Costumi film

Dai bozzetti agli abiti di scena: i costumi che danno vita ai personaggi sul grande schermo

I costumisti svelano bozzetti, ispirazioni e curiosità sugli abiti dei film, raccontando il lavoro creativo dietro ogni personaggio.

Dai bozzetti di Penelope ne L’Odissea agli abiti iconici di Michael Jackson, passando per le atmosfere medievali di Werwulf e lo stile disinvolto di Cliff Booth, i costumi cinematografici raccontano molto più di quanto si possa immaginare. Dietro ogni abito c’è infatti un lavoro di ricerca e progettazione che contribuisce a definire l’identità dei personaggi, a sottolinearne i cambiamenti e a restituire il contesto in cui si muovono.

A tal proposito, grazie a Variety, alcuni dei più importanti costumisti dell’anno hanno raccontato in esclusiva il processo creativo dietro i propri lavori, mostrando bozzetti, dettagli e curiosità e spiegando come ogni scelta, dai tessuti ai colori, possa diventare parte integrante della storia.

Abiti ricchi di balze e paillettes, completi ispirati alla moda di epoche diverse e persino un cacciatore di lupi mannari avvolto in pesanti strati di lana: sono tante le soluzioni che il pubblico potrà vedere sul grande schermo. Da The Invite, in cui Olivia Wilde indossa creazioni contemporanee, a Ragione e Sentimento che guarda all’eleganza dell’epoca della Reggenza. Ma il lavoro dei reparti costume si misura anche nei numeri: Marci Rodgers ha realizzato oltre 3.000 look per Michael, mentre Ellen Mirojnick ha creato più di 5.300 modelli per L’Odissea di Christopher Nolan.

Attraverso i loro racconti, emerge così il percorso creativo che ha portato alla realizzazione di alcuni degli abiti più significativi di questi film, con particolare attenzione al modo in cui i costumi accompagnano l’evoluzione dei personaggi e ne rivelano il carattere ancora prima che pronuncino una battuta.

Per Ellen Mirojnick, costumista de L’Odissea di Christopher Nolan, era importante che Penelope, interpretata da Anne Hathaway, trasmettesse la propria forza interiore senza apparire come una regina. Una scelta che ha guidato la realizzazione dei suoi abiti, pensati per accompagnare i diversi momenti della storia e riflettere il modo in cui il personaggio affronta ciò che le accade.

All’inizio del film, i suoi vestiti sono infatti semplici, poco decorati e caratterizzati da una certa vulnerabilità. Anche il lavoro al telaio viene rappresentato attraverso tessuti delicati, con una lavorazione che richiama quasi un’espressione artistica. Quando però Penelope si prepara ad affrontare i suoi pretendenti, il suo abito cambia completamente aspetto: è di un magnifico blu, una scelta precisa, come spiega Mirojnick, perché doveva rappresentare il punto conclusivo della sua trasformazione e apparire quasi come un’armatura.

Un lavoro altrettanto attento alla ricostruzione dei costumi ha caratterizzato Michael, il film biografico diretto da Antoine Fuqua. Tra i momenti più significativi c’è la ricostruzione dell’esibizione di Billie Jean durante il concerto Motown 25 del 1983, quando Michael Jackson presentò per la prima volta al pubblico il suo celebre moonwalk. Un’esibizione rimasta nella storia anche per l’abbigliamento diventato uno dei simboli della sua immagine: la giacca nera di paillettes, il fedora, il guanto singolo, i calzini bianchi, i pantaloni corti e i mocassini neri.

Per ricreare questo look, la costumista Marci Rodgers ha scelto di partire dalle scarpe, utilizzando lo stesso modello indossato da Jackson, i mocassini Florsheim Como Imperial. Anche i pantaloni richiamano un modello già presente nel guardaroba del cantante durante l’epoca di Off the Wall, mentre per la giacca è stato necessario approfondire un dettaglio particolarmente significativo: il capo indossato da Michael durante quell’esibizione apparteneva infatti a sua madre Katherine. Rodgers lo descrive come una sorta di mantello, sottolineando quanto fosse importante il fatto che Jackson avesse scelto di indossare un abito proveniente dall’armadio della madre.

