Dan Reed critica il biopic su Michael Jackson: film accusato di ignorare Leaving Neverland e le testimonianze sugli abusi.
Il regista di Leaving Neverland, Dan Reed, è tornato a criticare duramente il biopic su Michael Jackson diretto da Antoine Fuqua, accusandolo di offrire una rappresentazione edulcorata e distorta della vita del “Re del Pop”, soprattutto per quanto riguarda le accuse di presunti abusi sessuali su minori.
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Le dichiarazioni, riportate da Variety, arrivano dopo l’uscita di Michael, il film prodotto dagli eredi dell’artista, che secondo Reed costruisce un ritratto quasi agiografico del cantante, concentrandosi sull’infanzia difficile presentandolo come una figura innocente e infantile, evitando però qualsiasi riferimento alle accuse mosse negli anni da Wade Robson e James Safechuck.
Reed ha ricordato anche il contesto in cui nacque Leaving Neverland, presentato in anteprima al Sundance Film Festival del 2019, all’Egyptian Theatre di Park City. La première si svolse in un clima di forte tensione, con minacce di attentati e misure di sicurezza straordinarie, tanto da richiedere l’impiego di unità speciali e cani anti-esplosivo. All’esterno erano presenti numerose forze di polizia, segno della forte reazione legata al documentario.
Nel film, Robson e Safechuck raccontano presunti abusi subiti da bambini, descrivendo un rapporto con Jackson fatto di manipolazione emotiva, isolamento familiare e, secondo le loro testimonianze, anche episodi di natura sessuale. Un racconto che, secondo Reed, ha avuto un forte impatto emotivo sul pubblico.
Proprio a questo lavoro si contrappone, a suo giudizio, il film di Fuqua, che evita completamente tali accuse e si interrompe prima che emergano le prime denunce pubbliche. Il biopic delinea Jackson come una vittima del padre autoritario e ne enfatizza l’immagine filantropica, anche attraverso scene con bambini malati, scelta che Reed considera fuorviante perché costruisce una narrazione unilaterale.
Il regista ha criticato anche la costruzione del personaggio nella seconda parte del film, interpretato da Jaafar Jackson, definito privo di profondità e ridotto a una figura quasi statica. Anche il rapporto con i bambini viene, secondo Reed, completamente ripulito e idealizzato.
Nel suo intervento, Reed ha contestato inoltre il ruolo attribuito ad alcune figure della cerchia di Jackson, come la guardia del corpo Bill Bray, rappresentato in chiave eroica rispetto a quanto emerso nel suo documentario.
Secondo il regista, il biopic ribalta la narrazione di Leaving Neverland, evitando di confrontarsi con le accuse e contribuendo invece a rafforzare il mito di Jackson come figura quasi intoccabile e mitologica.
Reed ha ribadito di non voler promuovere alcuna “cancellazione” dell’artista, sottolineando che la sua musica può continuare a essere ascoltata, ma ha insistito sulla necessità di considerare anche le testimonianze delle presunte vittime. A suo avviso, il film finisce invece per delegittimare queste ultime senza affrontare nel merito le loro dichiarazioni.
Il documentarista ha poi commentato anche il successo commerciale del biopic, sottolineando come Jackson sia ormai diventato un’icona culturale più grande della sua stessa biografia, al punto da rendere difficile una lettura critica condivisa.
Nel corso dell’intervista, Reed ha infine ripercorso la genesi di Leaving Neverland, nato da un’inchiesta su richiesta televisiva e sviluppato attraverso anni di ricerche, interviste e analisi di documenti giudiziari, che secondo lui confermerebbero la credibilità delle testimonianze raccolte.
La vicenda continua così ad alimentare un acceso dibattito culturale tra memoria artistica, mito pop e accuse ancora controverse, che dividono pubblico e opinione pubblica.






