilità che seguirono agli episodi più controversi, ma questa scelta non compromette l’efficacia complessiva del film, che riesce a essere coinvolgente senza rinunciare alla propria dimensione riflessiva. Non tutto è approfondito allo stesso livello, ma Primetime ha abbastanza forza e personalità per imporsi in qualcosa che continua a parlare al presente.

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Emanuela Giuliani

Il Voto della Redazione:

7


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