Jaafar Jackson, interprete del cantante nel film, possedeva una giacca simile e l’ha messa a disposizione della costumista per consentirle di studiarne le caratteristiche. Questo le ha permesso di ricreare nel modo più fedele possibile anche le paillettes della giacca originale.

Un approccio completamente diverso alla realizzazione dei costumi si ritrova in Wicker, dove Olivia Colman interpreta una pescatrice nubile che vive in una comunità medievale, nella quale viene derisa dagli abitanti del villaggio per la propria indipendenza. Per reagire alla solitudine e alle pressioni della comunità, la donna si rivolge al cestaio locale, interpretato da Peter Dinklage, chiedendogli di costruirle un marito di vimini, a cui dà le sembianze di Alexander Skarsgård.

Gli sceneggiatori e registi Alex Huston Fischer ed Eleanor Wilson volevano che il personaggio fosse realizzato concretamente, senza ricorrere agli effetti speciali. Per questo motivo, il responsabile del trucco prostetico Joe Dunckley e la responsabile degli effetti speciali di trucco Sarah Rubano hanno lavorato per 18 mesi alla creazione del costume destinato a Skarsgård. Il progetto è partito da una scansione completa del corpo dell’attore, necessaria per modellare elementi realizzati appositamente sulle sue misure.

Per ottenere l’intricata trama che riproduce il vimini è stata utilizzata una tecnica di stampa a letto di polvere, relativamente recente, che permette di realizzare superfici complesse attraverso la fusione del materiale con un laser. Come spiega Dunckley, il procedimento consente di creare trame e geometrie elaborate, dando forma a un costume particolarmente articolato. Alla fine, il 95% dell’abito è stato realizzato attraverso 50 elementi stampati in 3D, dipinti per riprodurre l’aspetto del vimini e poi cuciti su una tuta in spandex. Una delle maggiori difficoltà, racconta Dunckley, era riuscire a mantenere riconoscibile la presenza di Skarsgård, evitando che il costume finisse per nasconderne completamente la figura.

Dalla costruzione di un costume così particolare si passa agli abiti d’epoca di Ragione e sentimento, l’adattamento di Georgia Oakley del celebre romanzo di Jane Austen. Qui i costumi contribuiscono fin dall’inizio a restituire il momento difficile attraversato dalle donne della famiglia Dashwood, interpretate da Daisy Edgar-Jones, Esmé Creed-Miles e Caitríona Balfe. Dopo la morte del padre e marito, la costumista Grace Snell ha dovuto rispettare alcune precise indicazioni legate al lutto: niente bottoni lucidi, tessuti opachi e una palette dominata dal nero, con poche concessioni al grigio e al lavanda.

Per la signora Dashwood, Snell ha scelto un abito di taffetà nero, pensato per esprimere la profondità del suo dolore. La particolarità del tessuto è data da una sfumatura verde scuro che lo rende quasi riflettente e gli conferisce un aspetto capace di richiamare epoche diverse. Il personaggio rimane in lutto per gran parte del film, ma con il procedere della storia la costumista introduce gradualmente anche il beige nella sua palette.

Un’attenzione diversa è stata riservata a Willoughby, interpretato da Frank Dillane, un giovane che mostra un particolare interesse per la moda e desidera attirare gli sguardi degli altri. Nella scena ambientata in una discoteca londinese, Snell gli fa indossare un cappotto di moleskin color ruggine, abbinato all’abito rosa di Marianne, creando un accostamento cromatico particolarmente vivace. A completare il look ci sono pantaloni di seta, un modello che in quel periodo stava iniziando a diffondersi e che Willoughby è tra i primi a importare dalla Francia. Un abbigliamento che, nelle intenzioni della costumista, restituisce bene il carattere del personaggio, quasi fosse una rock star irraggiungibile.

