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Michael: il montaggio del biopic tra tagli e nuova visione

Michael, da 4 ore a un racconto fluido e intimo, senza voice over, tra creatività, solitudine e l’ascesa di Michael Jackson.

La lavorazione di Michael, il biopic dedicato a Michael Jackson, è stata tutt’altro che lineare. La prima versione del film infatti, come riportato da Variety, superava le quattro ore e raccontava un arco narrativo molto ampio: dall’infanzia del cantante, interpretato da Juliano Valdi, quando si esibiva con i fratelli nei Jackson 5, fino alla consacrazione come icona globale, impersonata dal nipote Jaafar Jackson, con il trionfo allo stadio di Wembley durante il Bad World Tour.

Qui la recensione: Michael, la recensione: dentro la leggenda del re del pop

A complicare ulteriormente la produzione è intervenuta una questione legale: le accuse di abusi su minori sono state rimosse dopo che gli avvocati della famiglia Jackson — coinvolta nella produzione — hanno rilevato una clausola in un accordo con Jordan Chandler che vietava qualsiasi rappresentazione o menzione della vicenda. Questo ha reso necessario un profondo intervento di rimontaggio.

È in questo contesto che entra in scena John Ottman, già collaboratore del produttore Graham King e noto per il suo lavoro su Bohemian Rhapsody. Inizialmente coinvolto solo per poche settimane, Ottman si è ritrovato a guidare una vera e propria ricostruzione del film: “È stato allora che è avvenuta la trasformazione”, racconta. “Ho finito per rimontare l’intero film.”

Il suo intervento si è concentrato su più fronti. Da un lato, ha ridotto e reso più incisiva la parte iniziale, chiarendo meglio il rapporto conflittuale con il padre e il desiderio di emancipazione artistica. Dall’altro, ha cercato di entrare nella mente creativa di Michael, costruendo sequenze che mostrano il processo musicale in modo più intimo e coinvolgente. “Ho realizzato tutte queste sequenze in cui lo si vede armeggiare con la sua musica”, spiega Ottman.

Uno dei cambiamenti più significativi ha riguardato l’eliminazione della voce fuori campo: circa 25 minuti di narrazione, affidata a Jaafar Jackson nei panni del Michael adulto, sono stati tagliati. “Non si era immersi nelle scene e non si viveva quell’esperienza”, osserva il montatore. La scelta di riportare le scene in tempo reale, soprattutto quelle dell’infanzia, ha permesso al pubblico di connettersi emotivamente con il protagonista in modo più diretto e autentico. Secondo Ottman, l’affetto costruito per il giovane Michael si trasferisce poi naturalmente alla sua versione adulta.

Il nuovo montaggio ha anche enfatizzato temi come la solitudine, mostrando un bambino senza veri amici che, una volta diventato celebre, trova compagnia negli animali — tra cui lo scimpanzé Bubbles. Parallelamente, Ottman ha inserito momenti di leggerezza e umorismo, ritenuti fondamentali per rendere il personaggio più umano e vicino al pubblico.

Dal punto di vista strutturale, il montatore ha lavorato per rendere il racconto più fluido, recuperando anche inquadrature da altre parti del film per garantire continuità narrativa tra le scene. Ma la sfida più complessa è stata la sequenza finale del concerto del Bad World Tour, pensata come un momento culminante, quasi un “mini-Live Aid”, capace di unire spettacolo e compimento emotivo del percorso del protagonista.

La decisione di incorniciare il film attorno a questa performance si è rivelata strategica: anticiparla all’inizio crea un’attesa che trova piena soddisfazione nel finale. In questa sequenza, l’interpretazione di Jaafar Jackson è stata centrale. Ottman ha scelto di alternare primi piani intensi, per catturare le emozioni e l’espressività, a inquadrature più ampie, dedicate alla danza e all’energia scenica.

Guardando al risultato finale, Ottman sottolinea soprattutto il valore delle performance: “Ho assistito all’inizio di due grandi carriere”, afferma riferendosi a Jaafar Jackson e Juliano Valdi. “Ero lì quando è successo.”


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