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Val Kilmer e l’IA a Hollywood: può una performance digitale vincere un Oscar?

Il caso Val Kilmer e l’IA riapre il dibattito su Oscar e performance digitali: Hollywood tra tecnologia, etica e nuovi regolamenti.

Può un’interpretazione generata dall’intelligenza artificiale vincere un Oscar? E, soprattutto, può essere considerata una “vera” performance? Il caso della ricostruzione digitale di Val Kilmer sta riportando Hollywood davanti a una domanda che l’industria non è più in grado di rimandare: come classificare, valutare e premiare un attore che, di fatto, non è mai stato fisicamente presente sul set.

Il dibattito si è riacceso con il film As Deep as the Grave, diretto da Coerte Voorhees, in cui Kilmer avrebbe dovuto interpretare Padre Fintan, un sacerdote cattolico legato alla spiritualità nativa americana. L’attore era stato scelto prima della sua morte, avvenuta nell’aprile 2025, ma le complicazioni legate a una grave malattia gli hanno impedito di partecipare alle riprese. Il regista, deciso a non sostituirlo, ha lavorato insieme agli eredi e alla figlia Mercedes Kilmer per ricostruire la sua interpretazione tramite intelligenza artificiale generativa, utilizzando materiale d’archivio e tecnologie digitali.

“Era l’attore che volevo per questo ruolo”, ha dichiarato Voorhees a Variety, spiegando che l’intero film è stato concepito attorno alla sua presenza. Ora, però, la questione non è più artistica ma regolamentare: questa performance può essere candidata a un premio importante?

Il problema non riguarda solo Kilmer. L’emergere di figure completamente sintetiche, come la presunta attrice IA Tilly Norwood, sta spingendo le istituzioni a interrogarsi su cosa significhi davvero “recitare”. E soprattutto: a chi appartiene una performance costruita da dati, algoritmi e frammenti di interpretazioni passate?

L’Academy of Motion Picture Arts and Sciences ha iniziato a confrontarsi pubblicamente con il tema dopo la stagione dei premi 2024, segnata dalle polemiche attorno a The Brutalist di Brady Corbet, che aveva utilizzato l’IA per migliorare dialoghi in ungherese dell’interpretazione di Adrien Brody e per generare immagini architettoniche. La posizione dell’Academy è stata prudente: l’IA “non favorisce né penalizza” una candidatura, ma i membri sono invitati a valutare quanto l’essere umano sia centrale nel processo creativo. Una linea guida ancora vaga, più un principio etico che una regola vincolante.

Diversa la posizione della SAG-AFTRA, il sindacato degli attori, che esclude dalle premiazioni le performance “interamente generate dall’IA”. Sono invece ammesse opere assistite da tecnologia, ma solo con consenso esplicito dell’interprete o dei suoi eredi. Nel caso di Kilmer, questo requisito sarebbe rispettato, ma resta il nodo principale: la sua performance verrebbe comunque considerata artificiale e quindi non eleggibile.

Non è la prima volta che Hollywood affronta il tema delle “resurrezioni digitali”. In passato, le ricostruzioni di Peter Cushing e Carrie Fisher in Rogue One: A Star Wars Story avevano già sollevato forti critiche, pur rientrando in contesti narrativi limitati.

Il confine tra tecnologia e interpretazione si è però progressivamente assottigliato anche grazie a performance ibride come quelle di Andy Serkis, che ha ridefinito la recitazione digitale con personaggi come Gollum ne Il Signore degli Anelli e Cesare nella saga di Planet of the Apes. Già allora, le giurie dei premi si erano trovate a discutere se premiare l’attore, il sistema di motion capture o l’effetto finale.

Nel frattempo, altre istituzioni hanno iniziato a tracciare confini più netti. La Recording Academy ha stabilito che ai Grammy possono essere premiati solo creatori umani, mentre la Television Academy richiede la dichiarazione esplicita dell’uso di IA quando supera determinate soglie. Anche la BAFTA ha espresso cautela, soprattutto nel settore dei videogiochi. Ma nessuna di queste regole è stata pensata per un caso come quello di Kilmer.

Il nodo centrale resta filosofico prima ancora che tecnico: una performance IA è un tributo all’attore originale o una nuova creazione autonoma? E, in tal caso, chi dovrebbe essere premiato? L’interprete scomparso, gli sviluppatori del sistema o il film nel suo insieme?

Le industrie, nel frattempo, non sembrano intenzionate ad aspettare risposte definitive. Dirigenti come Sun Zhonghuai di Tencent hanno previsto che entro pochi anni una quota significativa delle produzioni audiovisive sarà generata o co-prodotta dall’intelligenza artificiale. L’evoluzione tecnologica corre più veloce delle regole, e il cinema si trova a rincorrere.

Anche le altre grandi premiazioni, dai Golden Globe ai Critics’ Choice Awards, non hanno ancora linee guida precise, ma è probabile che siano costrette a intervenire presto.

Il punto di svolta, però, non è solo normativo. È culturale. Ogni nuova tecnologia ha già messo in crisi il concetto di recitazione: dai corpi digitali di James Cameron in Avatar, fino alle voci sintetiche come quella di Samantha in Her di Spike Jonze, con la partecipazione vocale di Scarlett Johansson.

Con il caso di As Deep as the Grave, la domanda diventa inevitabile: il pubblico sta guardando un omaggio a Val Kilmer o una performance completamente nuova creata dalla macchina? La risposta, qualunque sia, non chiuderà la questione. Probabilmente la aprirà definitivamente.


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