Dalle atmosfere dell’epoca della Reggenza si torna a un immaginario decisamente più cupo con Werwulf, in cui Robert Eggers, dopo Nosferatu, torna a confrontarsi con suggestioni legate al folklore. Il film è ambientato in una città del XIV secolo minacciata da un lupo mannaro. Willem Dafoe interpreta un proprietario terriero e cacciatore, incaricato dal re di guidare la lotta contro la creatura.

A distinguere il suo personaggio dagli altri abitanti della città è soprattutto il modo in cui viene vestito. La costumista Linda Muir ha scelto per lui una quantità maggiore di lana, materiale che all’epoca rappresentava una merce rara e quindi un segno di ricchezza. Il personaggio indossa cappotti realizzati con doppi strati di lana e camicie di lino, mentre gli stivali, più alti rispetto a quelli degli altri protagonisti, contribuiscono a sottolinearne la posizione sociale. A completare il guardaroba ci sono un anello con sigillo di famiglia, realizzato dal reparto oggetti di scena, e una cotta di maglia, elemento tradizionalmente associato anche all’immaginario di Robin Hood.

Un salto temporale e stilistico porta invece a Le disavventure di Cliff Booth, il nuovo film di David Fincher e seguito di C’era una volta a Hollywood con Brad Pitt. Ritroviamo Cliff Booth, lo stuntman che questa volta non è più impegnato come controfigura, ma lavora come barista. Per la costumista Trish Summerville, la priorità indicata dal regista era mantenere un’immagine autentica e credibile, rispettando il modo di vestire di un personaggio ormai ben riconoscibile.

Cliff conserva infatti alcuni elementi del guardaroba già visto nel primo film, a partire dalla sua passione per le camicie hawaiane. Come spiega Summerville, all’epoca i vestiti non venivano sostituiti con la stessa frequenza di oggi e potevano durare a lungo. Per questo il personaggio continua a indossare i suoi jeans Levi’s preferiti, i mocassini e le camicie da lavoro che fanno parte del suo stile.

Tra i capi scelti per il film c’è anche una camicia hawaiana decorata con immagini di bottiglie di birra. Per trovarne una adatta, Summerville ha cercato diversi modelli in rayon risalenti agli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta, sui quali comparivano bottiglie di bevande alcoliche. Poiché servivano più esemplari dello stesso capo, da utilizzare sia per Brad Pitt sia per la sua controfigura, la costumista ha incaricato un artista di combinare le diverse grafiche e realizzare una nuova stampa. Una soluzione che ha trovato particolarmente divertente e che, a suo parere, si adatta perfettamente al carattere tranquillo e spensierato di Cliff.

Dalla nostalgia per lo stile degli anni Settanta si passa infine a un guardaroba contemporaneo con The Invite, in cui Olivia Wilde interpreta Angela, una donna che vive una relazione ormai vicina alla crisi insieme al marito Joe, interpretato da Seth Rogen. Quando i due invitano a cena i rumorosi vicini del piano di sopra, interpretati da Penélope Cruz ed Edward Norton, quella che dovrebbe essere una serata intima prende una piega inaspettata.

Per la costumista Arianne Phillips, il lavoro sul guardaroba di Angela è iniziato già dai primi incontri con Olivia Wilde. Le porte e le finestre dell’appartamento le sono apparse come una sorta di cornice naturale, portandola a concepire i costumi quasi come ritratti o fotografie, in stretta relazione con gli ambienti in cui si muove il personaggio.

Wilde ha apprezzato in particolare l’idea che l’identità creativa di Angela fosse così legata al suo appartamento da confondersi quasi con le pareti. Un concetto che trova spazio anche in una scena ambientata nella camera da letto, quando la donna chiede a Joe informazioni sul colore della vernice: le tonalità sono così simili da rendere difficile distinguerle, e lo stesso principio viene ripreso nella scelta della sua camicetta.


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